
Harold Pinter, Stoccolma 7 dicembre 2005
Nel 1958 scrissi ciò che segue:
‘Non vi è una rigida distinzione tra ciò che è reale e ciò che è irreale, tra ciò che è vero e ciò che è falso. Una cosa non è necessariamente vera o falsa; essa può essere vera e falsa insieme’.
Credo che ancora oggi queste asserzioni abbiano senso e si applichino all’esplorazione della realtà attraverso l’arte. Perciò come scrittore rimango loro fedele, ma come cittadino non posso farlo. Come cittadino devo chiedere: che cosa è vero? Che cosa è falso?
La verità drammaturgica è sempre elusiva. Anche se non si trova mai completamente, la sua ricerca è compulsiva. La sua ricerca è chiaramente ciò che guida gli sforzi. La sua ricerca è il compito che si ha. Più spesso che non si pensi si inciampa al buio nella verità, urtandole contro o soltanto intravedendo un’immagine o una figura che sembra corrispondere alla verità, spesso senza comprendere di averlo fatto. Ma la verità effettiva è che non c’è mai una sola verità da trovare nell’arte drammatica. Ce ne sono molte. Reciprocamente queste verità si sfidano, si ritraggono, si riflettono, si ignorano, si fanno dispetti, sono cieche. A volte si sente di avere tra le mani la verità del momento, poi essa scivola dalle dita ed è perduta.
Spesso mi è stato chiesto come nascono le mie opere teatrali. Non lo so spiegare. Non so neppure riassumere le mie opere, salvo che per dire che cosa è accaduto. Che cosa è stato detto. Che cosa è stato fatto.
La maggior parte delle opere sono generate da una battuta, una parola o un’immagine. Spesso la parola data è seguita poco dopo dall’immagine. Farò l’esempio di due battute che mi vennero alla mente inattese, seguite da un’immagine, seguita da me.
I drammi sono ‘Il ritorno a casa’ e ‘Vecchi tempi’. La prima battuta del Ritorno a casa è ‘Cosa ne hai fatto delle forbici?’ La prima battuta di Vecchi tempi è ‘Scura’.
In entrambi i casi non avevo ulteriori informazioni.
Nel primo caso qualcuno ovviamente stava cercando un paio di forbici e ne chiedeva conto a qualcuno lì vicino che sospettava di averle rubate. Ma in qualche modo io sapevo che alla persona a cui si rivolgeva non importava nulla delle forbici né, a tale riguardo, di chi la interrogava.
‘Scura’ lo intesi come descrizione dei capelli di qualcuno, i capelli di una donna, ed era la risposta a una domanda. In entrambi i casi mi trovai costretto a seguire l’argomento. Ciò si verificò visivamente, una dissolvenza molto lenta, attraverso l’ombra nella luce.
Comincio sempre un testo teatrale chiamando i caratteri A, B e C.
Nel testo che diventò ‘Il ritorno a casa’ io vidi un uomo entrare in una stanza spoglia e fare una domanda a un uomo più giovane seduto su un brutto divano a leggere un giornale di corse. In qualche modo sospettavo che A fosse il padre e B fosse il figlio, ma non ne avevo nessuna prova. Ciò fu peraltro confermato poco tempo dopo, quando B (che in seguito sarebbe diventato Lenny) dice ad A (che sarebbe diventato Max) ‘Papà, ti dispiace se cambio argomento? Voglio chiederti una cosa. Il pranzo di prima, che nome aveva? Come lo chiami? Perché non compri un cane? Tu sei un cuoco per cani. Sul serio. Tu pensi di cucinare per un sacco di cani.’ Così il fatto che B chiamasse A ‘Papà’ mi rese verosimile che essi fossero padre e figlio. A inoltre era chiaramente il cuoco e la sua cucina non sembrava tenuta in grande considerazione. Tutto ciò significava che non c’era una madre? Non lo sapevo. Ma, come mi dissi all’epoca, i nostri inizi non conoscono mai le nostre fini.
