Intervista Senza Domande ad Annalisa Ciampalini da Le Distrazioni del Viaggio (di Flavio Almerighi).

immagine per flavio

Una sera di fine novembre ti ho incontrato
mentre rincasavo. Pensavo a far finire la giornata,
a come darle una veste di presagio. Poi all’improvviso
ci siamo separati, scaduto il tempo delle nostre proiezioni.
Ho guardato a lungo dalla grande finestra,
attraverso i vetri ho disegnato una storia. Al mattino
riguardo le mie stanze, attendo che qualcosa cambi posto.

La poesia di Annalisa Ciampalini ha il dono della sobrietà e della limpidezza nel dettato, dell’autenticità nell’espressione dei propri pensieri e sentimenti. Apprezzo la grazia e l’onestà, il pudore con cui, partendo dai suoi versi, ha risposto a questa intervista, considerandola alla stregua di una magnifica avventura. Le Distrazioni del Viaggio, uscito nel 2018 per la Samuele Editore, è conferma del suo talento poetico, che ha saputo resistere all’omologazione con cui si tende a livellare verso il basso il talento di chi ne ha, in favore di chi talento non ne ha. Insomma, poesia e basta, e alla vera poesia non si può chiedere altro.

1) Hanno lineamenti che seguono il pensiero.
Il verso appare all’interno di una poesia ispirata da sensazioni e immagini che risalgono al periodo universitario. Erano anni di amicizia e di condivisione, ma anche di disciplina severa e studio accurato. I lineamenti di cui parlo appartenevano a compagne di studio dell’epoca, ma adesso hanno smesso di essere parti di volti riconoscibili. Nel ricordo appaiono lampi di occhi, labbra, ciglia che spiccano a motivo di una bellezza dinamica, di un fulgore acceso da un pensiero alto, per nulla connesso con la vanità delle pose in cui si esalta la perfezione di un volto e una bellezza statica. Le ragazze a cui mi riferisco studiano nell’oscurità: l’oscurità protegge dalla vista degli altri e dai giudizi sulla bellezza del corpo. L’oscurità facilita la concentrazione nello studio, toglie barriere al pensiero. Si tratta di un verso che vuol celebrare i momenti in cui la mente si eleva e prevale sul corpo, lo splendore di un volto trasportato dalla forza di un pensiero che non ha come oggetto la persona stessa ma lo sforzo di capire qualcosa che sta fuori. Quando uno sguardo si illumina perché un ragionamento che da sempre sfuggiva ad un tratto appare chiaro, allora quegli occhi non possono che essere belli. E non conta la loro forma, né il colore, ora essi hanno preso il volo, non sono più solamente parte ornamentale di un volto.

2) Anni d’attesa per un fiore così.
Accade che si scriva una poesia pensando a un’immagine. L’immagine può provenire da un ricordo, e allora attorno ad essa spesso si innestano emozioni, oppure può essere costruita dalla fantasia, pur rivelandosi totalmente verosimile. La poesia che contiene questo verso è stata scritta pensando a un paesaggio che credo non aver mai visto: vi è un lago di piccole dimensioni circondato da basse colline, una natura poco esuberante e sopra, come un’unica coperta, un cielo grigio e uniforme. Un pensiero rivolto a un’immagine abbastanza fissa che mi affascinava, pur non evocando né suoni né profumi. Una tale staticità fa pensare che il tempo non scorra, che niente si trasformi, e sembra anomalo che un oggetto trovi una causa che lo faccia cadere. Eppure succede l’imprevedibile: un sasso cade e colpisce il piccolo lago che da anni se ne sta placido sotto un cielo uniforme. Il sasso, cadendo, perturba la superficie liquida e si formano cerchi concentrici che fanno increspare l’acqua dando vita a una forma cristallina che somiglia a un fiore. Per me, che vivo seguendo le mie direzioni e ignorando la natura del lago, immagino che questo specchio d’acqua abbia atteso per anni che un sasso lo colpisse generando un fiore. Come se il lago facesse mostra di sé aspettando, con fiducia, di essere fecondato.

