Intervista (con le domande) a Chiara Adezati di Flavio Almerighi

INTERESSANTE L’INCONTRO CON CHIARA ADEZATI, autrice e traduttrice. Partendo da un semplice canovaccio, il mono/dialogo si è sviluppato così.

Il canovaccio:

1) Autrice e traduttrice, Chiara Adezati, cosa ti appassiona di più?
2) È necessario, secondo te, che un traduttore in letteratura debba essere a sua volta scrittore o poeta?
3) Ci parli della tua creatività e in particolar modo della tua poesia?
4) Chi c’è nel tuo pantheon letterario?
5) Come vedi l’attuale stato della poesia in questo paese?
6) Una domanda che ti poni tu? (e che non ti ho fatto?)

Il mono/dialogo:

Scrivere e tradurre sono attività diverse e separate, nella mia concezione; capostipite e principale è Leggere. Per la mia storia, per il mio, brutto, carattere e altre concause, ho sempre letto, divorato, assaporato. Invece non volli mai imparare a scrivere su (nemmeno mia) commissione; so che è un dato di fatto dei secoli scorsi, ma mettersi davanti al foglio bianco… forse mi fa paura, forse è pigrizia, forse fiducia: deve arrivare in me il turbine in testa. Penna o matita so a portata di mano al buio. Da bambina approcciai classici e lingue. Perché non avevo altro. A tradurre iniziai per gusto di radunare parole che mi pareva andassero perse, nella ragnatela delle mie associazioni libere dalle parole che trovavo testo a fronte. Si arriva presto alla conclusione che occorre farsene una ragione in tutti i casi. Ma il gusto.. e l’appetito vien mangiando e oltre a creare cose che prima non c’erano, è bello e appagante formare il proprio gusto.

Parto dal punto di vista della tolleranza, per etica, e della solidarietà per il diverso perché dono c’è sempre. De gustibus. Inoltre ogni libro, ogni frase ha il suo pubblico, siamo miliardi. Non mi fa specie che siano tanti a scrivere, tanti a dichiararsi scrittori. Non mi trovo bene con chi non legge. Amo chi si specializza in qualsivoglia sapere. Ma non mi porta via spazio nessuno, a differenza che sull’asfalto delle strade nelle ore di punta, in Rete c’è posto per tutti e la frequento come la piazzetta sotto casa. Se mai c’è più libertà di scegliere eventuali frequentazioni, dove frequentare è questione di frequenze.

Compatibilmente ad altre novità del periodo storico in cui mi sono trovata su questa terra, la comparsa del Digitale è di gran lunga quello che cambia di più la nostra vita, forse come la scoperta della stampa ma rispetto ad un manoscritto e una tastiera di macchina da scrivere con tanto di cartacarbone e fogli assorbenti, mi pare che pesi molto di più, sulla cosiddetta comunicazione, almeno. Se ha richiesto un lasso di tempo, dite voi se lungo o corto, un minimo di alfabetizzazione o la creazione di una lingua nazionale, penso proprio che ne comporterà di più la digitalizzazione e l’uso delle tecnologie acceleranti ad essa collegate. Dall’animalità dei cinque sensi a … non si sa cosa. Rimaniamo aperti a un futuro – che magari vedremo solo da morti.

Lo scritto vive solo a condizione che esista il lettore. E così il quadro in soffitta. Concetto esplicitato varie volte da Borges in poi. Però: avversione per l’antistile di voler apparire a tutti i costi, darsi delle arie, come si diceva allora. Sgombrare la via all’understatement. Non è un dettaglio; lasciare che le scoperte possano avvenire liberamente, nel modo che il fruitore preferisce. Niente contro una giusta dose di apprezzamento, di riconoscimento, o se non fosse di pubblico, di Narciso. Gli artisti esagerano, per definizione. E solo con l’esagerare occorre trovare Misura. Personale, solo propria, non trasmissibile da un Maestro. Per esempio fra disciplina di studi e tutto quel che si vuole fare nella vita; nei limiti che i condizionamenti esterni, le situazioni, i punti di partenza concedono.

Un artista ha bisogno di solitudine per periodi più lunghi rispetto a chi non si dedica al modesto mestiere. Se poi si vuole famiglia, viaggi per il mondo, indipendenza economica, non si ha vita facile. Ma bella. E quando più o meno hai capito come regolarti, è sempre tardi. Ma non troppo tardi.

