Louise Glück: “Circe’s Power” (Luisa Zambrotta)

Nel 1966 Louise Glück pubblicò due poesie “Circe’s Power/Il potere di Circe” e “Circe’s Grief/Il dolore di Circe”, facendo riferimento alla figura classica di Circe dall’Odissea di Omero.
Si tratta di due monologhi che, come sempre, esplorano i temi di perdita, abbandono e complessità dell’identità femminile.

I never turned anyone into a pig.
Some people are pigs; I make them
Look like pigs.

I’m sick of your world
That lets the outside disguise the inside. Your men weren’t bad men;
Undisciplined life
Did that to them. As pigs,

Under the care of
Me and my ladies, they
Sweetened right up.

Then I reversed the spell, showing you my goodness
As well as my power. I saw

We could be happy here,
As men and women are
When their needs are simple. In the same breath,

I foresaw your departure,
Your men with my help braving
The crying and pounding sea. You think

A few tears upset me? My friend,
Every sorceress is
A pragmatist at heart; nobody sees essence who can’t
Face limitation. If I wanted only to hold you

I could hold you prisoner.

Non ho mai trasformato nessuno in un maiale.
Alcune persone sono dei maiali; e io li faccio
apparire come tali.

Sono stufa del tuo mondo
che permette all’apparenza esteriore di mascherare l’interno. I tuoi non erano uomini malvagi;
una vita indisciplinata
li ha resi così. Come maiali,

sotto la cura
mie e delle mie compagne,
sono divenuti subito dolci.

Poi ho invertito l’incantesimo, mostrandoti sia la mia bontà
che il mio potere. Ho intuito

che qui potevamo essere felici,
come lo sono gli uomini e le donne
quando i loro bisogni sono semplici. Nello stesso respiro,

ho previsto la tua partenza,
i tuoi uomini che con il mio aiuto sfidano
il mare che urla e batte furiosamente. Pensi

che poche lacrime mi abbiano turbata? Amico mio,
ogni maga è
in fondo una pragmatica; nessuno coglie l’essenza se non sa
affrontare i limiti.
Se soltanto volessi trattenerti

potrei tenerti prigioniero.

(Trad: L.Z.)

In questa poesia, l’incontro tra Ulisse e Circe – tratto dall’Odissea di Omero – è narrato dal punto di vista di Circe stessa, che assume una posizione ambivalente tra potere e consapevolezza.

Nella storia originale, Ulisse approda sull’isola di Eea, dove Circe trasforma i suoi compagni in animali – maiali, leoni, cani – a seconda della loro natura. Solo grazie all’intervento del dio Ermes, messaggero degli dei, Ulisse riesce a resistere all’incantesimo e a costringere la maga a restituire forma umana ai suoi uomini. Il viaggio di Ulisse si prolunga per un anno sull’isola, un tempo durante il quale la maga lo aiuta a riprendere il cammino verso casa.

Nel monologo di Louise Glück, la Circe che si racconta si pone come una figura in grado di scoprire la vera essenza delle persone, andando oltre l’apparenza esteriore che spesso inganna. La sua trasformazione degli uomini in “maiali” non è dovuta a mera crudeltà, ma diviene una critica feroce alla doppiezza del mondo reale, in cui l’esteriorità maschera una realtà interiore ben diversa. In questo senso, la sua magia non crea maiali, ma li rivela: gli uomini appaiono, per quanto non malvagi, come “maiali” nella loro essenza.

Questo tema della doppiezza evidenzia la superficialità e l’ipocrisia che caratterizzano la società, invitando il lettore a riflettere sul rapporto tra apparenza e verità.

Un ulteriore elemento di rilievo è il potere emancipatorio di Circe. Pur avendo la capacità – e i mezzi – di tenere prigioniero Ulisse e i suoi compagni, lei sceglie di ribaltare l’incantesimo, restituendo loro la forma umana. Avrebbe avuto i mezzi necessari per tenerlo legato a sé ma, come rivela in quell’ultimo verso isolato, Ulisse può lasciare la sua isola perché lei glielo permette.

