Paolo Vincenti: E’ sempre festa

E’ SEMPRE FESTA

“Festa! ma che bella ma che bella questa festa”

(“Festa” – Raffaella Carrà)

E dopo Natale, Santo Stefano, Capodanno e la Befana, davvero “L’Epifania tutte le feste porta via”? Certo che no! In Italia è sempre festa. Il 14 febbraio c’è la festa di San Valentino, amata dai pasticceri perché in quel periodo, dopo l’abbuffata natalizia, generalmente gli affari languono e la festa degli innamorati fornisce un buon pretesto per acquistare e regalare cioccolatini e baci a profusione ( “ma caro, mi vuoi tutta ciccia e brufoli?”, chiede l’innamorata al suo valentino, prima di evirarlo oppure di sfregiarlo con l’acido. “Sì, questo amore è splendido”, canta il fidanzato alla sua morosa, prima di farla a pezzi e buttare il suo cadavere nel fiume). E non bastava la festa della mamma. E non bastava la festa del papà. Bisognava introdurre anche la festa dei nonni. Siccome Confcommercio e Confesercenti lamentavano una crisi senza precedenti, con il crollo drastico dei consumi, allora occorreva spingere la gente ad acquistare, e qualsiasi pretesto è buono per portare i consumatori nei negozi. Certo, la festa della mamma ha trovato terreno fertile, in un paese di mammoni come il nostro (“mamma, ma la canzone mia più bella sei tu, sei tu la vita e per la vita non ti lascio mai più!”). “Son tutte belle le mamme del mondo”, anche le assassine, anzi in genere queste sono delle vere gnocche, o è l’effetto mash up che produce lo schermo televisivo. I commercianti aspettano a braccia aperte mariti e figli delle assassine per rifilargli rose, tulipani, borse, spille, foulards e cioccolatini a ufo, per la seconda domenica di maggio. E le potenziali uxoricide o infanticide vanno in brodo di giuggiole e decidono di rinviare il loro sanguinario progetto. Anche la festa del papà è tanto sentita nel Belpaese. E del resto come si fa a rinunciare alla figura protettiva e rassicurante del proprio genitore? Chi ci soccorre fin da piccoli quando siamo in difficoltà?  Chi ci tira fuori di galera quando siamo nei guai? Chi compra i giudici? Chi ci aggiusta i processi? Il potente e influente papà. Chi ci soccorre quando abbiamo perso il lavoro? Il caro e magnanimo papino. In effetti, San Giuseppe, il più importante dei papà della storia, almeno di quella cristiana, non è forse il protettore dei poveri e dei derelitti? Il San Giuseppe degli anni Duemiladieci, cioè il papà bancomat, fornisce un aiuto prezioso ai suoi squattrinati figliuoli. Non a caso la festa del papà è stata fissata il 19 marzo, ossia nel giorno in cui si commemora il santo cristiano, fra zeppole, matthre e taulate te San Ciseppe.  Fa niente, poi, se il devoto falegname ebreo fosse solo un padre putativo, avendo la Madonna partorito non da lui ma per opera dello Spirito Santo.  Giuseppe, il caro babbo di Gesù, diventa emblema della dedizione e dell’amore paterno. E’ anche il simbolo della castità, sebbene i vangeli apocrifi affermino che avesse generato da precedenti matrimoni e fosse anche poligamo, come era d’uso all’epoca nel popolo ebraico. Per questo, dunque, protettore delle ragazze da marito. Il protovangelo di Giacomo, del II Secolo, parla di Giuseppe come di un anziano falegname, vedovo con figli, cui venne data in sposa Maria, di appena 16 anni. Più che di un marito nel senso tradizionale, Giuseppe si pone come una figura paterna per Maria, un vecchio saggio e rassicurante, con il bastone in mano, come è raffigurato nei presepi, proprio con quel bastone da cui, secondo la leggenda, quando venne scelto fra i vari pretendenti, spuntò una colomba che prese il volo o alternativamente un mazzo di gigli. In Oriente, il culto di San Giuseppe si impose molto presto, mentre in Occidente si affermò a partire dal IX Secolo. Fu però solo nel 1621 che Papa Gregorio XV istituì la sua festa del 19 marzo, mentre nel 1954, Papa Pio XII fissò al primo maggio quella di San Giuseppe lavoratore, volendo così cristianizzare una festa laica, cioè quella del lavoro, oggi celebrata dai sindacati con un grande concerto musicale a Roma. A allora, fra falò e ciciri e tria, si festeggia l’umile falegname di Nazareth, esempio di rettitudine e obbedienza. E i nonni? Vogliamo ricordare queste figure così importanti per la nostra crescita e formazione? Bisogna festeggiarli, almeno una volta l’anno. Del resto, i nonni non sono che dei papà e delle mamme raddoppiati e, soprattutto ai nostri giorni, contribuiscono fattivamente al consolidamento del bilancio famigliare, rimpinguando grazie alle loro pensioni e ai loro risparmi le casse languenti della famiglia. Quando, anni fa, viaggiavo più spesso in Inghilterra per lavoro, ai miei collaboratori londinesi che mi prendevano in giro per il fatto che in Italia abbiamo tante feste, io opponevo che loro lavorino fino a venerdi a pranzo, mentre noi sovente ci facciamo il culo fino al sabato pomeriggio. Un giorno, per scommessa, comparammo il calendario italiano con quello inglese di quell’anno. Dovetti offrire sandwinch e birra a tutti alla pausa pranzo. E’ vero, è sempre festa in Italia.

