Ricordando le Fosse Ardeatine – Corrado Govoni, “Aladino” (di Giancarlo Locarno)

Aladino Govoni
Corrado Govoni

 

Aladino Govoni, figlio del poeta Corrado, era un ufficiale dei granatieri addetti alla difesa di Roma, insignito di medaglia d’oro alla memoria; dopo l’otto settembre  1943 si unisce al gruppo partigiano “Bandiera rossa”, un gruppo comunista, però antagonista del Partito Comunista Italiano, viene catturato per la denuncia di un infiltrato, “il tenente Marini” , che in realtà era Mauro de Mauri, un collaboratore delle SS, così riporta una nota alla fine del volume  (al processo il De Mauri venne però assolto).

Viene imprigionato e torturato nella sede della polizia tedesca in via Tasso, ed è uno dei primi ad essere ucciso dalla barbarie di Kappler alle fosse ardeatine.

Corrado Govoni, poeta futurista crepuscolare, che per tirare a campare, e ricavarci qualche lavoro in qualche ufficio ministeriale, come peraltro in tanti allora erano costretti a fare, arrivò persino ad adulare Mussolini con il “Poemetto in lode a Mussolini (1937)”.

Con la morte del figlio però le cose cambiano, il vecchio poeta si trasforma in vendicatore, le vecchie suppliche al duce diventano invettive.

Govoni scrive un primo poema  “La Fossa Carnaia Ardeatina”  di 26 pagine, pubblicato nelmaggio 1944 e per le edizioni del Movimento Comunista d’Italia.

Nel 1946  pubblica Aladino  da Arnoldo Mondadori, una raccolta di 104 poesie che approfondiscono il tema scavando nel proprio dolore  estraendo tutta la gamme dei sentimenti umani.

Il dolore, progressivamente, da famigliare diventa storico:

“l’Italia governata da vigliacchi, imboscati e disertori”

“ Il vile che gettò la bomba nera di via Rasella”

e alla fine anche cosmico:

“per l’infinito andrà disseminato
come un fior di soffione lo stellato”

e religioso, per la delusione di aver incontrato un Dio indifferente se non malevolo:

“Io non posso chiedere nulla a Dio
né agli uomini perché mi hanno tolto tutto”.

Una sola preghiera però c’è, e sono gli ultimi tre versi della chiusa (CIV).

Dal volume, che ho letto con pietà e partecipazione paterna, ho scelto nove poesie che mi sembrano rappresentative di tutto questo scorrere di sentimenti, dolore, desiderio di giustizia ma anche di vendetta.

 

Aladino
Lamento su mio figlio morto

ai trecentotrentacinque
miserandi e gloriosi martiri insepolti
e invendicati della Fossa Carnaia Ardeatina
con cuore paterno e fraterno
dedico

I

La prima volta che venni alla Fossa,
fu un mattino di maggio tutto spighe
e usignuoli ubriachi. L’atrio fresco
era solo piantato dei fioretti
con cui fanno i bambini i lor giardini
tra le case dei poveri, in ginocchio.
In alto sulla frana, tra i ritratti
palpitava la lucciola di un lume
davanti al cuore dell’addolorata.
Possibile , pensai, che se mio figlio
fosse a un passo da me, lì, assassinato,
non mi darebbe il sangue un mortal tuffo?
Che non mi scorrerebbero da sé
le lagrime, accecandomi? Pregai.
Chiamai per nome la mia creatura.
Mi rispose il silenzio. ”Non è qui!”
Fuori, che festa di turchino sole!
Che fascia di papaveri tremava
al vento, indifferentemente gaia,
sulla tua fronte , o gran Fossa Carnaia!

II

Sono stati tutti deportati. E’ un trucco
per spaventare Roma. “State buoni!
Lasciatevi affamare e torturare,
se no tutti – kaput!” Dall’atrio fresco,
al mio entrare due grigi forasiepi
s’inseguiron cantando dolcemente
per l’apertura della mina esterna.
Lì, dietro il crollo, c’eran solo gli angeli
che indicavano, zittendosi l’idillio.
Invece c’era la carneficina
Orrenda, lì a due passi. E fu compiuta
senza che voce di prete o di re
s’alzasse a gridar : “Guai, barbaro, a te!”

XVII

Le stagioni del cielo e della terra
coi loro prati di stelle e i lor stellati
di marcescenti fiori, or che l’incanto
è rotto  dalla tragica tua morte,
non sono più per me che un giuoco idiota
di ingenui specchi. Opaca verminaia
l’ignuda umanità, e l’orgogliosa arte
una mania di bimbi nati vecchi.
Ma se un ente supremo mi colpì
innocente per beffa, in eterno
morderà il cuore al creator maligno
la smorfia atroce del mio umano ghigno.

XXX

Prima di fare con la radio il pane
che la libera Italia governata
da vigliacchi imboscati e disertori
ferocemente ora mi nega; il disco
“O sole mio!” cantato da Caruso
suonai più volte. Inorridita
tua madre (ma in cuor suo mi ringraziava
di così folle mia spensieratezza!)
implorava di chiudere la porta.
La dolce creatura non sapeva
(ella ancora non sa) quanto bisogno
io avessi di sfasciarmi in pianto amaro.
Era il disco che tu ascoltavi sempre
pallido  di emozione, ad occhi chiusi,
bevendo la divina melodia
lì seduto al mio tavolo; giurando
entusiasta che mai la nostra gente
non conobbe espressione più potente
del suo fuoco interiore, odio ed amore,
di quella immortal voce. “O sole mio!”
ora non sta più in fronte a te. Schiacciato
ora sta contro terra e appesta l’aria,
come un fungaccio sopra la tua Fossa.