‘Scura.’ Una grande finestra. Il cielo di sera. Un uomo, A (che sarebbe diventato Deeley), e una donna, B (che sarebbe diventata Kate), seduti con in mano un drink. ‘Grassa o magra?’ chiede l’uomo. Di chi stanno parlando? Ma allora io vedo, in piedi alla finestra, una donna, C (che sarebbe diventata Anna), in un’altra posizione di luce, le spalle voltate, i capelli scuri.
È uno strano momento, il momento della creazione di personaggi che fino a quel momento non avevano alcuna esistenza. Ciò che segue è irregolare, incerto, perfino allucinatorio, sebbene a volte possa essere una valanga inarrestabile. La posizione dell’autore è singolare. In un certo senso non è gradito ai personaggi. I personaggi gli fanno resistenza, non è facile vivere con loro, sono impossibili da definire. A loro di certo non ci si può imporre. In una certa misura si gioca con loro un gioco che non ha fine, gatto e topo, mosca cieca, nascondino. Ma alla fine ci si trova tra le mani persone di carne e sangue, persone con una propria volontà e sensibilità individuale, assemblate con dei componenti che non si possono cambiare, manipolare o distorcere.
Così il linguaggio dell’arte rimane un’impresa grandemente ambigua, sabbie mobili, un trampolino, una polla ghiacciata che potrebbe trascinare te, l’autore, in ogni momento.
Ma, come ho detto, la ricerca della verità non può fermarsi mai. Non può essere rinviata, non può essere posposta. Occorre affrontarla, proprio in tempo reale.
Il teatro politico presenta una gamma del tutto differente di problemi. La predicazione deve essere evitata a ogni costo. L’oggettività è essenziale. I personaggi devono poter respirare l’aria loro propria. L’autore non può porre loro dei limiti per costringerli a soddisfare i propri gusti o inclinazioni o pregiudizi.
Egli deve essere preparato ad un approccio da una varietà di angolature, da un insieme di prospettive che sia pieno e privo di inibizioni; all’occasione a prenderli di sorpresa, magari, ma nondimeno a dar loro la libertà di seguire la strada che vogliono. Questo non sempre funziona. E la satira politica, naturalmente, non osserva nessuno di questi precetti, e infatti fa precisamente l’opposto, il che è la sua funzione specifica.
Nel mio testo ‘Il compleanno’ credo di aver consentito a un intero spettro di opzioni di operare in una densa foresta di possibilità prima della focalizzazione finale su di un atto di asservimento.
‘Il linguaggio della montagna’ non aspira a una simile gamma di operazioni. Rimane brutale, breve e sgradevole. Ma nell’opera i soldati trovano il modo di divertirsi. A volte si dimentica che i torturatori si annoiano facilmente. Essi hanno bisogno di farsi una risata per tenere in alto lo spirito. Questo naturalmente è stato confermato dai fatti di Abu Ghraib a Baghdad. Il linguaggio della montagna dura solo 20 minuti, ma potrebbe andare avanti per ore e ore, sempre avanti, lo stesso schema ripetuto sempre di nuovo, ancora e ancora, ora dopo ora.
‘Ceneri alle ceneri’, d’altro canto, mi appare svolgersi sott’acqua. Una donna che annega, la mano allungata sopra le onde, scivola giù invisibile, alla ricerca di altri, ma senza trovare nessuno né sopra né sott’acqua, trovando solo ombre, riflessi, galleggiando. La donna, una figura persa in un panorama che sommerge, una donna incapace di sfuggire al destino che sembrava essere solo di altri.
Ma così come essi morirono, anche lei deve morire.
Il linguaggio politico, quello adoperato dai politici, non si avventura in nessuno di questi territori in quanto la maggior parte dei politici, per ciò che ci viene dimostrato, è interessata non alla verità ma al potere e alla conservazione di quel potere. Per conservare quel potere è essenziale che la gente rimanga nell’ignoranza, che viva nell’ignoranza della verità, perfino la verità della sua propria vita. Ciò che ci circonda è dunque un immenso arazzo di menzogne, delle quali ci nutriamo.
Come ognuno di noi sa, la giustificazione dell’invasione dell’Iraq fu che Saddam Hussein possedeva un arsenale altamente pericoloso di armi di distruzione di massa, alcune delle quali potevano essere azionate in 45 minuti, causando spaventose devastazioni. Ci venne assicurato che era vero. Non era vero. Ci venne detto che l’Iraq aveva legami con Al Qaeda ed era corresponsabile delle atrocità dell’11 settembre 2001 a New York. Ci venne assicurato che era vero. Non era vero. Ci venne detto che l’Iraq minacciava la sicurezza del mondo. Ci venne assicurato che era vero. Non era vero.