Questa scelta non è solo un atto di magnanimità, ma anche un’affermazione di una consapevolezza di sé profonda e pragmatica. Circe, infatti, non rinnega il proprio potere, ma lo utilizza per mettere in luce una realtà più autentica e per liberare gli altri dalla loro duplice condizione, sottolineando come il vero potere risieda nella capacità di riconoscere e accettare i limiti senza esserne schiacciati.

Il monologo, quindi, si inserisce in un contesto mitologico e letterario in cui il mito di Circe viene reinterpretato per affrontare tematiche contemporanee quali l’identità, l’autenticità e la critica sociale. La scelta di Glück di dare voce a Circe consente di rivedere il mito in chiave moderna, mettendo in evidenza la complessità di un personaggio che, pur rappresentando la magia e il potere, si presenta come una figura profondamente pragmatica e consapevole delle dinamiche umane.

In sintesi, la poesia non si limita a narrare un episodio mitologico, ma utilizza il monologo di Circe per riflettere sul modo in cui l’apparenza e la realtà interiore si intrecciano, criticando la doppiezza della società e proponendo una visione del potere che è allo stesso tempo liberatoria e rivelatrice.

Immagine: John William Waterhouse (1849–1917) – “Circe Offering the Cup to Odysseus”


5 risposte a "Louise Glück: “Circe’s Power” (Luisa Zambrotta)"

  1. Andrea e Giuliano, in un giorno di pioggia, incontrano Licia per caso.

    Licia però ha un impegno urgente e li pianta in asso.

    Non sapendo che fare, i due s’aggrappano all’iPhone di Andrea. Giuliano è un gatto e solo per questo non ha in mano un cellulare di sua esclusiva proprietà.

    Andrea saltabecca da un Titocco a un Istagrà, poi per sbaglio apre un sito di letteratura.

    Il sito si chiama Neobar e il post che gli capita di leggere contiene la traduzione di una poesia di Louise Glück intitolata “Circe’s Power” (“Il potere di Circe”), commentata da Lucia Zambrotta.

    Giuliano (il gatto), sbircia i versi e miagola una chiosa.

     – Che considerazioni ti sovvengono, Andrea, così, a ruota libera, sui versi “nessuno coglie l’essenza / se non sa affrontare i limiti“, che appaiono incarnare il nucleo polposo della lirica? Intendo, come possiamo definire l’essenza? Non è forse un assoluto? Quindi si può davvero “cogliere“?

    – Bella domanda… la poetessa sottintende che l’essenza sia *qualcosa* (un concetto, la “cosa in sé”, un’esperienza) che non si rivela mai in modo immediato. Sembrerebbe incarnare una sorta di “proprietà emergente della materia” disposta a manifestarsi quando ci confrontiamo con “i limiti”.

    – Miao, tipo quando Heidegger dice che possiamo comprendere l’essenza della luce solo dopo aver sperimentiamo l’oscurità, o l’essenza dell’amore solo dopo aver affrontato la solitudine, la perdita o il tradimento: se non ne abbiamo affrontato i limiti, l’essenza e l’amore restano idee astratte.

    – Tu però mi domandavi, in sostanza, che cosa sia l’essenza oltre ad essere un’idea astratta.

    – Esattamente. L’essenza è ciò che definisce il “senso profondo” di una cosa, pertanto è un concetto relativo all’ambito filosofico-religioso, è una parola astratta, un assoluto irraggiungibile nella sua interezza dalla mente umana. Miao.

    – E qui mi metti in crisi… perché cogliere implica un atto finito in cui si afferra qualcosa e se l’essenza è assoluta/infinita/essenziale, non potrà mai essere contenuta nella presa di un palmo di mano.

    – Miao. Resteresti con un palmo di naso.

    – Ah, ah, spiritoso… ma forse possiamo tendere all’essenza, avvicinarci il più possibile, magari intuirla proprio attraverso i limiti, anche se non la possiederemo mai carnalmente.

    – Tipo impegnare la vita convinti di poter toccare con mano il punto in cui l’arcobaleno si ricongiunge alla terra.

    – Però, forse… forse la poetessa intendeva che i limiti non sono ostacoli, ma porte in grado di aprire scorciatoie o passaggi segreti nel labirinto della consapevolezza e della vita.

