Maurizio Manzo: Divoc (5 e 6)

Notte e finestre by M. Manzo

DIVOC

5

Le televisioni hanno parlato tutto il giorno dei tre ragazzi morti ammazzati. Uno di loro, Antonio Casti, giocava bene a calcio e avrebbe dovuto esordire in serie A di lì a poco.

Si è fatto buio e la città per un attimo si è confusa con il deserto, avvolta dalla nebbia e dal silenzio. Qualcuno dice che sono la stessa cosa e che subiscono entrambi qualsiasi soffio.

Con il buio non ho acceso le luci. Dalle finestre entra la luce dei lampioni. Uno è proprio a fianco del balcone e ogni tanto si spegne per due minuti e sembrano tantissimi, guardo la stanza del salone e sembra esserci uno stato di oscura serenità.

Apro la porta d’ingresso e come esco si accende la luce del pianerottolo. Da tutti gli appartamenti sembra arrivare la stessa musica, è la sigla del telegiornale della prima serata. Dal primo piano la musica arriva appena più forte, si sente in modo chiaro la conduttrice che legge i titoli principali.

Il signor Andrea ha lasciato la porta lievemente aperta e ha il volume della tv altissimo. Non capisco e neanche ci penso o cerco di spiegarmi il motivo, ma entro dentro l’appartamento in silenzio, come di soppiatto e chiudo la porta alle spalle.

L’atrio dell’appartamento ha la carta da parati alle pareti, che riporta nei disegni un bosco che si ripete nelle varie stagioni. Ci sono delle cornici appese, non molto grandi, con delle foto di ogive di proiettili, sono tante che formano come una linea lungo l’andito.

Il corridoio è stretto e gli alberi raffigurati sulle pareti creano un movimento labirintico; a metà percorso mi bloccano alcune delle foto appese, che anziché raffigurare proiettili riproducono delle ossa con delle pallottole conficcate, e in una c’è la fronte di un uomo con un proiettile che spunta dalla pelle.

Andrea Mura, funzionario di banca per quarantacinque anni, vive solo perché non sa spiegarsi alcuni sentimenti umani. Mio padre ha sempre detto: “il signor Andrea non ha certi atteggiamenti per compiere atti di cattiveria, è cattivo per natura, e quindi è in buona fede.”

Alla fine dell’ingresso, appoggiato alla parete, c’è una consolle completamente in vetro con sopra una targa apparentemente in oro che attira l’attenzione e ti porta a leggere: Per la coerenza e correttezza mostrata nel tempo/senza operare disparità e avere perseguito il record di 1000 teste fatte SALTARE! I tuoi colleghi.

Come finisco di leggere la motivazione incisa sulla targa, sollevo lo sguardo e mi accorgo dello specchio sopra il mobile con una forma asimmetrica simile a un fulmine slabbrato, e vedo il mio sgomento che mi ricorda che sono lì segretamente per chissà quale ragione; l’audio del televisore mi investe e spingo la porta, sul lato destro dell’andito, già leggermente aperta, vedo il salone e in fondo la tv, ci sono divani e una poltrona al centro della sala rivolta verso la televisione.

Il signor Mura è seduto sulla poltrona e ha sulle ginocchia un gatto impagliato; mi avvicino lentamente e mi sembra di fare chiasso col battito cardiaco, gli prolunga la testa dalla spalliera della poltrona e penso che potrei fargli qualsiasi cosa, penso a delle cose terribili e prendo in mano una pietra da sopra una cristalliera, un quarzo rosa pesante e lungo a forma di obelisco così appuntito che immagino la punta fuoriuscire dalla bocca del signor Andrea Mura, funzionario di banca in pensione.

Mi sento di colpo stanco e debole, quasi non riesco a tenere la pietra in mano e la ripongo sul mobile, sicuramente faccio rumore che però non allerta il signor Andrea, mi allontano e nel corridoio gli alberi raffigurati sulla carta da parati sembrano piegarsi su di me come spinti dal vento per impedirmi di camminare, ma riesco a uscire da quella casa quasi in apnea e invado la strada così piena d’aria.

6

Oggi per la prima volta ho avuto la netta sensazione della mia leggerezza. Ormai dormo sempre a testa in giù, appeso a una sbarra. Questa mattina mi doleva il collo dei piedi e ha ceduto la presa sull’asta dove li appoggio per riposare; ho pensato di precipitare sbattendo la faccia e ho allungato le braccia e disposto il palmo delle mani, ma con un colpo di reni involontario mi sono ritrovato capovolto e eretto sul pavimento, un po’ come fa Yuri Cheti quando esce dalle parallele, ma senza spazio di movimento tra la testa e le pianelle.

Non ho dato molta importanza a questo fatto, perché da appena aperto gli occhi, poco prima di immaginarmi spiaccicato sul suolo, ho pensato al signor Andrea Mura e alla sua superficiale presenza sulla terra, nella mia città, nel mio condominio. Ho riflettuto su come mi fossi sentito se avessi affondato il quarzo nel suo cervello e su come sarebbe sceso con enorme semplicità, perché lo immagino con la fontanella debole, molle, da neonato; non ho la controprova, certamente starei bene, forse meglio, mi sentirei più pulito e con un senso nella società e il rimorso avrebbe meno peso dei benefici per l’umanità, ci sarebbe più importanza per un libro che per un conto corrente e l’impegno umano avrebbe la sua valuta astratta non quantificabile né databile.

Le ipotesi, i sogni, fantasticherie varie, come spesso accade sono demolite dalla realtà; verso le dieci mi ha chiamato Tiziana, non riusciva a parlare e a stento è arrivata a dirmi che nonna Enrica, la sua cara nonna, era appena morta senza che lei abbia potuto vederla, abbracciarla, glielo hanno proibito e nessuno le ha spiegato quale motivo muova questo impedimento.

Ho raggiunto Tiziana attraversando la città di corsa e ci siamo abbracciati in un modo diverso, forte, ma in modo diverso; siamo andati a camminare vicino al mare, mischiandoci con il ritmo dell’aria salata, dove sembra che tutto è implicito.

Divoc 1 e 2

Divoc 3 e 4


3 risposte a "Maurizio Manzo: Divoc (5 e 6)"

  1. Un altro tassello interessante del mosaico della storia, questo mi ricorda “Delitto e castigo”, quando il protagonista si chiede quanto può valere la vita della vecchia usuraia.

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