Ora c’è anche la festa dei vicini. Di questa non si sentiva tanto la necessità, considerando che i condomini d’Italia vantano il non invidiabile record di maggiore litigiosità europea. Ciò favorisce gli avvocati che svolgono una professione ormai inflazionata e sono spesso senza lavoro, e incoraggia una speciale figura di mezzano, quella dell’amministratore di condominio. Tale compito, che una volta era svolto a tempo perso e gratuitamente da qualche volontario fra gli stessi condòmini, oggi invece è di competenza di un professionista specializzato, che lucra sulle beghe e sui diverbi condominiali, sempre che questi non si trasformino in delitti sanguinari, e quindi la competenza passi agli avvocati penalisti e alla magistratura (vedi caso di Olindo e Rosa nella strage di Erba).

E poi, la festa delle donne. Una festa nata da motivazioni eminentemente politiche che oggi si è trasformata in un’occasione, per le casalinghe disperate, di stare una sera lontano dal marito, e per le nubili, di procacciarselo. Una delle versioni più conosciute sull’origine di questa festa è quella che ricorda la tragedia della fabbrica tessile di Cotton a New York, nel 1908, quando alcune operaie che protestavano contro la proprietà da diversi giorni, vennero bruciate vive da un incendio appiccato nella fabbrica dove esse erano state chiuse dentro. Ma la data del 1908 è molto controversa (si parla anche del 1909 e del 1911). In ogni caso, oggi la festa delle donne è anacronistica in quanto il gentil sesso ha guadagnato una sostanziale parità e anzi le donne, in funzione delle cosiddette “quote rosa” e grazie a leggi a tutela della loro minoranza, si sono accaparrate privilegi a discapito degli uomini. Dunque, al netto di serate danzanti e strip tease per casalinghe alcolizzate e donne manager con problemi di libido, non sarebbe il caso di ripensarla, questa festa?