3) Anche il paesaggio partecipa e muta.
In tutta la silloge il paesaggio è visto come un elemento dinamico e in stretta relazione con l’uomo. L’uomo guarda il paesaggio, lo vive, compie azioni su di esso. Ma il paesaggio non resta passivo in questo processo, perché in un certo senso esso impone la sua forma alla vista dell’uomo che ne rimane affascinato, si interroga sui significati di quelle linee seducenti, sulle trasformazioni che sembrano seguire. La poesia che contiene il verso enunciato trae ispirazione da una persona sconvolta, ferita nei sentimenti. Una persona presumibilmente sola che rispecchia nel paesaggio le proprie emozioni cercandovi una forma di consolazione. Il paesaggio ascolta questa richiesta, si rende partecipe al dolore umano e manifesta la propria risposta cambiando di forma, mutando appunto, creando linee sbilanciate e disarmoniche al fine di evidenziare la non corrispondenza dei sentimenti.

4) in un’area popolata ed eterna.
Ci sono persone che vivono nella convinzione di avere significato solo quando vi sono altre persone a registrarne la presenza. Appena se ne vanno e restano in solitudine, nessuno si ricorderà di loro, nemmeno il luogo che le ha ospitate avrà annotato il loro essere state lì. Non c’è luogo né gruppo di persone che si assumano il compito di formare un’anima per questi esseri umani; viceversa c’è chi lascia ovunque la sua essenza, o meglio, vive con questa convinzione. Sono coloro che se ne vanno e sanno che da qualche c’è un luogo e un fuoco acceso a commemorare la loro assenza. Ho definito il luogo area eterna perché non so vedere la sua origine, né immagino un motivo per cui debba cessare di esistere; esso è un regno di stabilità e continuità. Tale area è popolata, perché serve una presenza di vita per conservare l’anima, o meglio, l’essenza di chi non c’è. Resta da chiedersi se l’essenza sia edificata dalla persona che la possiede o da coloro che le stanno attorno.

5) Come tutto alla fine si somigli.
Questo verso è la chiusa di una poesia in cui si figura un incontro tra donne. Il luogo dell’incontro è scarsamente rintracciabile, come se fosse privo di coordinate, un’esile striscia che esiste per miracolo. È il punto di approdo per quanti cercano riposo e quiete, una meta per chi vuole allontanarsi dalla furia dello scorrere del tempo. E in effetti in questo posto troviamo davvero quiete, una quiete persino eccessiva, al punto di essere fredda. Tutto sembra fermarsi e precipitare verso un equilibrio generale, persino le molecole rallentano il loro costante movimento casuale, rendendo l’aria fredda. In questa stasi che piove dal cielo, la vista si fa meno differenziata, le donne prendono tutte lo stesso nome, le stesse vesti, e piano piano anche le cose tendono a uniformarsi, o almeno, vengono percepite simili. Mentre scrivevo questa poesia mi sono immaginata i momenti che precedono la decisione di appartarsi definitivamente dal mondo, di come l’istinto e le percezioni devono essere resi meno vigorosi, fino a risultare tenui.

6) Devi imparare a vedere la notte.
Il verso vuol parlare a qualcuno che sembra avere una personalità debordante, una presenza che tende a sovrastare quella degli altri. Del mondo percepisce i colori accesi, le immagini sgargianti, non sa riconoscere i fenomeni pacati che scavano piano e alla fine lasciano tracce indelebili. Il verso può anche essere inteso come un’esortazione per molti di noi. Vedere la notte significa spingersi oltre, vivere con la concezione che c’è sempre qualcosa di nascosto e di importante che non consideriamo, a volte solo perché è diventata una consuetudine non badare a certe manifestazioni. La notte rappresenta anche le persone umili, silenziose, quelle che non amano apparire. Coloro che si servono di passaggi minimi e vivono in una piccola sfera, ma in quel loro silenzio denso sanno essere profonde e accorte.

7) Le ore annullate dal viaggio si ricompongono.
Il viaggio, soprattutto quando è importante, può rappresentare una sorta di discontinuità. Di fatto il tempo di un viaggio è composto da tanti istanti, tutti con la caratteristica di essere momenti di passaggio. Di conseguenza può accadere che l’intera durata del tragitto sia assimilabile a un unico momento di transizione. Sto parlando ovviamente di una sensazione soggettiva, ma è abbastanza comune smarrire il senso del tempo durante uno spostamento. In questo verso mi riferisco proprio alla sensazione che ho appena descritto, e immagino che il viaggio abbia il potere di annullare il tempo. Ovviamente il tempo che ci è stato sottratto a causa di questa contrazione non ci viene tolto, perché alla fine i conti devono tornare anche all’interno della nostra mente. Ecco che le ore annullate dal viaggio si ricompongono appena raggiungiamo la nostra destinazione e lì si lasciano vivere.