Sono domande stimolanti, le tue, io mi entusiasmo, parto per la tangente, divago, ma non vorrei approfittare della gentilezza delle anime tue conoscenti. Ti ringrazio solo ancora per voler accogliere qui con l’interesse che mi dimostri, i miei… testi/coli (scusa mi esce per analogia con versicoli landolfiani). Magari avessi le palle!

Credo di aver risposto insieme a quasi tutti i tuoi punti… se vogliamo scendere nel particolare, al secondo punto posso solo dire che non vedo una necessità, ma che ho apprezzato molto quando ho incontrato poeti tradotti da poeti. Io non mi classifico, mi conosco e lascio che a farsi opinioni siano i lettori. L’attualità e le opinioni non mi hanno mai molto coinvolto, dopo l’adolescenza turbolenta, e l’infanzia reietta. Sono umorale al limite del patologico, se lo si sa vedere. E come dice una lettera di G. B. Squarotti del 1984, che conservo gelosamente, in risposta all’invio della mia unica pubblicazione su carta, mi connota una cifra di bizzarria, che gentile come lui è, diceva non dispiacergli.

La domanda che mi pongo io, a quella non rinuncio. Comunissima, nelle interviste, e non rara nella mia mente: perché scrivo? Se dò per scontato che non scrivo per denaro, cosa oggi impossibile a chi non scriva bestsellers; né tanto per ambizione di notorietà, che se fa piacere, ha il suo rovescio della medaglia, in tempi adibiti a scontarla e che si fanno per tutti sempre più stretti nel procedere degli anni; penso di scrivere per una sorta di restituzione, nell’oceano degli autori amati riversare una goccia di acqua dal mio singolare organismo. In questo ho una fede incrollabile.
Grazie! grazie alla vita degli oceani!

Chiara Adezati è nata e vive a Genova. Laureata in chimica, ha compiuto studi classici e linguistici. Traduce da inglese e tedesco.
Ha pubblicato poesie su diverse riviste, e quattro raccolte:
“Convalescenza” , “Condiscendenza”, “Infiorescenza”, “Rubescenza”.
In prosa, ha scritto “Raccontirochi ” e altri testi, che riversa nella
Rete.

Il suo spazio è https://chiaraadezati.blogspot.it/

TESTI DELL’AUTRICE

Quella di Dio, dal vero

Luce opaca luce diffusa e luce
raggrumata in aloni ora d’arancio
o d’azzurro trapela sbavatura
sotto la volta a mente ottenebrata

la calotta biancosporca tuttaltro
che compatta: ovatta. Luce che illude
si strappi il cielo e un facile trapasso
solo docile al docile sfilaccia.

*

Quadro sette

– in che bolgia vuoi farmi capitare?

Incatenati a un palo nudi per Venezia –
quel verde d’alga che macchia anche l’acqua,
contrasto fra la pelle il ferro e il legno –
chi immobile chi in silenzio delira
pur immobilizzato strepita nei muscoli.
Sparsi per moli e calle, da galera
malvagi: anche la forza fa tremare.

Il segreto dell’Assassino lo consegna all’inferno, in terra, da vivo, con l’orrore dell’inferno da morto – si creda o non si creda – si vede l’orrore proprio di quei luoghi, si vede sulla terra. La prima prigione è la propria. Egli circolava per la città entro quella cella.