Una delle feste più “festeggiate”  è quella di San Martino, l’11 novembre, quando allegre e numerose brigate di amici e parenti in tutta Italia si danno convegno per sbevazzare in libertà protetti dall’alibi della ricorrenza religiosa. “A San Martino ogni mosto è vino”. Ma San Martino è notoriamente il santo dei cornuti. Incerte sono le origini di questo singolare protettorato, se ne riportano varie e fantasiose versioni. Secondo alcune, deriva dal fatto che in passato durante il periodo della festa si tenevano in alcune parti dell’Italia meridionale importanti fiere degli animali cornuti, e dunque i maligni, collegando le corna che da sempre simboleggiano l’infedeltà coniugale alla festa di San Martino, coniarono alcuni proverbi, come “per San Martino, gira e rigira, tutti i cornuti vanno alla fiera”. Un’altra versione, diciamo più erudita, riporta a Roma e al  “Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica” in 140 volumi di cui fu autore Gaetano Moroni, nell’Ottocento. ll Moroni afferma che già da alcuni secoli prima era tenuta in gran conto una devota usanza: dall’11 novembre iniziava di fatto l’Avvento, tempo di penitenza in preparazione del Natale, durante il quale si praticava il digiuno e l’astinenza da ogni carne, compresi quindi gli amplessi coniugali. Poiché quaranta giorni erano lunghi da passare, i mariti più ligi temevano che le mogli meno pazienti si prendessero – diciamo così – alcune libertà eccessive, e quindi si affidavano al santo che vigilava l’inizio della penitenza, affinché vegliasse sulla onorabilità del focolare domestico. Fu così che la malizia popolare finì col rendere il povero Martino l’inconsapevole patrono di tutti coloro che avevano moglie: la mentalità rigorosamente maschilista vedeva in ogni donna una potenziale Messalina, fatte sempre salve – ovviamente – le donne di casa propria.

Basta con le feste? No! C’è Halloween, il 31 ottobre. Non paghi del Carnevale, ci voleva il revival delle zucche con i ceri dentro, per far chiasso e caciara in un periodo dell’anno altrimenti morto, come appunto quello della festa dei morti. E così, zompettando di festa in festa, il nostro calendario sarebbe pieno di liete ricorrenze, solo a volerle celebrare tutte, il che in un paese di crapuloni e scansafatiche non sarebbe certo un azzardo. E siccome il nostro è anche un paese di burlatori, buontemponi e ciurmatori, e la maggior parte di quelle descritte sono feste laiche, non sarà meno che appropriato il noto detto “passata la festa gabbato lo santo”.

PAOLO VINCENTI


11 risposte a "Paolo Vincenti: E’ sempre festa"

  1. l’Italia è un Paese di mammoni e il papà serve per tirarci fuori di galera, per comprare i giudici, per aggiustare i processi dei giovani italiani bamboccioni e squattrinati. in Italia è sempre festa: strano, eppure le festività nazionali italiane non sono 365, ma 12… e in Gran Bretagna sono tra 8 e 10 (a seconda della nazione costitutiva). la differenza è dovuta a motivi religiosi (tutti i santi e immacolata concezione) e storici (liberazione). la gigantesca differenza in termini matematici è: festività Italia 12/365=0.0328 all’anno; festività Gran Bretagna 9/365=0,0246 all’anno, ovvero una differenza inferiore a 0,01 all’anno, ma si sa, quando si hanno gli occhi foderati di auto-razzismo, in Italia è sempre festa! olèèèèè… a nulla serve ricordare che le ore lavorate medie annuali per singolo lavoratore in Italia nel 2015 sono state 1725 contro le 1371 dei tedeschi, le 1482 dei francesi, le circa 1700 degli inglesi le 1691 degli spagnoli, come ammette addirittura uno tra i quotidiani più auto-razzisti nazionali https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/02/09/lavoro-le-28-ore-in-germania-nel-resto-deuropa-se-ne-fanno-meno-che-in-italia-olanda-settimana-lavorativa-da-4-giorni/4144073/ ma cosa importano i numeri!! la matematica è un’opinione e l’importante è spalare allegramente merda auto-razzista sull’Italia, il paese dove i condomini sono “i più litigiosi d’Europa” (mioddio…), il paese dove i “delitti sanguinari” sono all’ordine del giorno (che importa se i dati sulla criminalità ci dicono che l’Italia è tra i paesi meno violenti al mondo?!? ah, già, al solito, perché basarsi sui numeri? meglio una sana narrazione emotiva), il paese dove le donne sono o “casalinghe alcolizzate” o “donne manager con problemi di libido”, il paese dove si “sbevazza in libertà protetti dall’alibi della ricorrenza religiosa”… sì, insomma, il paese dei “crapuloni e scansafatiche” e dei “burlatori, buontemponi e ciurmatori”…
    perdonami Paolo, ma ti preferisco quando non t’incanali nell’alveo ossessivo compulsivo della satira auto-razzista “mainstream”
    : )

