Maurizio Manzo: Divoc

DIVOC

passaggi, by m. manzo

1

Non ho ancora capito il suono che mi rincorre più di ogni altro e alimenta buona parte dei riflessi che si scambiano i vetri delle finestre.

Non ho capito diverse cose e guardo tutto come se fosse la prima volta.

L’altro giorno guardavo la chiave di casa poco prima di infilarla nella serratura, e sembrava dirmi che se l’avessi inserita si sarebbe sciolta come cioccolato sul palato; ho rischiato girato la chiave e per fortuna non si è formato nessun budino, sono entrato e ho guardato la casa attentamente.

Apparentemente sembra strano e altri si sarebbero già preoccupati, ma io attribuisco tutto allo sbalordimento o meglio all’attenzione, così mi è sembrato più bello il mobile che c’è nell’ingresso dove appoggio le cose che mi appesantiscono; è lungo un metro e ottanta alto settanta profondo quaranta di colore bordò coi profili beige e delle antine scorrevoli che forse non ho mai fatto scorrere.

Qui a sinistra dell’andito c’è l’angolo cottura il soggiorno, attinente il salone e la vetrata che porta sulla terrazza, a destra ci sono ripostigli a muro e la stanza dei miei genitori e se vado dritto vedete dove riposo. Da un po’ di tempo non riposo che in un certo modo, dormo appeso per i piedi con la testa in giù, mi aiuta a sopportare gli odori e riesco a smettere di pensare.

Questo mese ho compiuto diciannove anni,  i miei genitori hanno provato gioia, a me è parsa troppa perché hanno perso il respiro entrambi quasi nello stesso momento; loro hanno tanti anni e mentre attraversavo la città pensavo al perché  mi hanno chiamato Divoc, fu un omaggio allo sceneggiato televisivo Vidocq, ma senza troppa evidenza.

Oggi c’è stato bel tempo e poco prima d’essere rincorso da quel suono che non capisco, che mi spinge verso casa, ho fiancheggiato la recinzione del parco, vedevo i rombi della reticella riempirsi di verde e marrone con sfumature rossicce; accelero il passo ma mi incolla al marciapiede la solitudine di un contenitore di rifiuti  appeso a un palo, con adesivi di ogni tipo strappati di cui resta solo la colla glitterata di fumo nero, così pieno da chissà quanto tempo da sembrare inutile.

Lo stabile dove vivo ha cento e passa anni, ha un portone enorme e anche se da bambino mi sembrava più grande, tuttora mi rende piccolo; sopra il portone ci sono tre angeli tremendi e uno stemma di cui non mi sono mai interessato. Sulle scale incontro la signora Angela che mi chiede di portare i suoi saluti a mia madre e poi aggiunge: bisognerà avvisare qualcuno, non la senti questa puzza in tutto il palazzo, Divoc?

Mi trattengo poco con la signora Angela che continua a parlare, e c’è qualcosa che ci sposta, l’odore che non si vede azzera lo spazio, comprime la luce negli angoli, sperpera le ipotesi.

2

Oggi mi sono svegliato presto e la luce che appare prepotente sembra di un clima fuori stagione. C’è un ronzare insistente e tanto troppo silenzio che mi porta a uscire di casa.

Ho sceso le scale di corsa in modo da non essere visto e dovermi fermare con qualcuno, ma davanti al portone si è bloccata un’autoambulanza; un barelliere mi si avvicina e mi chiede a che piano si trova la signora Angela Cadoni, è molto urgente.

La sua voce assomiglia alla sirena che ora lampeggia soltanto.

La signora Angela sta un piano sopra il mio, al terzo, ma cosa è successo?

Non respira!, mi risponde agitato il volontario e con un collega si infilano con la barella e lo stropiccio delle divise nel portone e su per le scale verso l’appartamento della signora Angela.

L’avevo lasciata l’altro giorno con un abbraccio mentre continuava a chiedermi di mia madre e io guardavo il pavimento di marmo dell’atrio che mi sembrava più lucido del solito.

I barellieri salgono e si tappano il naso; dopo un po’ scendono lentamente trasportando la signora Angela, la osservo da dietro uno dei pilastri che ci sono nell’androne; è come morta e si vedono i brividi intorno a lei turbare l’aria. Mi allontano lentamente e penso a quello sguardo come asciugato dal troppo cercare aria.

Mentre percorro viale Umberto, ho la sensazione di insistere con lo sguardo su alcune persone, poi penso che sarei potuto uscire in bicicletta e sospendere ogni tanto la pedalata, sentire l’aria impattare sui raggi dei cerchi, che finalmente incontro Tiziana che mi presenta sua nonna, nonna Enrica, ottantadue anni ma ne dimostra meno, ha gli occhi strani sembrano quasi bianchi, poi li osservi meglio e ti accorgi che sono celeste chiarissimo.

È molto gentile, nonna Enrica, mi abbraccia e bacia come se mi conoscesse da sempre. Tiziana arrossisce, anche lei ha gli occhi chiari e quando si imbarazza è come se cambiassero colore, invece quando sorride le brillano. Quest’anno è di maturità, studia al liceo classico Sermonti, mi parla spesso di Lucrezio e di Ovidio e dei desideri degli Dei; sembriamo felici e con qualche senso, però le abbandono lì che osservano le loro ombre, sembra mi basti così poco, che mi guardino mentre vado via con qualche domanda che non riesce a venire fuori.


3 risposte a "Maurizio Manzo: Divoc"

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