La verità è qualcosa di totalmente differente.
La verità ha a che fare con il modo in cui gli Stati Uniti intendono il loro ruolo nel mondo e scelgono di sostenerlo.
Ma prima di tornare al presente io vorrei dare uno sguardo al recente passato, intendo dire la politica estera degli Stati Uniti dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Credo che sia doveroso per noi il sottoporre questo periodo a una sia pur limitata analisi, quella che ci è consentita dal tempo a disposizione.
Tutti sappiamo che cosa avveniva in Unione Sovietica e in tutta l’Europa dell’Est nel dopoguerra: la brutalità sistematica, le diffuse atrocità, la spietata soppressione del pensiero indipendente. Tutto questo è pienamente documentato e verificato.
Ma qui io sostengo che i crimini degli USA dello stesso periodo sono stati registrati solo superficialmente; tanto meno sono stati documentati, tanto meno ammessi, tanto meno riconosciuti come crimini. Credo che su questo si debba riflettere e che la verità abbia un significativo rapporto con lo stato in cui il mondo ora si trova. Benché necessitate in una certa misura dall’esistenza dell’Unione Sovietica, le azioni degli Stati Uniti in ogni parte del mondo dimostrano che essi ritenevano di avere carta bianca per fare ciò che volevano.
In effetti l’invasione diretta di uno stato sovrano non è mai stata il metodo preferito dall’America. Nel complesso, essi hanno preferito ciò che hanno descritto come ‘conflitto a bassa intensità’. Conflitto a bassa intensità significa che migliaia di persone muoiono, ma più lentamente che se in un colpo solo si sgancia su di loro una bomba. Significa che si infetta il cuore del paese, che si provoca una proliferazione maligna e si guarda la cancrena fiorire. Quando il popolo è stato sottomesso – o, il che è lo stesso, battuto a morte – e i tuoi amici, i militari e le grandi imprese, siedono comodamente al potere, si va davanti a una telecamera e si dice che la democrazia ha prevalso. Questo era un dato costante della politica estera USA degli anni ai quali mi riferisco.
La tragedia del Nicaragua fu un caso altamente significativo. Scelgo di offrirlo qui come un esempio possente della visione del suo ruolo nel mondo da parte dell’America, ora e allora. Fui presente ad un incontro all’ambasciata USA a Londra alla fine degli Ottanta. Il Congresso degli Stati Uniti stava per decidere se dare altro denaro ai Contras per la loro campagna contro lo Stato del Nicaragua.
Io ero membro di una delegazione che parlava nell’interesse del Nicaragua, ma il membro più importante di questa delegazione era Padre John Metcalf. Il capo delegazione degli USA era Raymond Seitz (allora numero due dell’ambasciata, più tardi egli stesso ambasciatore). Padre Metcalf disse: ‘Sono responsabile di una parrocchia nel nord del Nicaragua. I miei parrocchiani avevano costruito una scuola, un ambulatorio, un centro culturale. Vivevamo in pace. Pochi mesi fa un gruppo di Contras ha attaccato la parrocchia. Hanno distrutto tutto: la scuola, l’ambulatorio, il centro culturale. Hanno violentato infermiere e insegnanti, massacrato medici, nella maniera più brutale. Si sono comportati come selvaggi. Chieda per favore al governo degli USA di ritirare il suo appoggio a questa abominevole attività terroristica.’
Raymond Seitz aveva un’ottima reputazione di uomo razionale, responsabile e assai raffinato. Era molto rispettato nei circoli diplomatici. Ascoltò, fece una pausa e poi parlò con una certa gravità. ‘Padre,’ disse, ‘mi lasci dire una cosa. In guerra, la gente innocente soffre sempre.’ Ci fu un silenzio gelido. Lo fissammo. Non si scompose.
La gente innocente, in effetti, soffre sempre.