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  2. e sì, malos, lo so, mi diverte un sacco scrivere queste cose, e ne ho scritte anche di peggio, cioè ancora più “autorazziste”, come le definisci tu… che devo farci? mainstream ? forse..(puah!), di certo sono un fottuto cinico menippeo apocalittico…

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  3. A proposito di numeri, come si fa a quantificare veramente quanto lavora uno? Ovvero come mai, fine settimana, sono ancora a lavorare? Come mai domani mattina presto quando prenderò il treno, troverò umani rispondere a mail di lavoro, gli stessi che poi mi ritroverò nel treno di ritorno a tarda sera a fare la stessa cosa? Anche i miei studenti che lavorano nei McDonald’s o ristoranti vari mi assicurano che finiscono inevitabilmente per lavorare molto di più di quanto vengono pagati, così come amici e conoscenti che lavorano in diversi campi. Tutti spremuti dal capitale, siamo diventati la nuova e immensa classe proletaria. Amen

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  4. scusa abele, ma il mio punto di vista, credo si sia capito, è sempre quello del piccolo imprenditore, del commerciante, dell’artigiano, insomma del cosiddetto popolo “della partita iva”, questi devono lavorare per forza in orario extra time perché altrimenti non ce la fanno, perché il peso della loro attività è quasi sempre solo sulle loro spalle. infatti, probabilmente a malos è sfuggito un piccolo passaggio del mio testo. nella disputa con gli amici inglesi, dico “io opponevo che loro lavorino fino a venerdi a pranzo, mentre noi sovente ci facciamo il culo fino al sabato pomeriggio”. ed è la realtà, spesso e volentieri anche la domenica. quindi, non credo proprio che i miei connazionali scansino il lavoro, almeno non tutti. poi la satira è satira, ormai sembro un disco rotto…

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  5. capisco benissimo il tuo punto di vista, Paolo. Con il mio commento mettevo in discussione l’attendibilità dei “numeri”, delle statistiche sul lavoro, rifacendomi anche al commento di malos.

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  6. guardate, cari Abele e Paolo, vi voglio bene davvero (Abele lo conosco ormai quasi da una vita, Paolo è una bella testa con una penna al vetriolo come piace a me) e proprio per questo mi costringo a parlare. quando uno scritto non mi convince non lascio quasi mai commenti negativi, preferisco tacere e passare avanti ed evitare di alimentare polemiche. sugli scritti di Paolo ho fatto una eccezione per due motivi: (1) l’auto-razzismo è una sostanza M, per dirla con Philip Dick (a proposito qualcuno ha visto l’ottimo “a scanner darkly” – un oscuro scrutare – di Linklater del 2006?) sulla quale è importantissima una riflessione non emotiva, (2) per come ho conosciuto Paolo attraverso i suoi scritti, sono certo che ha gli strumenti per portare avanti tale riflessione (poi, com’è logico, spetta a lui decidere se vuole farla o meno).
    nello specifico, riporto un’ultima volta alcuni miei pensieri, poi “mi smetto”, perché in questo ha stra-ragione Paolo: non è divertente continuare ad ascoltare “un disco rotto”.
    @Abele: forse è sbagliato concentrarsi così tanto sul “mettere in discussione l’attendibilità dei numeri” e così poco sul mettere in discussione le proprie opinioni/percezioni.
    @Paolo: la tua posizione non è quella “del” piccolo imprenditore, è quella di *un* piccolo imprenditore che parla da “uomo ferito” (per dirla con Ferradini in Teorema). il nord-est pullula di piccoli imprenditori: solo tra le mie amicizie più strette ne conosco bene almeno una ventina e tra essi quelli che la pensano come te sono in netta minoranza. poi, è inutile cercare di mascherare il proprio dolore coprendosi con una foglia di fico: citare il “piccolo passaggio” della disputa con gli amici inglesi non solo è quantitativamente ridicolo (piccolo passaggio vs grandi sbadilate di auto-razzismo), ma o io leggo un altro testo o da tale disputa tu esci *sconfitto*! ovvero il meta-messaggio non è: “ma io non credo proprio che i miei connazionali scansino il lavoro”, bensì “chiunque neghi che gli italiani sono scansafatiche e festaioli panciallaria si sbaglia come *dimostra* il calendario”. da ultimo, mi ha dato da pensare il fatto che hai di nuovo chiamato in causa la “satira” come giustificazione del tuo dire: in realtà la satira è ovviamente solo uno strumento, non giustifica un bel niente, sei tu che decidi verso chi puntare l’arma e colpire. in tal senso, storicamente e correntemente, la satira è l’arma disperata del più debole contro il più forte (per questo la amo): in patica è l’unico grimaldello che i deboli sono autorizzati (talvolta) a brandire per colpire il potere. il fatto che venga rivolta invece contro i perdenti e contro i più deboli, cantando in coro gli stornelli auto-razzisti mainstream *insieme* ai media di proprietà del potere, è quantomeno inquietante.

