La verità è una falsità accentata (nanoforisma n° 133)

La verità è una falsità accentata (nanoforisma n° 133)

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La narrazione mainstream è sempre più un’orchestrazione sinfonica psy-op a reti unificate dai connotati surreali degni del Grande Fratello di orwelliana memoria.

Un teatro dell’assurdo quasi spassoso, non fosse che il copione è scritto da un’élite di psicopatici sanguinari e coincide con la cruda e tragica realtà in cui sopravviviamo.

Per sommi capi ripercorriamone alcuni esempi istruttivi, partendo dal “massacro di piazza Maidan”.

Nel 2014, 107 persone vengono uccise a colpi d’arma da fuoco in piazza Maidan a Kiev durante la rivolta del raggruppamento politico Euromaidan (US-backed e anti-russo), composto da partiti di centrodestra (Batkivshchyna e UDAR) e di estrema destra (Svoboda e gruppi radicali come Pravy Sektor e Patriot Ukraiyny, poi confluiti nel Battaglione Azov). Si tratta di un’efferata operazione false flag (che la neolingua mainstream ha subito ribattezzato “rivoluzione della dignità”) per defenestrare il presidente Vicktor Yanukovich, eletto del 2010 in votazioni avvenute in condizioni di assoluta correttezza e libertà, come certificato anche dagli osservatori della Organisation for Security and Co-operation in Europe (OSCE) (“impressive display of democracy” sono le parole esatte). In ogni caso, obiettivo centrato: Yanukovich è costretto a fuggire dal paese e l’Ucraina viene dirottata verso l’orbita NATO.

Dieci anni dopo, il 18 ottobre 2023, con un verdetto finale di quasi un milione di parole (diligentemente occultato dai tutti media occidentali), il Tribunale Distrettuale di Sviatoshyn di Kiev fa chiarezza sull’accaduto: i 107 morti (tra polizia e manifestanti dell’Euromaidan) sono stati scientemente assassinati da cecchini di gruppi armati di estrema destra dislocati in alcuni edifici della piazza (soprattutto nell’Hotel Ukraina, controllato da attivisti dell’Euromaidan e da gruppi armati della Svoboda).

Traduco in soldoni per maggiore chiarezza: i cecchini dei gruppi armati di estrema destra dell’Euromaidan hanno sparato sui cittadini che manifestavano in piazza al fianco dell’Euromaidan per far ricadere la colpa del massacro sul governo guidato dal presidente Yanukovich. In questo modo, la “legittimazione” del colpo di stato US-backed è stata servita su un piatto d’argento all’opinione pubblica mondiale.  

Dopo il colpo di stato (chiamiamo le cose con il loro nome), i servizi segreti occidentali che avevano supportato organizzazioni militari e paramilitari di estrema destra, partecipano attivamente alla riorganizzazione della polizia, dell’esercito e dei servizi segreti ucraini (rifondati in “partnership” con la CIA).

A ruota, il Donbass (regione a maggioranza russofona culturalmente legata alla Russia, nonché zona più industrializzata dell’Ucraina) reagisce proclamando l’indipendenza da Kiev e Putin annette la Crimea (altra regione a maggioranza russofona culturalmente legata alla Russia). Si tratta in effetti di regioni in cui la maggioranza dei cittadini sostiene e sosterrà durante la guerra soluzioni separatiste filo-russe.

In risposta, a inizio 2015, Kiev lancia l’ATO (Anti-Terrorist Operation) contro Donetsk e Lugansk, dando il via alla guerra del Dombass, che causerà quasi quindicimila morti tra i civili russofoni, assumendo le dimensioni di un genocidio. Il tutto sullo sfondo di un paese dalle molte anime, grande come due volte l’Italia, lacerato da tempo da spinte separatiste e dalla difficile convivenza tra ucraini russofoni, russi ortodossi, nazionalisti cattolici (specie in Galizia) e nazionalisti radicali (al limite del neonazismo). Una polveriera ideale per mosse strategiche sullo scacchiere geopolitico est-ovest, come lo era l’Italia del secondo dopoguerra (Veritàlia docet).