Alla fine qualcuno disse: ‘Ma in questo caso la “gente innocente” era vittima di una raccapricciante atrocità sovvenzionata dal suo governo, una tra le tante. Se il Congresso accorda ai Contras altro denaro, ulteriori atrocità di quel genere avverranno. Non è così? Il suo governo non è dunque colpevole per l’appoggio ad atti di omicidio e distruzione contro i cittadini di uno stato sovrano?’
Seitz fu imperturbabile. ‘Non condivido che i fatti rappresentati supportino le vostre asserzioni,’ disse.
Mentre lasciavamo l’ambasciata un addetto degli USA mi disse che gli piacevano le mie commedie. Non gli risposi.
Dovrei ricordare che al tempo il presidente Reagan fece la seguente affermazione: ‘I Contras sono l’equivalente morale dei nostri Padri Fondatori.’
In Nicaragua gli Stati Uniti sostennero la brutale dittatura di Somoza per oltre 40 anni. Il popolo nicaraguense, guidato dai sandinisti, rovesciò questo regime nel 1979, una straordinaria rivoluzione popolare.
I sandinisti non erano perfetti. Possedevano la loro brava dose di arroganza e la loro filosofia politica conteneva numerosi elementi contraddittori. Ma erano intelligenti, razionali e civili. Si proponevano di instaurare una società equilibrata, decente, pluralista. La pena di morte fu abolita. Centinaia di migliaia di contadini poverissimi furono strappati alla morte. A oltre 100.000 famiglie fu data la terra. Furono costruite duemila scuole. Una imponente campagna di alfabetizzazione ridusse nel paese l’analfabetismo a meno di un settimo. Furono istituiti l’istruzione gratuita e un servizio sanitario gratuito. La mortalità infantile fu ridotta di un terzo. La poliomelite fu debellata.
Gli Stati Uniti denunciarono questi risultati come sovversione marxista-leninista. Nella visione del governo USA, si stava creando un precedente pericoloso. Se al Nicaragua fosse stato permesso di istituire norme basilari di giustizia sociale ed economica, di elevare gli standard sanitari ed educativi e di raggiungere la coesione sociale e un giusto orgoglio nazionale, i paesi confinanti avrebbero perseguito gli stessi obiettivi e fatto le stesse cose. Beninteso, all’epoca vi era una tenace opposizione allo status quo in El Salvador.
Ho parlato prima di un ‘arazzo di menzogne’ che ci circonda. Il presidente Reagan descriveva abitualmente il Nicaragua come una ‘segreta totalitaria’. Questo era generalmente considerato dai media, e di certo dal governo inglese, un giudizio adeguato e corretto. Ma di fatto non c’era traccia di squadroni della morte sotto il governo sandinista. Non c’era traccia di torture. Non c’era traccia di brutalità militare, sistematica o ufficiale. Nessun sacerdote è mai stato ucciso in Nicaragua. C’erano del resto tre sacerdoti nel governo, due gesuiti e un missionario, Maryknoll. Le segrete totalitarie erano in effetti nella casa accanto, nel Salvador e in Guatemala. Nel 1954 gli Stati Uniti avevano abbattuto il governo democraticamente eletto del Guatemala, e si stimano in oltre 200.000 le vittime delle successive dittature militari.
Sei gesuiti tra i più eminenti al mondo vennero trucidati nell’Università centroamericana di San Salvador nel 1989 da un battaglione del reggimento di Alcatl addestrato a Fort Benning in Georgia, USA. Il coraggiosissimo arcivescovo Romero fu assassinato mentre diceva messa. Si stima che morirono 75.000 persone. Perché furono uccise? Furono uccise perché credevano che una vita migliore fosse possibile e dovesse essere realizzata. Questo ideale li qualificò immediatamente come comunisti. Esse morirono perché osarono mettere in discussione lo status quo, l’infinito ristagno di miseria, malattia, abbrutimento e oppressione, che era stato il loro diritto di nascita.
Gli Stati Uniti alla fine abbatterono il governo sandinista. Ci vollero alcuni anni per avere ragione di una forte opposizione ma alla fine l’incessante persecuzione economica e 30.000 morti fiaccarono lo spirito del popolo del Nicaragua. Si ritrovarono esausti e un’altra volta poverissimi.
