Irene Sabetta, tre testi da “Inconcludendo” e nota critica di Tarcisio Tarquini.

sabetta_inconcludendo

I VERSI FOSSILI DI IRENE SABETTA
di Tarcisio Tarquini

“Inconcludendo” è il titolo della plaquette poetica di Irene Sabetta ed è anche il titolo del componimento che ne costituisce il centro (almeno nelle intenzioni dell’autrice, a me non pare così certo): una dichiarazione di poetica, la constatazione del punto d’approdo di una ricerca, un ammiccamento rivolto a chi legge per suggerire che altre letture, oltre quella appena conclusa, sono possibili perché ogni poesia è per suo status inconclusa e l’inconcludendo è perciò la condizione necessaria per non placarsi nella compiutezza illusoria di una forma.
Lo nota la prefatrice della pubblicazione (Edizioni EscaMontage), Tiziana Colusso, che parla di camaleontismo, di “uno nessuno e centomila”, di personaggio che si cerca e di una dimensione lirica che rinnova continuamente la sua definizione. Basta scorrere i versi, poesia per poesia senza pause, in flusso continuo, come fossero le strofe di un solo poemetto, per essere costretti a cambiamenti di prospettiva, a salti di andatura, a distensioni – ora ampie, più spesso frantumate – del ritmo, al quale chi legge si affiderebbe volentieri sapendo che per questa via un senso prevarrebbe alla fine sugli altri, smentendo, però, in questo modo, il gioco che resta sotteso – e che è il vero testo poetico con cui confrontarsi e da decifrare – e cioè il rifiuto della conclusione.
Irene, in realtà, ha un’idea di poesia, di stile e di vita da eleggere come simbolo, la confessa in “Emergency” dove, nell’esordio, dice “ mi sembra/di essere in via di estinzione”, e dopo aver passato in rassegna le parti e le fasi della sua scomposizione corporea e psicologica, invoca la solidarietà, o il gioco, o la finzione degli altri per sottrarsi a una dissolvenza, fino a essere tentata – nell’uscita – dal fissarsi nel “benessere del fossile”, che è appunto vita, ma anche scrittura, che ha trovato la sua fissità definitiva, la testimonianza che dell’una e l’altra resta in eredità al futuro, grazie a cui interrogare la storia inconclusa del vivente. Ciò che cerca Irene, dunque, è un verso fossile, è una poesia fossile, testimonianza della consunzione dell’esistenza e del linguaggio, che si condensa in mille figure – nel suo caso in mille forme (i tanti registri e timbri notati dalla Colusso). Quelle che a me paiono le più convincenti le trovo nei componimenti “intimi”, dove è ancora percepibile un calore lontano di vita privata e di lingua (“Albergo”, “Growing Up”, “Incontrosensi per strada”,“Non qui non ora”), sottratto al processo di disseccazione totale che sovrasta tutta la “plaquette”. Ne può nascere una confusione, ma invece da qui trova forza la poetica autentica della poesia di Irene, quella dei “Rammendi invisibili”, titolo della composizione nella quale, secondo me, è racchiusa l’essenza della raccolta, e che forse meglio ne sintetizza il complessivo significato: una ricerca piena di illuminazioni, ognuna delle quali è la lacerazione di un linguaggio e di una vita che si ricompone in un’unità rammendata: una poesia rammendata, come tutte le nostre esistenze e come tutti i linguaggi della nostra contemporaneità (declinati nell’elenco febbrile di “ContemporaneaMente”), ma che si nobilita nell’umile fatica di rammendarli con i sottili fili dello stile.
(18 novembre, 2018)

***

Albergo

Di dentro non dormo più
dacché t’aspetto.
Vieni quando vuoi.
Di sera s’esce sull’asfalto
senza scarpe.
Si accendono le luci.
Mirabili follie e pensieri sani
s’ accasciano nel mezzo
del mio letto.
Su materassi scomodi
di stanze senza tende
posso ospitarti se vuoi
per un secondo.

*

Emergency

Mi sembra
di essere in via di estinzione.
Immobile
a farmi mangiare
dal virus post-moderno
o dalle tossine new age,
non so bene
che nome dare
al mio persecutore famelico.
Forse una droga
oppure una sauna, una tisana
potrebbero rimettermi in sesto.
Rimedi del passato…
Secrezione abnorme
di succhi gastrici
a loro volta espulsi
malamente assieme all’inutile sé.
Voi, cari amici,
Persone dal cuore grande,
Non lasciate che io scompaia.
Organizzate una campagna
o una raccolta di firme
o uno spettacolo di beneficenza,
una vendita di cianfrusaglie all’aperto
o un coro gospel
in favore di chi lotta per la sopravvivenza.
Sostenete la battaglia morale
di un fegato che reclama le sue funzioni.
Di una colonna vertebrale che vuole riconquistare la posizione eretta.
Di un intestino che chiede più ore di riposo…
Sto proteggendo
Il mio stomaco da me stessa
E vado ancora chiedendo aiuto!
Vergogna della razza!
In finale di partita,
potrei sempre tentare il benessere del fossile!