    – L’essenza della vita… non ci schiodiamo dall’ambito del costrutto astratto e del fantasma linguistico. Miao…  Nietzsche, oppure era sua sorella, non ricordo esattamente, sosteneva che l’essenza è solo un nome che diamo alla nostra incapacità di accettare il flusso caotico della realtà, id est, un modo per rassicurarci.

    – Dici? Boh, potresti aver ragione… voi gatti la sapete lunga. Pavese scrisse “The Cats Will Know”, che peraltro, era il nome di un altro defunto sito letterario.

    – Miao… e si sa che, come dice il proverbio, “tutto il mondo è Pavese”.

    – Ok, sto ciurlando nel manico, chiedo scusa.

    – Miao… e si sa che, come dice il proverbio,  “chi si scusa senza essere accusato, rende Pavese il suo peccato”.

    – Ma se pensiamo all’essenza come “esperienza vissuta”? Se l’essenza fosse un evento, un percorso e non un oggetto?

    – Mi pare che il tuo bisogno di essere umano sia palese. L’esistenza di infinite percezioni, di infinte reazioni e relazioni biochimiche, di infinte interpretazioni soggettive e culturali, ti terrorizza. Miao… Sei alla disperata ricerca di un punto fermo, di un’identità fissa, ma le realtà con cui dobbiamo confrontarci sono le acque di un fiume che scorre.

    – E se l’essenza esistesse proprio perché non smettiamo di cercarla? Come un vuoto in quel flusso d’acqua, che nel momento stesso in cui si genera innesca un riempimento. Un vuoto che genera senso

    – Miao… qui siamo al paradosso zen, del tipo “la vera natura dell’acqua si manifesta quando la tazza è vuota”. Sai cosa mi sembra?

    – Dimmi.

    – Che voi umani abbiate soprattutto paura di smarrire il senso. Noi gatti abbiamo un senso dell’orientamento molto più sviluppato.

    – Io non voglio smettere di credere all’essenza, all’amore, al bene e a tutte le altre cose perché sono parole astratte. Se l’essenza non esiste come oggetto, non vuol dire che non possa esistere come atto di fiducia. L’essenza è più reale della realtà, perché senza di essa cadremmo nella poesia kitchen degli atomi che non significano nulla.

    – Miao… un punto a tuo favore. Calvino sosteneva che “l’essenza è il racconto che ne facciamo”. Basta però che sia chiaro che è una storia che scegli di raccontarti, perché ti piace…

    – Mmm… d’un tratto mi sembri troppo accondiscendente.

    – In effetti ti sto offrendo una risoluzione amichevole della diatriba, come a dire, meglio finirla a tarallucci e Cal vino, altrimenti il rischio è di finire per farsi male. Miao…

    – Cos’hai contro il mio atto di fiducia?

    – Miao… “atto di fiducia” e “atto di fede” sono concetti in larghissima parte sovrapponibili… noi gatti tendiamo ad applicare il metodo scientifico: come si può dare per buono che una cosa *accada* sulla fiducia? Mmmm….

    – Ok, capisco… fiducia e fede sono ragionamenti in larga parte irrazionali, ma un atto di fiducia non è un atto di fede cieca! La scienza stessa presuppone un atto di fiducia sulla riproducibilità di quanto è stato dimostrato sperimentalmente. Le stesse leggi della fisica danno per scontata la coerenza…

    – Il principio di uniformità, miao miao… ok, ma la fiducia evocata dal metodo scientifico è per sua natura stessa provvisoria. E il fatto che vi siano ipotesi non verificabili direttamente, ma solo mediante astratte costruzioni matematiche, non fa altro che portare acqua al mio mulino.

    – In che senso?

    – Miaoooo… il metodo scientifico non rivela mai verità *assolute*. Anche nelle scienze matematiche, come ci insegna Gödel, ci sono verità che diamo per scontate, ma che non possono essere dimostrate all’interno del sistema di riferimento.

    – Mi sto perdendo.

    – Miao, la sconfitta è la migliore medicina!

    – Boh, tornando all’essenza, continuo a credere che abbia un senso come processo pragmatico e tutt’altro che magico. Per esempio quando ci riferiamo all’essenza di una cosa il nostro cervello non fa altro che ricostruire un modello coerente dai dati parziali di cui dispone. Se vuoi, è un salto induttivo del tipo “confido che questa sia la sua natura“, ma si basa su esperienze passate.