I casinò ritornarono nel paese. Sanità e istruzione gratuiti erano finiti. Il grande capitale tornò sugli scudi. La ‘democrazia’ aveva prevalso.
Ma questa ‘politica’ non fu affatto limitata al Centroamerica. Essa fu attuata in ogni parte del mondo. Era infinita. Ed è come se non finisse mai.
Gli Stati Uniti appoggiarono e in molti casi crearono ogni dittatura militare di destra nel mondo dopo la fine della seconda guerra mondiale. Mi riferisco a Indonesia, Grecia, Uruguay, Brasile, Paraguay, Haiti, Turchia, Filippine, Guatemala, El Salvador, e naturalmente Cile. L’orrore che gli Stati Uniti inflissero al Cile nel 1973 non può mai essere espiato e non può mai essere perdonato.
Centinaia di migliaia di morti si verificarono in tutti questi paesi. Si verificarono? E sono in tutti i casi da attribuire alla politica estera degli USA? La risposta è: sì, si verificarono e sono da attribuire alla politica estera americana. Ma non lo si voleva sapere.
Tutto ciò non è mai accaduto. Nulla è mai accaduto. Anche mentre stava accadendo, non accadeva. Non aveva importanza. Non era di nessun interesse. I crimini degli Stati Uniti sono stati sistematici, costanti, feroci, inesorabili, ma pochissimi ne hanno davvero parlato. Complimenti all’America. Ha esercitato una manipolazione scientifica del potere in tutto il mondo mentre si mascherava da forza rivolta al bene universale. È un fantastico, perfino brillante, numero di ipnosi, di gran successo.
Vi invito a considerare che gli Stati Uniti sono senza dubbio il più grande spettacolo in circolazione. Possono essere brutali, indifferenti, sprezzanti e spietati, ma sono anche molto abili. Come piazzisti non hanno eguali e la loro merce più venduta è l’amore di sé. Sono dei vincenti. Ascoltate tutti i presidenti americani dire alla televisione le parole ‘il popolo americano’, come nella frase ‘Io dico al popolo americano che è il tempo di pregare e di difendere i diritti del popolo americano e chiedo al popolo americano di aver fiducia nel suo presidente per l’azione che intende svolgere nell’interesse del popolo americano.’
È un brillante stratagemma. Il linguaggio è in effetti adoperato per tenere a bada il pensiero. Le parole ‘il popolo americano’ procurano un guanciale quanto mai voluttuoso di rassicurazione. Non si ha bisogno di pensare. Basta mettersi comodi sul cuscino. Il cuscino può soffocare l’intelligenza e le facoltà critiche ma è molto confortevole. Questo naturalmente non riguarda i 40 milioni di persone che vivono sotto la soglia di povertà e i 2 milioni di uomini e donne imprigionati nell’immenso gulag carcerario, che attraversa gli USA.
Gli Stati Uniti non si preoccupano più di conflitti a bassa intensità. Non vedono più alcun motivo di essere reticenti o anche equivoci. Essi mettono le carte in tavola senza timori né riguardi. Semplicemente se ne fregano delle Nazioni Unite, del diritto internazionale o del dissenso critico, che considerano impotenti e irrilevanti. Hanno anche una pecorella belante che gli va dietro docilmente, la patetica e supina Gran Bretagna.
Che cosa è accaduto alla nostra sensibilità morale? Ne abbiamo mai avuta una? Che cosa significano queste parole? Si riferiscono a un termine adoperato molto di rado di questi tempi: coscienza? La coscienza di agire non solo con i nostri atti ma anche con la nostra corresponsabilità negli atti degli altri? Tutto questo è morto? Guardate la baia di Guantanamo. Centinaia di persone detenute senza un’accusa da oltre tre anni, senza assistenza legale o regolare processo, tecnicamente detenute a tempo indeterminato. Questa struttura totalmente illegittima è mantenuta in spregio alla Convenzione di Ginevra. Non soltanto è tollerata ma a stento è ricordata da ciò che viene chiamata la ‘comunità internazionale’. Questo oltraggio criminale è commesso da un paese, che dichiara di essere ‘la guida del mondo libero’. Pensiamo a quelli che sono a Guantanamo? Che cosa dicono di loro i media? Ne accennano quando capita – un trafiletto a pagina sei. Essi sono stati consegnati a una terra di nessuno dalla quale invero potrebbero non tornare mai. Al momento molti di loro sono in sciopero della fame, alimentati forzatamente, compresi i residenti inglesi. Niente riguardi in queste procedure di alimentazione forzata. Niente sedativi né anestetici. Solo un tubo attaccato al naso e dentro la gola. Si vomita sangue. Questa è tortura. Che cosa ne dice il Ministro degli Esteri inglese? Nulla. Che cosa ne dice il Primo Ministro inglese? Nulla. Perché? Perché gli Stati Uniti hanno detto: criticare la nostra condotta a Guantanamo costituisce un atto ostile. O si è con noi o contro di noi. Così Blair tiene la bocca chiusa.