Nelle decadi precedenti, più volte gli USA avevano rassicurato Gobaciov (durante i negoziati con il Segretario di Stato USA James Baker per la riunificazione tedesca), Eltsin e poi la Russia che la NATO non intendeva estendersi “di un pollice verso est”. Documenti declassificati nel 2017 dei servizi segreti USA, sovietici, tedeschi, inglesi e francesi (resi noti dalla National Security Archive della George Washington University) riportano che l’ex direttore della CIA Robert Gates nel 1990 era critico sull’ipotesi di espandere la NATO ad est dopo che “è stato fatto credere a Gorbaciov e altri che questo non sarebbe accaduto”. In altri documenti declassificati dei servizi segreti inglesi si legge che nel febbraio 1997 il primo ministro inglese John Major aveva rassicurato il ministro degli esteri russo Yevgeny Primakov affermando che “se io fossi russo anch’io sarei preoccupato per l’eventualità che la NATO possa estendersi ai confini della Russia, ma la NATO non ha nessuna intenzione di farlo”. Discorso simile anche dal Ministro degli Esteri della Germania Ovest, Hans-Dietrich Genscher, quando rassicura il suo omologo sovietico, Eduard Shevardnadze: “quello che è certo è che la NATO non si espanderà verso est”.

Invece, nel luglio 1997, al vertice NATO di Madrid, Repubblica Ceca, Ungheria e Polonia vengono sollecitare ad avviare i negoziati per l’adesione alla NATO, di cui entreranno a far parte nel 1999. Nel 2004 entrano nella NATO Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia e a partire dal 2017 la NATO adotta una politica di presenza avanzata nell’Europa dell’est, schierando battaglioni in Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia. Siccome la “manovra di accerchiamento” resta leggermente astratta a parole, vediamo come appaiono le cose sulla cartina.

La mutazione “genetica” della NATO da “alleanza difensiva” a strumento geopolitico di “predominio globale” appare più che evidente. Le “missioni” in Jugoslavia (1999, contro un alleato storico slavo-ortodosso della Russia), in Afghanistan, in Libia (ignorando la condanna dell’ONU), mostrano che la NATO è sempre più strumento di imposizione dell’egemonia occidentale, bypassando spesso e volentieri il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (dove la Russia ha potere di veto). E non va dimenticata nemmeno l’invasione dell’Iraq (2003-2011), giustificata da false prove (la “provetta di farina” sventolata all’ONU dal Segretario di Stato USA Colin Powell) e posta in atto da USA, Regno Unito, Australia e Polonia (con il supporto logistico di Danimarca, Paesi Bassi e Spagna) al di fuori dell’ufficialità della NATO “difensiva”. Invasione condannata senza mezzi termini dall’ONU, in quanto in aperto contrasto con il diritto internazionale.

Ma torniamo all’Ucraina. Nel 2010 il parlamento ucraino aveva votato contro l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, ma nel 2019 Zelensky diventa presidente e dichiara che l’obiettivo principale dell’Ucraina è entrare nella NATO. Nel 2020 parte il Membership Action Plan (MAP) un percorso necessario per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO.

Nel marzo 2021, l’amministrazione Biden autorizza un pacchetto da 125 milioni di dollari per l’Ucraina, inclusi sistemi anti-carro Javelin (che verranno schierati in Dombass) e armi leggere.

Tra marzo e giugno 2021 si tiene l’esercitazione “Defender Europe 2021”, una delle più grandi manovre NATO in Europa (30.000 soldati in 16 paesi), con epicentro nel Mar Nero, in stretta prossimità dei confini russi, e nei Balcani. Si tratta, a tutti gli effetti, della “simulazione di un conflitto con la Russia”, o almeno così lo percepisce il Ministero della Difesa russo. Certo si è che il dispiegamento di forze statunitensi lungo i confini russi non è esattamente una mossa distensiva.

Al Vertice NATO di Bruxelles del giugno 2021, gli USA ribadiscono che “la porta è aperta” e che c’è pieno sostegno alla “prospettiva euro-atlantica” per Ucraina e Georgia, imponendo una forte accelerazione al percorso MAP.

Nell’autunno 2021, si tengono esercitazioni congiunte dell’esercito ucraino e di quello Turco (la Turchia è un paese NATO dal lontano 1952) in cui vengono usati droni Bayraktar TB2 (di fabbricazione turca). Tali droni saranno poi usati in combattimento nel Donbass a partire dall’ottobre 2021, fornendo alle truppe di Kiev una nuova tecnologia offensiva in grado di contrattaccare nel Dombass.

