Giancarlo Locarno: Tre poesie

G. Locarno - Eterno ritorno
G. Locarno – Eterno ritorno

 

Aba, l’hai trovato l’abitacolo perfetto
nel cabanon di Le Corbusier
lì dentro, con le mani come stragli sulle orecchie
si può meditare.
Fuori formicolandia, in cammino sui “sempiterni calli”
tracciati da quel tram meneghino di un pallore così lepido
quasi uno zelatore postribolare.
Serena ti vedo e lieta
nell’intimità classica
in tema tu celi e assicuri
nel grecizzare le barbarie
mestando i bocconi di neve di un tempo rubato
alla cartastraccia di quinta diminuita
per un ipotetico terzo suono.
Certi vuoti stanno aspettando un vivente divieto
una caliptra, per celare il lento autunnare di noi tetti rimorti
alla campana delle caserme accanto.
Basta lo specchio del mio newtoniano
per osservare i crateri della luna
il deserto perfetto
il fascino totemico
qualcosa di secco e amaro che arriva lento
dopo il ronfio ialino della grandine
che ci furò per sempre
e una nuova malinconia
fondata sulle cadenze.

Cigni a Varallo

Fossero tutti come questa brughiera
dietro l’aeroporto e pronti a spiccare il volo
al primo agguato della città.

Ma rampolla la mala striscia del bianco nebbia
fra i lentischi alla salita dei gradini invernali.
In albis, davanti a una platea di cellule vecchie
si ridicolizzano i miei umbratili presagi
in cavatine per fanelli.

Nelle case, schiodata l’asse sulla porta
i poveri ungheresi a caccia di siluri
per le mense dell’est
non trovano nessun pane nella madia.
La pertica affonda alla rada dei cigni
nella piccola baia dell’approdo.

I cigni a Varallo sono cattivi
uccidono per un pane sbriciolato nel verde
possono inseguire un gatto o un bambino
poi si alzano in volo col collo teso
dentro la macchina del rallentatore
e vengono lasciati così, obliqui, a trapassare gli strati
che allungano i cieli degli antichi
in un pensiero malinconico
che non s’incarnerà.

Semplice

Dalle centrali turrite coi mattoni a vista
guarda le sale macchina e i corridoi prigione

può darsi ne nasca un’idea sconosciuta
che possa rendere il chiostro che gira nelle cose a questi cieli.

So che diserterà domani l’origine mozza delle ali
questa specie è nata per specchiarsi al niente e sgridare la sera
abitatrice di un tempo ombrato tra due battiti
probatori di quell’inconsolabile swing:
il mio mormorio di padre
non si ritiene ancora un deserto invalicabile, o il teleavviso
di una scienza meno esatta
o un desolato trovarobe
per talent-scout di ruderi tantrici.

Mi sciolgo
dall’automatismo dello scatto ai levatoi
(virgoleggiano le rondini per sbaldire un festevole sfriso amaro)
dal fischio di merlo dei motori.
Deambulo in horto tra gli oggetti Messier
un triangolo trovabile, un elettrodo lontano
i tessili grovigli di rovi e cavi di reti
fibre di ganci per specole di lune.
Tutti hanno un posto dove andare
e dei preliminari formali.
Nei passi lenti si incespica
in un gazebo cinerario, in un narvalo risorto
per cullare il “gibiléri” di questa regressione canonicale
come noi priva di vocazioni.

Ma la novità è semplice.


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