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  7. Caro malos, ti conosco e ti apprezzo da una vita anche per il tuo spirito libero e ben vengano opinioni discordanti, senza contrasti non si compiono salti creativi. Permettimi comunque di mettere in discussione studi come quelli che hai citato tu, che in base alle ore contrattuali in ogni Paese stabiliscono dove si lavora di più. Vista la precarietà del mondo lavoro, il sistematico sfruttamento a cui, chi più chi meno, viene sottoposto, posso assicurarti benissimo che le 48 ore settimanali di lavoro in Inghilterra non rispecchiano affatto la realtà. Il mio giudizio è basato semplicemente sulla mia esperienza, sul mio spirito di osservazione e il condividere la vita con gli altri.

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    1. ma scusa, Abele, “precarietà” e “sfruttamento” sono caratteristiche tipiche e specifiche del lavoro in Inghilterra o fanno parte del normale modello socioeconomico capitalista e sono presenti più o meno in ugual misura in qualsiasi paese? quindi? non capisco bene cosa vuoi mettere in discussione.

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      1. Caro malos, certo, “precarietà” e “sfruttamento” sono caratteristiche tipiche e specifiche non solo del lavoro in Inghilterra ma di qualsiasi altro paese del modello capitalista . Quello che volevo dire è che serve a poco stabilire quale paese in cui si lavora di più in base alle ore settimanali contrattuali. La realtà è, purtroppo, che molti finiscono per lavorare molte più ore di quelle stabilite. Per non basarmi semplicemente sulla mia percezione, ti riporto un articolo (uno dei tanti) riguardante il mio campo, solo per dare un’idea: https://www.theguardian.com/higher-education-network/2017/jul/14/enough-of-exploiting-academics-now-pay-us-fairly

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  8. e no malos, rispettabilissimo il tuo dissenso ( e come ripeto spesso, c’è tanto da imparare dai tuoi interventi), ma che me la prenda “solo” con i più deboli, no eh… proprio no…
    odio sembrare autoreferenziale, ma sono costretto a citarmi. prendo a caso, fra i tantissimi, ma davvero tanti, pezzi pubblicati negli ultimi anni:

    “Al gran ballo della Leopolda
    nella foga della quadriga
    e del tango figurato
    ba ba ballo disperato
    Pippo ci vado io
    e parlo con un Matteo…”
    (“Al gran ballo della Leopolda” – Edoardo Bennato)