XLVI

Il vile che gettò la bomba nera
di via Rasella, e fuggì come una lepre,
sapeva troppo bene quale strage
tra i detenuti da Regina Coeli
a via Tasso, il tedesco ordinerebbe
di mandante e sicario unica mira.
Chi fu l’anima nera della bomba?
Fu Bonomi, o Togliatti? O fu Badoglio?
Tacciono i vili. In gola han l’osso orrendo
della Fossa Carnaia Ardeatina
di traverso: non va né in su né in giù.
Chiunque sia il colpevole, in eterno
tutto quel sangue il freddo cuor gli schiacci,
accecandolo come un’ossessione
scarlatta di funerei rosolacci.

XLVII

Che cosa fece Roma pei suoi martiri?
Il Re in fuga, restò in collegamento
telefonico il Papa con la Fossa
finché l’ultimo ostaggio fu sgozzato,
pur lui sarà impiccato per i piedi
come il complice infame Mussolini
che ci inviò la divina provvidenza.
Il tedesco nascose la sua strage
e ci ghignò su, macabro, tremando,
Roma ignorò gli eroi, ancora più tremando,
ed or vorrebbe disarmarli morti:
gli eroi pesan sul cuore a troppa gente!
gran puttana dell’Apocalisse
dalle sette mammelle insanguinate,
che tu sia per sempre maledetta!
Dovevam noi lasciare i bianchi denti
Nei tuoi lerci capezzoli di lupa?
La prima fu mia madre:  quella santa!
Fu il secondo mio figlio: quell’eroe!
Sia l’ultimo io, tuo odiatore a morte!
Generata dal bieco fratricidio
come la stessa caina umanità;
poiché cessò per te l’unica gloria
d’esser saccheggiata arsa distrutta;
che il maledetto nome tuo in eterno
duri soltanto per la tua viltà.

LII

Vorrei pregare; ma pregare è chiedere.
Io non posso più chiedere nulla a Dio
né agli uomini, perché mi hanno tolto tutto.
Traditori e assassini più crudeli
non conobbi. Non posso più invocare
una morte più morte, fredda e barbara,
di quella che ora vivo e muoio, lenta
come uno stillicidio di supplizio,
morto alla vita e vivo per morire.
Vorrei pregare; ma pregare è credere.
Non credo più agli uomini né a Dio;
e il pregare mi sembra una bestemmia.

XC

Se l’universo uscì dal nulla cieco
come un furioso fuoco sprigionando
soli a milioni dalla sua lussuria,
come appare sicuro alla ragione,
con la facilità che le scintille
sprizza il battuto incandescente ferro;
anche per lui verrà la sua stagione
nel volgere del tempo: allorché spenta
quella sua foia che ci sembra eterna
solo perché si svolge così lenta,
per l’infinito andrà disseminato
come un fior di soffione lo stellato.

CIV

Dio, o forza misteriosa del creato,
al cui cenno obbedisce l’elettrone
come la nebulosa col trilione
dei suoi soli giganti; se potere
non hai di ricongiungermi a mio figlio
in carne e ossa come nato d’uomo;
e con me la mia donna e gli altri figli,
e con essi mia madre che li amò
dividendo con noi strettezze e lutti;
condannami a perpetua oscurità,
disperdimi, distruggimi ed annullami!
Non destinar ad altro regno e genere
ed ordine una briciola invisibile
dell’infelice argilla che fui io!
Sarei un servo infido e traditore:
dovunque porterei la ribellione
e la guerra crudele; come fiore
così spini sarei che la tua luce
sarebbe da me punta a sangue; soffio,
sarei solo fetore ed infezione;
peso morto, se pietra, ed oppressione.
Non sprecare il tuo genio creatore;
distruggimi, disperdimi ed annientami!
E se presso di te la poesia
merita un premio, questo solo ti chiedo:
niente ritorni al niente, e così sia!


Una risposta a "Ricordando le Fosse Ardeatine – Corrado Govoni, “Aladino” (di Giancarlo Locarno)"

  1. Complimenti per l’articolo e la scelta dal poemetto. Govoni, uno dei grandi del ‘900, è stato tuttavia misconosciuto e poco considerato. Anche l’editoria contemporanea lo ha penalizzato, probabilmente non considerandolo un autore che potesse suscitare sufficiente interesse. Anche se la sua produzione più importante secondo me si ha entro i primi anni 20, il poema per il figlio è qualcosa di sconvolgente: un urlo di dolore che non ha fine, la consapevolezza che il mondo si è spezzato per sempre e che tutto è finito.
    Grazie per aver portato questa testimonianza di un poeta che, ripeto, considero tra le vette della poesia del ‘900. Ho anche aperto un blog, a suo tempo , con una sessantina di sue poesie commentate e analizzate, ma è quasi un anno che non lo porto avanti per varie ragioni, anche se spero di poterlo continuare per omaggiare questo grande poeta.

    Mi piace

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