8) La costa prende vita dagli occhi.
Come ho già detto, il paesaggio, in questa raccolta è spesso pensato e percepito in relazione con l’uomo. A tratti la relazione diventa talmente stretta che uomo e paesaggio si corrispondono pienamente, fino a confondersi l’uno con l’altro. La poesia da cui è tratto il verso prende vita dall’immaginazione. Una persona scrive, presumibilmente in un luogo molto lontano dal mare, ma la lontananza accende ancora di più il desiderio di vederlo. Ma sarebbe poco emozionante e soprattutto inefficace fingere di vedere il mare all’improvviso, magari guardando dalla finestra. L’immaginazione, affinché possa assolvere il compito di emozionarci autenticamente, deve essere usata con sapienza. Prima si immagina un mare lontano, poi lo si vede avanzare, infine l’acqua si avvicina a tal punto da accerchiare la casa, da inondarla con i suoi flutti. Allora, in questo straniamento che si è creato, esiste la costa? Dove è posizionata? Essa risiede dove gli occhi la pongono, non è più un riferimento geografico fisso.

9) L’alto che le mani non arrivano a bucare.
Mente e corpo in questo testo, come anche in altri, sono sentiti separati, non è presente quell’armonia perfetta che tende a unirli. C’è un luogo alto e un luogo basso. Nel primo luogo risiede tutto ciò che è fatto principalmente di spirito, che è impalpabile, nel secondo i corpi dotati di massa, tutto quello che è soggetto a gravità, ma anche altro. Il dolore, ad esempio, predilige i luoghi bassi: pur essendo impalpabile, non definito da materia, esso si insedia nel grembo degli uomini, li fa curvare, guardare a terra. Per le cose fatte di spirito non vale la legge di gravità, sono eccezionali, hanno l’attitudine per il volo, vivono in trasparenza. La mente sta in alto, talmente in alto che non può essere contaminata dal corpo, nemmeno dalle mani. La mente sta lassù, può liberarci dalla pesantezza del corpo, può fare miracoli anche nei territori più bassi.

10) Stanotte il buio è finalmente denso.
Sicuramente il verso è nato pensando alle notti estive vissute in campagna. Quando ero ragazzina, durante l’estate, era consuetudine giocare fuori fino a tardi. A un certo punto, quando nel cielo si era dissolto ogni ricordo del crepuscolo, l’umidità si posava sulle braccia nude e dava la sensazione di essere appiccicosi. Mi sembrava che la notte mi toccasse con le sue mani, come se volesse farmi capire che era presente e palpabile, fatta di materia con una precisa densità. Una densità che, nella mia immaginazione, si avvicina a quella del buio primordiale, un buio remoto ma che resta ancora tra noi. In questo verso il buio è finalmente denso, in modo da far sparire ogni luogo ostile, da inghiottire nel suo ventre scuro tutte le angosce. Una notte così, densa e profonda, ci protegge e ci dona riposo vero.

*

Annalisa Ciampalini è nata a Firenze e vive e lavora a Empoli. Ha studiato matematica all’Università di Pisa, ama la poesia, la natura e la musica. Ha pubblicato tre raccolte di poesie: “L’istante si dilata” (Ibiskos editrice Risolo, 2008) “L’assenza” (Giuliano Ladolfi Editore, 2016) e “Le distrazioni del viaggio” (Samuele Editore, 2018). Suoi contributi si trovano in varie antologie pubblicate da Fara Editore e ha partecipato, insieme ad altri autori, al volume “Pierino Porcospino e l’analista selvaggio”, volume curato da Giancarlo Stoccoro ( ADV Publishing House, 2016)


Una risposta a "Intervista Senza Domande ad Annalisa Ciampalini da Le Distrazioni del Viaggio (di Flavio Almerighi)."

  1. “la mente si eleva e prevale sul corpo” mi ha fatto pensare, per antitesi, alla mente che si abbassa e abbraccia il corpo (essendo molto basso, la distanza è minima e mi riesce facile)…
    : )
    intensa l’uniforme statica dello specchio d’acqua che attende di essere colpito dal sasso (ho sentito e visto le schegge, oltre il fiore, i frantumi delle molecole costrette a riprendere il loro costante movimento casuale).
    davvero bello, infine, quel “devi imparare a vedere la notte”, un verso ambiguo/evocativo nel senso che da un lato sembra esortare a vedere proprio “la notte”, quasi che fosse un’entità fisica tangibile invece di un un’assenza (di luce), mentre dall’altro affina i sensi evocando sensibilità infrarosse.
    (ps: è vero, il buio è denso e “fetale” anche nella campagna umbra della mia infanzia)

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