30 marzo 2004

*

Growing up

Voltare pagina
accovacciata nell’odore di muffa
sotto il lavandino assieme alle patate
rovesciare i giorni come calzini
la mattina e la notte restare
al buio sotto il lavandino
con l’odore di muffa che sale
nei tubi del naso intasato.
Tenersi le ginocchia con le braccia
sotto il lavandino e restare
in silenzio fino al sopraggiungere
di altro silenzio e di altro buio
ad avvolgerci le gambe e i tubi
intasati mentre il lavandino
svolge da secoli la sua funzione
di nasconderci sotto, con le braccia
attorno alle ginocchia e la puzza di muffa
e le narici intasate e tutto il resto.

***

Irene Sabetta vive ad Alatri dove insegna inglese al liceo. Ha pubblicato, per FrancoAngeli, un saggio all’interno del libro La mediazione scolastica. Scrive poesie e molte di esse sono presenti in antologie curate da vari editori come Perrone lab, Aletti, Poetikanten, Il Foglio Clandestino, Pagine. Nel 2015, si è classificata prima al concorso Augusto Tacca e, nel 2017, è stata finalista al Festival della Lentezza con un racconto breve e al premio letterario Don Luigi Di Liegro. La casa editrice Lietocolle ha scelto alcune sue poesie per l’Antologia iPoet 2018 e per l’ Agenda poetica Il segreto delle fragole. Recentemente ha pubblicato una plaquette dal titolo Inconcludendo con l’editore Escamontage. Suoi testi sparsi si trovano sulla rete.


Una risposta a "Irene Sabetta, tre testi da “Inconcludendo” e nota critica di Tarcisio Tarquini."

  1. davvero deliziosa la declinazione più ondivaga che inconcludente delle liriche, anche se, tengo a precisare che dal mio basso punto di vista, l’inconcludenza è comunque segno di saggezza… d’istinto mi verrebbe da associarla alla percezione di un’impossibilità organica, in doppio senso, rispetto ad un approccio sistematico al linguaggio poetico (e dunque all’esistenza)… sì, insomma mille volte meglio Schopenhauer di Hegel, tanto per fare qualche nome
    : )
    ma sto divagando (chiedo venia). innanzitutto credo sia doveroso chiosare che se il recensore ha sentito il bisogno di “rammendi invisibili” all’affabulazione poetica dell’autrice, il disegno complessivo dell’opera parrebbe essere stato particolarmente efficace nel comunicare l’inconcludente smarrimento di cui al titolo della plaquette. perché, dunque, sorge spontanea la domanda, cedere all’umana tentazione di un rammendo che potrebbe risultare rammendàce? lasciamoci piuttosto ospitare dalla poesia “per un secondo” (a proposito, tutte le poesie che finiscono con “per un secondo” – ne scissi una anch’io tempo fa – non possono che giungere a conclusione “per un secondo” (fine), che forse è quello di lasciare spazio ad altro). non a caso “albergo” mi spinge ad immaginare che la voce narrante attenda non tanto una persona fisica, quanto l’ispirazione (poetica), il lampo di luce di un secondo in mezzo a un garbuglio (garbuio?) di “mirabili follie e pensieri sani” accasciati su un materasso in dormiveglia, ma chissà.
    potentissimo, poi, nella seconda lirica il verso “non lasciate che io scompaia” di nuovo con l’autrice secernente “verba volant”, da cui l’inquietante successivo (vano) tentativo dell’io poetico di proteggere la propria esistenza da se stessa, ovvero dall’eutana(poe)sia. “sono fragile, sfuggente, frammentaria, inconcludente!” pare gridare, colma di un’umanità tanto profonda quanto fugace, che non so, davvero non so, se il fossile di carta possa riuscire a segnare un punto a favore (della sopravvivenza).
    nell’ultima lirica, mi pare centrale l’idea dei tubi (ma forse non capisco un tubo). la simbiosi che si crea tra i tubi sotto il lavandino e i tubi del naso è una sorta di mistica comunione tra materia vivente – la parola – e a materia inanimata (anche qui non immune al richiamo cartaceo, in incipit). il rannicchiarsi in posizione fetale e l’odore di muffa delineano una dimensione olfattiva quasi primordiale che diventa loop autistico (muffa muffa muffa, lavandino lavandino lavandino lavandino, sotto sotto sotto sotto, intasato intasati intasate) e che finisce per confutare financo l’ipotesi di un breve tentativo di svolta iniziale (voltare pagina) nonché di “growing up”. dunque, di nuovo, consapevolezza (qui sofferta) dell’assenza di qualsiasi prospettiva ordinata e lineare delle cose, tanto da diventare poesia che non ha fine e non ha un fine (non conduce in un altrove, non nasconde, ma ci culla… sotto il lavandino).
    complimenti alla forza evocativa e al coraggio dell’autrice.

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