    – E con questo, miao?

    – Beh, con questo intendo dire che l’atto di fiducia di cui parlavo non vuol essere un salto nel buio, ma un ponte che si sforza di attraversare le acque del fiume che scorre di cui sopra. Un ponte tra ciò che possiamo verificare e ciò che intuiamo mediante il pensiero astratto.

    – Miaoooo… Kafka avrebbe cose molto importanti da dire su “Il ponte“. Tralasciamo… comunque in sostanza tu mi stai dicendo che è molto pericoloso rifiutare qualsiasi atto di fiducia, perché ciò apre le porte al solipsismo radicale.

    – Uh… ehm, sì sì, proprio così.

    – E che invece dobbiamo esplorare l’essenza come ipotesi regolativa accordando alla realtà delle cose una fiducia critica. La “fiducia critica” come spirito guida, augh!

    – E tu cosa ne pensi? Continui a dirmi cosa penso io, ma tu? Tu, facendo appello alle tue esperienze di gatto, dove tracceresti il confine tra fiducia necessaria e ingenuità?

    – L’approccio metodologico scientifico ci suggerirebbe di evitare tracciare aprioristicamente confini tra parole astratte… anche se tale attività è quasi ipnotica per il cervello umano. Miao… quindi non vorrei che stessimo costruendo castelli in aria sul nulla, che è un’altra parola astratta, oltre che un “assoluto”. Perché il cervello umano non riesce ad esimersi dal farlo?

    – Eh, potrei provare a colpirti in contropiede: lo fa proprio perché il metodo scientifico stesso ci ha mostrato che non può farne a meno.

    – Bravo… sei uno dei miei allievi umani più svegli. Miao… riformuliamo la domanda: perché gli esseri umani continuano a costruire categorie, confini e astrazioni, anche quando sanno che potrebbero essere castelli in aria?

    – Perché il cervello è una macchina meravigliosa alla ricerca di “pattern e tale strategia di ragionamento ha successo da un punto di vista evolutivo perché aumenta le probabilità di sopravvivenza.

    – Ottimo: se vedi una sagoma nel buio, è più vantaggioso pensare: “forse è un predatore”(falso positivo che può salvarti) rispetto a “sarà solo un cespuglio” (falso negativo che può esserti fatale). D’altro canto, se rifiutassimo tutte le astrazioni non avremmo più né scienza, né linguaggio, né comunicazione, né amore.

    – E… e allora che si fa?

    – Miao… se vedi un’essenza nel buio è più vantaggioso pensare: “forse è qualcosa”(falso positivo che ti rassicura) rispetto a “forse non esiste” (falso negativo che può gettarti nello sconforto più totale).

    – Ok, non sono scemo… ho capito. E allora, ripeto, che si fa?

    – Miao… riformulo la domanda: possiamo trovare un compromesso senza che il senso del nostro discorrere ne esca compromesso?

    – Giusto… come possiamo sopravvivere alla “riscoperta” che essenza, nulla, assoluto, amore, bene e così via, sono parole astratte, ovvero “utili finzioni”.

    – “Noi abbiamo sognato il mondo. Lo abbiamo sognato resistente, misterioso, visibile, ubiquo nello spazio e fermo nel tempo; ma abbiamo ammesso nella sua architettura tenui ed eterni interstizi di assurdità, per sapere che è finto.”

    – Cos’era?

    Borges, miao… Che peraltro ha scritto una raccolta di racconti intitolata “Finzioni” e che ci suggerisce di disegnare mappe di labirinti inesplorati. La mappa non è il labirinto, ma senza di essa, un essere umano si perderebbe. Un gatto, invece…

    – Cerca di essere meno allusivo e più concreto. In pratica, cosa faccio con l’essenza e compagnia bella?

    – Cerca di essere consapevole che le parole astratte sono strumenti, non verità assolute. Fai come noi gatti: usale quando aiutano a sopravvivere, buttale quando smettono di funzionare, usa metafore provvisorie e prova, se riesci, a sostituire “è” con “funziona come”. E ridi. Ridi di te stesso. Prendi esempio dallo Stregatto, il gatto che se la ride di “Alice nel paese delle meraviglie”…

    – Quindi, mi stai dicendo che la domanda utile da porsi non è “perché lo facciamo”, ma “come possiamo farlo meglio”?

