Giacomo Sferlazzo: Marinmenzu

La raccolta fondi per MARINMENZU, il nuovo album di Giacomo Sferlazzo:

 

In questi anni ho autoprodotto la maggior parte dei i miei lavori ma ho sempre trovato sulla mia strada tante persone che hanno creduto in quello che stavo facendo e mi hanno sostenuto anche economicamente. Non voglio parlare qui delle difficoltà con cui chi produce musica si deve confrontare quotidianamente, non perché non sia un argomento importante ma perché la mia urgenza è superare queste difficoltà. Uno dei modi per continuare a produrre CD è questo che vi propongo ovvero pre-acquistare il nuovo album, acquistare i CD precedenti o un mio concerto. Certo ci vuole fiducia perché nessuno sa come alla fine sarà MARINMENZU ma alcune cose posso dirvele:

continua su https://www.produzionidalbasso.com/project/marinmenzu-il-nuovo-album-di-giacomo-sferlazzo/

Giacomo Sferlazzo


Una risposta a "Giacomo Sferlazzo: Marinmenzu"

  1. plauso incondizionato a tutte le opere artistiche “prodotte dal basso”, indipendentemente dal fatto che i miei gusti musicali propendano decisamente più per l’oltreoceano che per il marinmenzu.
    : )
    mi rincuora che ancora sopravviva (seppure a stento) un modo di fare musica “impegnato” che non chini il capo e non scenda a patti con le *grandi opportunità* offerte dal mondomercato del pensiero cosm’etico… quindi complimenti a Giacomo Sferlazzo.
    però, se posso permettermi, per quanto “simbolicamente” evocativa, l’immagine della donna palestinese che abbraccia disperata un ulivo “per difenderlo dai soldati israeliani” comunica una teatralità che mi ha fatto un po’ sorridere (chiedo venia…). meno cinematografico indubbiamente, ma forse più eloquente, sarebbe il volto straziato di Zineb Redouane, 80 anni, morta l’anno scorso mentre cercava di chiudere le finestre di casa sua a Marsiglia, colpita in faccia da un lacrimogeno sparato dalla polizia francese. non so… è che ho questa fissa di domandarmi se davvero nel 2019 la sopraffazione/dittatura più insidiosa sia quella che agisce “manu militari” o quella economica. ho la sensazione che le milizie al servizio del novello potere tecnocratico (ovvero dell’élite finanziaria internazionale) non siano soldati e carri armati, bensì truppe anti-sommossa e politiche economiche colonialiste/mercantiliste/di austerità, con annesse armi di *migrazione* di massa…
    quindi, se la battaglia sociale e umanitaria che stiamo combattendo insieme come “artisti” (siamo sicuramente dalla stessa parte della barricata) è contro il potere spietato del capitalismo finanziario liberista e globalizzatore, la cosa più importante potrebbe essere – per dirla con la millenaria saggezza cinese – di non fermarsi solo al dito, quando questo indica la luna.
    ad esempio, non mi stancherò mai di ripetere che le voci dei migranti nei centri di smistamento libici o le immagini dei migranti affogati rischiano di essere quanto di più assimilabile al “dito”. è naturale che la presa emotiva di un essere umano che soffre e muore sia grande e non a caso la narrazione emotiva dei media ci martella in tal senso (in primis scegliendo ad arte le parole, tipo ricorrendo all’uso, storicamente e linguisticamente ridicolo, della parola “lager”, abbreviazione di konzentrationslagerlager, termine tedesco che identificava i campi di sterminio, che, buon dio, erano tutt’altra cosa…). la domanda è: riusciamo a fare in modo che l’impatto emotivo della tragedia e del senso di colpa non ci impedisca di vedere la “luna”? “luna” che, che ovviamente non è Salveenee, Orban, o gli italiani fasceestee…
    in questa realtà parcellizzata post-moderna fatta di un eterno presente privo di continuum temporale, riusciamo ancora a guardarci indietro e a riconoscere le *cause* storiche di eventi che hanno immensi impatti sociali e umani? è assai difficile, se non impossibile, scongiurare povertà e migrazioni di massa se non riusciamo a comprenderne le cause di politica macroeconomica che stanno a monte di tali tragedie umane…
    intendo, finché l’artista inquadra i centri di smistamento libico o il migrante affogato, siamo fermi al punto di partenza e Marx e Keynes sono passati invano. per fortuna, nelle parole di Michelangelo Severgnini su Internazionale mi è sembrato di scorgere una qualche consapevolezza della “luna”. ad esempio quando dice:
    “La questione dell’evacuazione dei migranti dalla Libia non è stata messa al centro del dibattito in Italia. Tutti hanno preferito tornare ai soliti discorsi, ‘aprite i porti’, ‘no ai respingimenti’, ‘no ai rimpatri in Libia’, eccetera. Ancora una volta tutto resta contenuto entro l’orizzonte della traversata via mare. La Libia è solo l’anticamera del luogo in cui si consuma il rito sacrificale del salvataggio o annegamento, in cui l’homo europaeus si manifesta nelle forme che preferisce, come salvatore o sterminatore: da una parte la capitana Carola, dall’altra il capitano Salvini. Il marchio è uno solo, la trama sempre la stessa. Serve solo a tenere occupate le menti della gente mentre la realtà sfugge di mano”
    e ancora:
    “I gommoni sgonfi su cui sono caricati i migranti in partenza dalla Libia non raggiungeranno mai da soli le coste italiane e affonderanno prima (mentre molti dei migranti sono convinti di poter raggiungere comunque le coste italiane, perché è quello che gli dicono i libici!). Perciò non possiamo parlare di naufragi e naufraghi, ma di tentati omicidi e sopravvissuti. Pur astenendomi da qualsiasi ovvia considerazione sui meriti dei salvataggi in mare, la battaglia in corso riguarda un migrante su 140 di quelli che si trovano in Libia. La risposta storica che siamo costretti a elaborare dunque va molto oltre la questione dei salvataggi in mare. Il campo di battaglia non si trova lì. I migranti non dovrebbero trovarsi lì, in alto mare, su dei gommoni sgonfi. Collocare esseri umani su pezzi di plastica che si deformano e affondano dopo poche ore è un reato e quelli che pensano che i salvataggi in mare possano essere una soluzione alla crisi dei migranti in Libia lo fanno basando il loro ragionamento su un reato. In quanto reato, questo fenomeno dovrebbe essere fermato e non santificato”.
    spero dunque che, partendo dalle parole di Michelangelo Severgnini (“la risposta storica che siamo costretti a elaborare va molto oltre la questione” Libia), “Marinmenzu” sappia *anche* andare a ritroso nel tempo e nello spazio tra “le macerie della storia”, perché è vitale che aumenti la consapevolezza che la Libia “è solo l’anticamera” di un sistema di depredazione economica vecchio di secoli e affinato negli ultimi decenni di dittatura finanziaria internazionale sotto l’egida di IMF, franco CFA e compagnia bella. e che nulla potrà mai cambiare se non cambieranno le politiche economiche internazionali (debito, sfruttamento, deindustrializzazione) che continuano a impoverire l’Africa e i popoli del mondo intero (mentre la ricchezza globale si concentra sempre più in poche, pochissime mani, vedasi i dati Oxfam)…
    un abbraccio e tieni duro, perché come disse zio John, è quando il gioco si fa duro che i duri entrano in gioco.
    : )

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