Sempre nell’autunno 2021, il Regno Unito fornisce all’Ucraina sistemi missilistici antinave MBT NLAW (Next Generation Light Anti-tank Weapon), con la chiara intenzione di minacciare la flotta russa del Mar Nero, alterando l’equilibrio militare.

Nel dicembre 2021, il senato USA discute un’ulteriore finanziamento di 300 milioni di dollari per l’Ucraina, nonché sanzioni definite “devastanti” contro la Russia.

Sempre nel dicembre 2021, la Russia redige una proposta di trattato per ridare vigore ai tentativi diplomatici che possano scongiurare la guerra. Mosca chiede garanzie giuridicamente vincolanti su due punti: la rinuncia all’ingresso dell’Ucraina nella NATO e il ritiro delle forze militari della NATO dispiegate nei paesi dell’ex blocco sovietico (Romania, Bulgaria, Polonia, Stati baltici).

Nel gennaio 2022 arriva la risposta ufficiale degli USA: un netto rifiuto senza margini di trattativa sui due punti vincolanti. Come specchietto per le allodole, la NATO afferma di essere aperta al dialogo su temi come “controllo degli armamenti e trasparenza militare”, ma ribadisce la politica de “la porta è aperta” sostenendo che scegliere di entrare nella NATO è un diritto dell’Ucraina. Si tratta di un momento decisivo in quanto viene riaffermato in modo definitivo che il blocco occidentale sta perseguendo un progetto geopolitico sul quale non esiste margine di trattativa: l’Ucraina deve entrare nella NATO in modo da rendere il confine russo-ucraino in un “fronte aperto permanente”.

Se, da un lato, qualsiasi precedente accordo o “partenariato” è stato solo una pausa tattica che l’occidente ha sfruttato per indebolire la Russia (e guadagnare tempo per rafforzare la NATO) e dall’altro ogni futura trattativa è preclusa dal rifiuto netto di trattare sui punti che la Russia ritiene vincolanti, quali margini di manovra restano a Putin?

Il 21 febbraio del 2022 la Russia riconosce ufficialmente l’indipendenza delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk e invade l’Ucraina. L’invasione, dal punto di vista russo, è giustificata dall’obiettivo di garantire la sicurezza delle popolazioni del Dombass: vale la pena ricordare che dal 2014 in poi circa due milioni di persone sono state costrette a fuggire dal Dombass a causa della “normalizzazione” manu militari imposta dalle forze ucraine che ora dispongono di più armi grazie agli aiuti occidentali. In tal senso, va anche tenuto in conto che in Russia è convincimento comune (e non del tutto privo di fondamento) che l’Ucraina moderna sia una “creazione artificiosa dell’epoca sovietica” e che l’Occidente continui a cavalcare la forzatura di una insussistente identità nazionale ucraina solo per contrastare e indebolire la Russia.

Peraltro, l’entrata in guerra della Russia contro l’Ucraina ottiene il risultato immediato di complicare “de facto” l’ingresso dell’Ucraina nella NATO (a meno di riformarne l’ordinamento). Diventa infatti più difficile raggiungere il consenso unanime di tutti gli stati membri (condizione necessaria) dal momento che entrerebbe nell’alleanza un paese già in guerra con una potenza nucleare come la Russia: ciò, in base alle regole NATO, implicherebbe l’automatica discesa in guerra della NATO contro la Russia.

In ultima analisi, dunque, la guerra tra Russia e Ucraina è sia una guerra per procura tra Russia e NATO, sia un “upgrade” della guerra civile, come dimostra il fatto che dall’invasione russa nel febbraio 2022, la maggior parte dei cittadini ucraini nel Donbass e della Crimea combattono al fianco dei russi contro le forze di Kiev.

Doveroso notare, peraltro, la lieve ipocrisia di un occidente che condanna la “violazione della sovranità ucraina” ad opera della Russia e considera invece accettabili le precedenti invasioni di Iraq e Libia, l’invasione della Striscia di Gaza, nonché operazioni terroristiche internazionali come il bombardamento dell’Iran o il rapimento di Maduro. Ciò, ovviamente, non giustifica i crimini della Russia, ma non giustifica neanche l’uso di due pesi e due misure nel ricorso alla guerra degli USA, della Russia e di Israele, e nell’applicare o meno sanzioni ai diversi stati.