Ancora tante volte cambierà idea, ognuno che vive will change his mind so life goes on. Aver ammazzato non era un’opinione; che fosse un fatto o meno – era da vedersi.
Quando si evitava una sofferenza, poteva dire ancora: “non ho mica ammazzato nessuno” ? c’era colpa? Si dette da fare in quei giorni per annusarla. La spada di Damocle che si sentiva sul capo pendere, la scimitarra sul fianco affilate come il suo naso le lame le sue due lame. Mamma, madonna mamma! L’orrore superava di molto la paura. Era presente, mentre la paura…riguarda la cosa futura.
Anni prima era già stato anni su una galera, e pure imprigionato nei sottofondi e cunicoli a pane e acqua; per delitti minori rimessigli. Venti e più venti nordici staffilavano stamane i veneziani, pure nessuno rinunziava al bicchiere bianco, di bianco Blanche de Blanche o vinello lo spritz che ti sprizza il mattino in faccia. Egli aveva buoni modi da signore coltivati, non tradivano la sua bassa se non infima nascita. Alle donne piacquero quando giovane ne approfittò (degli uni e delle altre), nessuna colpa avvertiva ora, ora che smuore l’ora della vita. Nulla da confessare. Il suo segreto stampato in faccia diceva tutto a tutti. Gli uscì un canto di bocca, era il canto di un suo predecessore, diceva: jesus’ blood never failed me, never failed me yet:// this one thing I know cause he loves me so.
Cambiava shiftata la melodia man mano che il brano del barbone britannico proseguiva, e le parole sempre le stesse quasi ossessive. Non mi venne meno mai, non mi venne meno mai, ancora. Il sangue di Gesù non mancò mai su di me di colare finora tuttavia. E musica agghiacciante e dolcissima, strascicata. Man mano sempre più orchestrata. La partitura era stata aggiunta molto più tardi, evidentemente, ma eseguita dalla viva voce dell’inventore. L’assassino avrebbe avuto il suo momento di gloria.

*

Iterate tiritere

distrazioni
stra-azioni
trazioni
strazio


12 risposte a "Intervista (con le domande) a Chiara Adezati di Flavio Almerighi"

      1. scusa, Flavio mi accorgo, verificando il link che lo dovresti correggere, anche se poi dal vecchio si può arrivare al nuovo, è farragginoso!
        “Il sui spazio in Rete è https://chiaraadezati.blogspot.it/
        scusa il fastidio, ma ti sarei molto grata se lo mettessi a posto!
        ciao

        p.s. questo commento può anche rimanere tra noi, eh?!

        Piace a 1 persona

  1. ecco un caro, raro e buon lettore esistente che lascia una traccia su una cartolina. cheppoi, a me non è mai accaduto di ricevere una cartolina con su scritto “sappi che esisto, saluti”. eh, sarebbe buffo, sì sì, eh. sulle cartoline, in genere, ho trovato tante e varie cose scribacchiate, tipo “saluti da Roma” o “saluti da New York”, nulla più. mmm… però, ora che ci penso, saranno decenni che non mi arrivano più cartoline (il gruppo “family” su uotsàp le ha sterminate tutte, è più virulento dell’ebola).
    ma bando alle ciance. scorrendo le parole di Chiara Adezati non ho potuto fare a meno di pensare più e più volte “che bella persona…” così, d’istinto leggendo dentro e tra le righe. soprattutto il modo con cui si lascia scrivere dalle parole: diretto (l’appetito vien mangiando), umano (l’animalità dei cinque sensi), creativo (ragnatele di parole in cui s’invischiano associazioni libere) e mosso dal bisogno di comunicare (lo scritto vive solo se esiste il lettore). tutti concetti basilari tanto da poter apparire per certi versi addirittura banali, eppure lontani anni luce dai moderni pilastri che regolano l’interazione umana nella società dello spettacolo multimediale (Debord e Bauman docent), dove l’unica legge è che nessuno legge (le inevitabili eccezioni confermano la regola, n.d.n.). eh, e d’altro canto se l’obiettivo è quello di scambiarsi dei “mi piace” invece di parole, cliccare l’iconcina è assai più *produttivo* che perdere tempo a condividere pensieri. dunque, trovo che il tuo voler essere “goccia d’acqua nell’oceano” sia particolarmente prezioso. nello specifico, poi, delle produzioni lette qui, mi ha colpito il verso piano eppure urticante “contrasto fra la pelle il ferro e il legno”, verso su cui ho dovuto sostare e riflettere (restando a bagnomaria nell’acqua verde alga) per somatizzarne il verso, disposto in equilibrio sul confine (tra materia vivente e non vivente). quanto vale la carne a carne vale? mi son trovato a chiosare, cadendo a peso morto in un canale. televisivo? televisioni? boh, resta il fatto che tanti anni fa, a Venezia, tra moli e calle, mi resi conto di avere un pensiero sovrannumerario (e per timore d’essere additato come assassino o mostro me lo menomai). poco più oltre, un barbone britannico con la fisarmonica cantava in italiano biasciato “non mi venne meno mai, non mi venne meno mai…”. insomma, grazie di esistere. : )))

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