L’invasione dell’Iraq è stata un atto banditesco, un impudente atto di terrorismo di stato, che dimostra assoluto disprezzo per l’idea del diritto internazionale. L’invasione è stata un’azione militare arbitraria ispirata da una serie di menzogne su menzogne e da una grossolana manipolazione dei media e dunque del pubblico; un atto inteso a consolidare il controllo militare ed economico americano del Medio Oriente camuffato, come estrema ratio, da liberazione – essendo fallite tutte le altre autogiustificazioni. Una formidabile affermazione di forza militare responsabile della morte e mutilazione di migliaia e migliaia di persone innocenti.
Abbiamo portato al popolo iracheno torture, cluster bomb, uranio impoverito, e a scelta innumerevoli atti di omicidio, sofferenze, abbrutimento e morte e chiamiamo questo ‘esportazione della libertà e della democrazia nel Medio Oriente’.
Quante persone si devono uccidere per meritare la qualifica di massacratore e di criminale di guerra? Centomila? Sono più che sufficienti, direi. Dunque è giusto che Bush e Blair siano citati davanti alla Tribunale Penale Internazionale. Ma Bush è stato furbo, non ha ratificato il Tribunale Penale Internazionale. Perciò Bush ha avvertito che, se un qualunque soldato o politico americano si dovesse trovare alla sbarra, egli invierà i marines. Ma Tony Blair ha ratificato il Tribunale e perciò può essere perseguito. Possiamo fornire il suo indirizzo al Tribunale, se è interessato: è al numero 10 di Downing Street, a Londra.
La morte in questo contesto è irrilevante. Sia Bush che Blair accantonano per bene la morte. Almeno 100.000 iracheni sono stati uccisi dalle bombe e dai missili americani prima che iniziasse la rivolta irachena. Queste persone non contano. Le loro morti non esistono. Essi sono un buco nero. Non sono neppure registrati come morti. ‘Noi non contiamo i cadaveri,’ ha detto il generale americano Tommy Franks.
All’inizio dell’invasione ci fu una fotografia, pubblicata sulla prima pagina dei quotidiani inglesi, di Tony Blair che baciava sulla guancia un bambino iracheno. ‘La riconoscenza di un bambino’, diceva la didascalia. Alcuni giorni dopo, in una pagina interna, c’era la storia con fotografia di un altro bambino di quattro anni, senza braccia. La sua famiglia era saltata in aria per un missile, lui era il solo sopravvissuto. ‘Quando riavrò le mie braccia?’ chiedeva. L’episodio fu lasciato cadere. Bene, Tony Blair non teneva tra le braccia né quel bambino, né il corpo di qualunque altro bambino mutilato, né il corpo di un qualunque cadavere insanguinato. Il sangue è sporco. Ti sporca la camicia e la cravatta mentre stai facendo un discorso sincero alla televisione.
I 2.000 morti americani sono fonte di imbarazzo. Alle loro tombe vengono trasportati al buio. I funerali sono riservati, in luogo sicuro. I mutilati marciscono nei loro letti, alcuni per il resto della loro vita. Così sia i morti che i mutilati marciscono, in tombe di specie differente.
Ecco ora un estratto da una poesia di Pablo Neruda, ‘Spiego alcune cose’:
E una mattina tutto questo stava bruciando,
una mattina i falò
si levavano dalla terra
divorando esseri umani
e da allora fuoco,
polvere da sparo da allora,
e da allora sangue.