Nonostante i media continuino a raccontarci che i governi occidentali “cercano la pace”, li sconfessano sia gli eventi raccontati finora, sia il comportamento di Zelensky (“Zelensky attacca l’Europa: è divisa e non agisce” il Messaggero 23 gennaio 2026). A riprova, nel 2023 a Vilnus, la NATO ha deciso che per l’Ucraina è superfluo il percorso MAP e che sarebbe quindi possibile farla entrare direttamente nella NATO (“Ukraine’s path to full Euro-Atlantic integration has moved beyond the need for the Membership Action Plan”, si legge nel documento ufficiale). Come accennato in precedenza, se tale decisione “d’ufficio” venisse tradotta nei fatti, la NATO (quindi anche l’Italia) sarebbe non solo indirettamente, ma anche concretamente in guerra con la Russia. E’ quello che vogliamo?

La falsificazione della complessità a favore della narrazione bellicosa e monocorde dei mass media, che non lascia spazio al dubbio e alle molteplici ragioni della Storia, è la prima nemica della pace.

Quando ero piccolo, in Italia si usava la battuta “sei più tassativo della Tass” per criticare chiunque pretendesse di imporre senza se e senza ma la sua narrazione di comodo. Beh, negli ultimi decenni i mass media occidentali (almeno in Italia) sono diventati peggio della Tass: difficile pensare che, sulla scorta di un tale lavaggio del cervello, non si arrivi a addirittura giustificare (o a ritenere auspicabile) un’estensione del conflitto ucraino su scala globale, nonché un nuovo attacco all’Iran (en passant, risibile anche lo spin del Time Magazine, una delle più influenti riviste settimanali di informazione statunitense, che ipnotizza l’opinione pubblica con il “false flag” di 30.000 persone uccise in soli due giorni dal regime iraniano).

D’altro canto, se è possibile che un commando ucraino, probabilmente addestrato dal distaccamento ucraino della CIA e assistito dalla US Navy, faccia saltare i gasdotti Nord Stream nel Mar baltico (26 settembre 2022), e che subito parta lo spin “ha stato i russi”, eh, allora Hitler era un Ghandi coi baffetti.

Parimenti, se è possibile “rivendere” Jeffrey Epstein (notoriamente legato al Mossad) come *spia russa* per “smussare” lo tsunami di orrori scatenato dai suoi fascicoli, eh, allora Ghandi era un Hitler pelato.

Peraltro, visto che tendo a non credere alle imponderabili e casuali fatalità in ambito di politica internazionale, mi domando come mai un’ondata pilotata di lerciume (pensata per colpire Trump), sia sfuggita di mano lordando Peter Mandelson del Partito Laburista in UK, Bill Gates, parlamentari israeliani, la diplomatica norvegese Mona Juul e via a andare). In effetti, se il Dipartimento di Giustizia US, ha reso disponibili 3,5 milioni di pagine dei fascicoli Epstein, possiamo azzardare un po’ di conti. Quante pagine NON saranno state rese disponibili? Facciamo, per difetto che siano meno della metà: possiamo dunque ipotizzare l’esistenza di 6 milioni di pagine in totale. Esagerando, mettiamo che ogni singola persona contenuta nei fascicoli si accaparri in media 60 pagine, ciò implica che in giro per il mondo ci sono almeno 100.000  persone tra politici, leader religiosi, membri di famiglie reali, CEO di aziende, multi-miliardari, nonché potenti e influenti di ogni sorta tutti potenzialmente ricattabili, e quindi controllabili, dai servizi segreti israeliani. Inquietante? Mmmm, “abbastanza molto”. Anche perché, pensando a quello che accade in genere in questi casi, i nomi che escono sono spesso quelli dei “pesci piccoli” (i classici agnelli sacrificali), mentre “i pesci grossi” restano occultati (e sono dunque, a maggior ragione ricattabili, se pensiamo al meccanismo psicologico dell’avvertimento mafioso)…

Vabbè, torniamo a “casa” come Lassie: si parlava di guerra.