    SALVINI CON FOTO

    Le foto di Matteo Salvini, che gira per Bruxelles in un’atmosfera da “ The day after tomorrow”, stanno facendo il giro del web e alimentano polemiche a non finire sul cinismo e sulla barbarie di certi leaders politici, pronti a cavalcare l’onda di qualsiasi sciagura pur di arraffare qualche voto in più. Salvini, “lo sciacallo di Bruxelles”, come lo definisce Curzio Maltese sull’Huffington Post, si fa immortalare in stucchevoli pose davanti ai luoghi degli attentati e ne approfitta per rinsaldare il patto di ferro con i suoi elettori fondato su una campagna di tolleranza zero nei confronti dei musulmani e degli stranieri in genere. Nella sua battaglia xenofoba, il leader lumbard proclama che è tempo di cacciar fuori dalle balle gli sporchi immigrati dall’ Europa. Facile carpire il consenso quando si parla allo stomaco della gente, quando si vive in un clima di terrore, alimentato, bisogna ammettere, da politiche sulla sicurezza inefficaci da parte dei governi europei. Ma quel che mi viene da chiedere è: chi ha scattato le foto a Salvini, visto che tecnicamente non si tratta di selfies (cioè autoscatti)? Ha preso uno che scappava dal teatro degli attentati ancora con la morte negli occhi e gli ha chiesto di fargli le fotine? Oppure aveva un collaboratore- collaboratrice, che erano pronti a sacrificarsi insieme a lui? Che coraggio! Vorrei sapere chi è lo stoico portaborse. Altra domanda: ma chi veste il Salvini cuor di leone? Si sceglie da sé gli abiti da indossare, presi a caso dalle bancarelle dei mercatini dell’usato la domenica mattina in Brianza, oppure il suo look è studiato per captare la simpatia del ceto medio basso? (“la seconda che hai detto”). Penso: Salvini non va quasi mai al Parlamento Europeo, è uno dei politici più assenti. Proprio il giorno che ha deciso di andarci, succede il finimondo. Salvini, resta in Italia la prossima volta! Altra domanda: se il leghista era in giro per Bruxelles mentre esplodevano le bombe musulmane, chi era seduto al suo posto fra i banchi dell’europarlamento? Magari il suo collega Borghezio, che inneggiava a nuovi forni crematori per tutti i musulmani? Oppure Buonanno, che gridava agli eurodeputati: “siete dei conigli, pavidi tecnocrati, che state qui a ciucciare il calzino mentre il mio leader è fuori a combattere l’isis!”. Salvini, và a ciapà i ratt!