    – Esatto, ma è bene riformulare la domanda, per chiarezza: miao… come posso fare per costruire castelli in aria che sappiano volare?

    – Già, come?

    – Beh, intanto cercando di non scambiare le impalcature per le fondamenta.

    – E anche cercando di costruire i castelli in aria con materiali il più possibile leggeri!

    – Ecco, miao… l’ironia è il cemento di chi capisce al volo: un castello in aria che usi come collante l’ironia si librerà nel vuoto con più facilità.

    – Ma tutta questa consapevolezza, non rovina il gioco?

    – Miao… non so… molto dipende dai limiti dell’essere umano. Ma l’essenza del gioco non era forse quella di trascendere i limiti di cui hai consapevolezza?

    – In che senso? Mi stai prendendo in giro usando le solite parole astratte?

    – Sì e no. La consapevolezza non rovina il gioco, lo rende più profondo. Quando guardi un film lo sai o non lo sai che è una finzione?

    – Beh, lo so…

    – Eppure può accadere che ti emozioni, o che ti lasci commuovere lo stesso. Molto sta nelle doppiezza in divenire dell’essere nel contempo “bambini” e “adulti”. Maio… sai che il castello di sabbia è un cumulo di granelli, ma scegli di vederci lo stesso un castello.

    Giro giro tondo, casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra!

    – Già… miao… e ti ricordi cosa canta HAL, il computer di “2001: odissea nello spazio” quando il protagonista gli manomette le memorie? Proprio quella canzone, almeno nella versione italiana del film. Suggerisco pertanto agli esseri umani di costruire castelli in aria che per gioco possano sia volare che cadere giù per terra. Senza troppi drammi. All’infinito.

    – Quindi, mi stai dicendo che la vera magia è riuscire a fare… entrambe le cose insieme!

    – O meglio, tutte le infinite sfumature di grigio che esistono tra i due estremi astratti. Gli esseri umani sono convinti che l’essenza sia là fuori, nascosta come un tesoro, invece le essenze stanno nei limiti che sono dentro di loro e che li portano a giocare con la realtà.

    – Una sorta di scelta strategica!

    – I gatti diventano adulti ma restano cuccioli. Miao… prova a legare un bottone a un filo, dondolamelo davanti al muso e te lo dimostro.

    – Ti conosco fin troppo bene, eh… questa te la do buona “sulla fiducia”.

    – Eh, miao… impari in fretta. In fondo non è poi così difficile, basta giocare a “come se il mondo avesse un senso”.

    – E, ovviamente, giocare nel contempo a “come se il gioco valesse la pena”.

    – Miao… “come se il gioco valesse il godimento” mi piace molto di più.

    – Evvai…. il gioco continua, ma ora sappiamo che è un gioco vero.

    – Esatto, un patto con te stesso per sopravvivere all’ottimizzazione delle funzioni cognitive nella corteccia prefrontale durante il passaggio dall’infanzia, all’adolescenza e poi all’età adulta. Pur sapendo quanto il castello di sabbia sia effimero, se vuoi sopravvivere bisogna che tu lo costruisca lo stesso, mettendoci la stessa passione di un bambino.

    – Ecco l’essenza, ecco il limite, ecco l’eco dei miei pensieri.

    – Potresti fare il poeta, Andrea. Miaooo….

    – Grazie Giuliano. Ma sincerità per sincerità, tu preferisci costruire un castello di sabbia che crolla o tenerti la spiaggia vuota?

    – Miao… io di solito costruisco castelli di sabbia in aria, sul limitare del bagnasciuga.

    – Oh, Giuliano, sei un gatto così strambo! Davvero non so come potrei vivere senza di te.

    – Non è così difficile: ti basterebbe trovare un surrogatto.

    *

    e questo è quanto, con un ringraziamento particolare a Louise e a Luisa che hanno agito da muse.

    ps: mi scuso per aver contravvenuto al principio di conversazione dell’energia (una delle leggi che, in relazione con le simmetrie dell’universo, è parte delle fondamenta del Modello Standard) commentando con più di una singola parola.

    : )))

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