E’ evidente che il mondo è addirittura più marcio di quello che già appare a prima vista e che sul palcoscenico globale l’Unione Europea non è più soltanto il mero riflesso economico della NATO targata USA, ovvero il suo “distaccamento economico” oltre oceano (ohibò, la sede è la stessa: *Bruxelles*), ma ne incarna lo sconfinamento in senso imperialista (recitando però il ruolo di attore non protagonista).

Dunque, parafrasando Rosa Luxemburg, che scrisse “l’europeismo è un aborto dell’imperialismo” possiamo ora precisare che “l’europeismo è un figlio minorato dell’imperialismo”.

Conclusione.

Nel 2026 la realtà (e dunque la verità) è più che mai narrazione e la narrazione è potere. E il Potere mediatico inventerà sempre nuove psy-op e “false flag” con l’obiettivo di soddisfare i Suoi desiderata su scala globale.

Eh, a che serve la globalizzazione, altrimenti?

Ogni qual volta un numero sufficiente di persone verrà indottrinato da una nuova narrazione propalata dai mass media, quella sarà a tutti gli effetti (e per un tempo a Essi utile/sufficiente) la nuova realtà. Ovvio che chiunque dovesse arrischiarsi a dire che il Re è nudo verrà bannato, contibloccato e *silenziato*, subendo il medesimo trattamento di “terrorists and drug traffickers” (come ci insegna anche la vita di Michael Parenti (requiescat), su cui tornerò appena ho un po’ di tempo).

Questo per rammentare a tutti noi che la politica e l’ideologia *dipendono* dal Potere economico-finanziario. E’ il potere economico-finanziario che da secoli plasma a sua immagine il pensiero e detta legge: imperialismo, capitalismo, liberismo/liberalismo, finanziarizzazione dell’economia, banche centrali indipendenti e agganci/unioni monetarie, altro non sono altro che il Potere stesso che si auto-legittima culturalmente mediante rivoli di pensiero solo apparentemente disgiunti/differenti.

Inutile nascondersi dietro a un dito: il capitalismo liberista globalizzato targato USA è l’antitesi dell’umanesimo sociale e l’UE è il piede di porco che è stato usato per scardinare i dettami delle varie democrazie sociali europee (Costituzione italiana in primis).

In sostanza, non c’è dubbio che sia nostro dovere continuare a fare ogni cosa in nostro potere per far rispettare la Costituzione, ripudiare la guerracome mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” ed essere costruttori di pace. Epperò negli ultimi anni (sarà che invecchio, eh) sono diventato un po’ più pessimista del solito…

E tengo a precisare per chiunque volesse contribuire a questa lotta in difesa dei valori della Costituzione (e degli insegnamenti di Federico Caffè), che non ci è richiesto di “inventare” niente: il problema di coniugare uguaglianza e libertà da un lato con pace, stabilità e crescita dall’altro è già stato largamente risolto dalla democrazia sociale interventista di matrice keynesiana.

E allora chiudo citando ancora Rosa Luxemburg, che, davvero, merita attenta rilettura: “gli amici della pace presenti nei circoli borghesi credono che la pace nel mondo e il disarmo possano essere realizzati entro la struttura dell’attuale ordine sociale, mentre noi, che basiamo la nostra analisi sulla concezione materialistica della storia e sul socialismo scientifico, sappiamo che il militarismo può essere cancellato dal mondo solo rigettando il sistema capitalista.(…) Se davvero si volesse onestamente e sinceramente dire basta alla concorrenza sugli armamenti, si dovrebbe iniziare dal disarmo della politica commerciale, abbandonando in tutte le parti del mondo le predatorie campagne coloniali e le politiche internazionali delle sfere d’influenza – in una parola dovrebbero fare, sia nella loro politica estera che in quella domestica, l’esatto contrario di tutte quelle politiche che la natura di un moderno stato capitalista esige. Da ciò si può evincere con chiarezza il nocciolo della concezione socialdemocratica secondo cui il militarismo, in entrambe le sue forme – come guerra e come pace armata – è figlio legittimo e logica conseguenza del capitalismo,quindi può essere superato solo con il superamento del capitalismo stesso; per questo chiunque desideri onestamente la pace nel mondo e la liberazione dal tremendo fardello degli armamenti deve desiderare anche il socialismo”.


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