    Marzo 2016

    SUPER MATTEO VS MAGISTRATI

    Dopo che per vent’anni Berlusconi ha ammorbato il clima italiano con la sua solfa sulla magistratura politicizzata, con la sua guerra personale contro i giudici, ecco che il menestrello fiorentino, versione 2.0 del “Cavaliere mascarato”, il bischero Matteo, raccoglie il testimone, riprendendo la tiritera, e ci rifila il beverone, già forzitaliota, correggendolo al “pd tonic”. Il Pinocchio Renzi non ci va nemmeno per il sottile, proprio come faceva il suo “padre spirituale”. Ma è un film dell’orrore? No, ancora peggio, è un porno horror di Joe D’Amato: “Le notti erotiche dei morti viventi”! In un Paese che sguazza nella monnezza, quale può essere la similitudine più efficace per la narrazione ammannita dal suo Premier, se non il trash più trash dei b-movies? Questo potere pornografico, osceno, infatti, opera solo nell’hic et nunc della contingenza, non è quercia forte e tenace, come si illudeva di essere il partito da cui ha preso in consegna l’eredità (Pci-Pds-Ds), è invece un alberello rinsecchito che non ha radici in terra né rami verso il cielo, non trae insegnamenti dal passato né ha una prospettiva di futuro; ma la tradizione e il progresso, l’ieri e il domani, sono presentizzati nella sua omologante democrazia tecnicistica, nel suo confuso modello di modernizzazione del paese. La partita si gioca ora e non se ne giocherà un’altra. Questa è la convinzione dei players renziani, i quali cercano di portare a casa il risultato, con ogni mezzo. Si scapicollano da una parte all’altra del campo, per sgominare l’avversario e intascare una pronta vittoria, cercando di eludere il controllo dell’arbitro. L’emiciclo è il loro campo di gioco, il Parlamento, l’arena in cui i gladiatori piddini sfoderano i loro muscoli, ma anche la passerella sulla quale i belloni e le bellone del nuovo corso mostrano il loro sex appeal. Questi incantatori di serpenti suonano il piffero mentre si arrotolano su se stessi, e la loro seduzione è fatale. Sono veleno e contravveleno, malattia e cura al tempo stesso. “Riforme, riforme, riforme!” è il loro leit motiv. E se la magistratura, che è eroica e benemerita quando arresta gli sporchi mafiosi berlusconiani, soprattutto se puzzolenti meridionali, ci si mette di traverso, allora son guai! Diviene politicizzata e dilagante, straripante, e va arrestata, fermata in qualche modo. “Non è che mentre noi stiamo varando una manovra economica che non si è mai vista in Italia, questi complottisti con la toga hanno pure da ridire!” Cosi pensano Matteo e i suoi boys. “Non è che mentre noi stiamo riformando la Costituzione, qualche pagliaccio con l’ermellino si mette a cavillare, o mentre stiamo firmando contratti che sbloccano miliardi di euro, vedi affare petrolio in Basilicata, questi si inventano che ci sono delle irregolarità e si mettono contro! Ma scherziamo? E che cazzo!” E allora, dagli ai giudici! E il film si ripete. Ma stavolta i cinema sono disertati, magri incassi al botteghino. Anche perché i porno horror, soprattutto quelli “vintage”, oggi uno può guardarli comodamente standosene al pc seduto a casa, o come prodromi, aiutini, a più piacevoli imprese. Così come farà a Palazzo Chigi, un Matteo Renzi in versione bondage presidenziale, mentre col frustino percuote le natiche di una fetish e giubilante (“sì sì sì!!!) Maria Elena “bonazza” Boschi.

    Aprile 2016

    “A RIDATECE CRAXI!”

    Da forcaioli a ipergarantisti. La parabola discendente dei Cinque Stelle è davvero ridicola. Per blindare (fino a quando non si sa) la imbarazzante (ma per nulla imbarazzata) Sindaca di Roma Raggi, il Beppe sparlante cambia lo statuto del movimento e stabilisce che per mandare al rogo qualcuno bisogna attendere prima che la giustizia della Santa Inquisizione grillara (grillina, grillesca, grillasca, grillosca) si sia pronunciata. Il nuovo codice etico del M5S detta tempi e modi e se qualcuno ha qualcosa da ridire viene prontamente silenziato dal leader, e se poi continua, viene cacciato. Chi fa e disfa è sempre e solo lui, il guru: da grillo a camaleonte, per potersi trasformare a piacere, a seconda di dove tiri il vento. La Barbie alla vaccinara Raggi si dice tranquilla, anzi serena, come si professano tutti i furbastri impuniti raggiunti da provvedimenti giudiziari. Secondo il Grillo pensiero, i giornalisti sono tutti pennivendoli e andrebbero ammazzati, gli interventi dei parlamentari devono essere concordati con lo staff e vagliati da Grillo e Casaleggio. Ma che dementi, poveracci! E fra Raggi-ri e congiure, doppiopesismi, purghe grilline, bavagli alla stampa, liste di proscrizione, Diba-ttiti oscurati, e foglie di – Fico cadute, la tragicommedia a cinque stelle è servita.

    Gennaio 2017

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    1. e fai bene a citarti, così recupero buone cose che mi ero perso : )
      la satira politica è sempre un ottimo spunto di riflessione (e di risa). cosa vuoi, in fondo il vero problema è soprattutto che (nel bene e nel male) prima ancora che italiani, politici o altro siamo tutti esseri umani…

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