Banditi con aerei e con mori,
banditi con anelli al dito e duchesse,
banditi con domenicani benedicenti
venivano dal cielo a uccidere i bambini
e per le strade il sangue dei bambini
scorreva con semplicità, come il sangue dei bambini.
Sciacalli spregevoli agli sciacalli, pietre che l’arido cardo inumidisce e sputa, vipere abominevoli alle vipere.
Al vostro cospetto ho visto il sangue della Spagna sollevarsi come una marea per annegarvi in un’onda di superbia e coltelli.
Generali felloni:
guardate la mia casa morta,
guardate la Spagna spezzata:
da ogni casa volumi di fuoco
invece che fiori,
da ogni cavità della Spagna
la Spagna che riemerge,
e da ogni bambino morto un fucile di precisione,
e da ogni delitto nascono pallottole
che un giorno centreranno
i vostri cuori.
E voi chiederete: perché la sua poesia
non parla di sogni e di foglie
e dei grandi vulcani della sua terra natia.
Venite a vedere il sangue nelle strade.
Venite a vedere
il sangue nelle strade.
Venite a vedere il sangue
nelle strade!*
Lasciatemi dire con chiarezza che nel citare la poesia di Neruda non paragono in alcun modo la Repubblica spagnola all’Iraq di Saddam Hussein. Cito Neruda perché in nessun’altra poesia contemporanea ho letto una descrizione così potente e viscerale del bombardamento di civili.
Ho detto prima che gli Stati Uniti sono ora totalmente franchi quanto mettono le carte in tavola. Questa è la situazione. La loro politica ufficiale è ora definita ‘predominio a tutto campo’ (full spectrum dominance). Non è un termine mio, è loro. ‘Predominio a tutto campo’ significa controllo della terra, del mare, dell’aria e dello spazio e di tutte le risorse connesse.
Gli Stati Uniti ora occupano 702 istallazioni militari in 132 paesi sparsi per tutto il mondo, con la lodevole eccezione della Svezia, naturalmente. Non sappiamo affatto come ci sono arrivati; ma ci stanno, ed è tutto a posto. Gli Stati Uniti posseggono 8.000 testate nucleari attive e operative. Duemila sono già allertate, pronte per essere lanciate con un preavviso di 15 minuti. Stanno sviluppando nuovi sistemi di armamento nucleare, noti come scudo spaziale. Gli inglesi, sempre pronti a cooperare, intendono rimpiazzare il proprio missile nucleare, il Trident. Su chi sono puntati, io chiedo? Su Osama bin Laden? Su di voi? Su di me? Su Joe Dokes? Sulla Cina? Su Parigi? Chi lo sa. Ciò che sappiamo è che questa follia infantile – il possesso e la minaccia di usare le armi nucleari – è al cuore dell’attuale filosofia politica americana. Dobbiamo ricordarci che gli Stati Uniti sono in stato di guerra permanente e non mostrano alcun segno di volerlo allentare.
Molte migliaia, se non milioni, di persone negli stessi Stati Uniti sono visibilmente disgustate, si vergognano e si indignano dalle azioni del loro governo, ma al momento non sono una forza politica coerente – non ancora. Ma è improbabile che l’ansia, l’incertezza e la paura che vediamo crescere ogni giorno negli Stati Uniti diminuiscano.
So che il presidente Bush ha molti collaboratori estremamente competenti che gli scrivono i discorsi, ma vorrei offrirmi volontario per questo lavoro. Propongo il seguente breve discorso che egli può fare in televisione alla nazione. Lo vedo grave, i capelli pettinati con cura, serio, vincente, sincero, spesso accattivante, a volte con un sorriso ironico, attraente in modo singolare, un vero uomo.
‘Dio è buono. Dio è grande. Dio è buono. Il mio Dio è buono. Il Dio di Bin Laden è cattivo. Il suo è un Dio cattivo. Il Dio di Saddam era cattivo, tranne che lui non ce l’aveva. Lui era un barbaro. Noi non siamo barbari. Noi non tagliamo la testa alla gente. Noi crediamo nella libertà. Come Dio. Io non sono un barbaro. Io sono il leader democraticamente eletto di una democrazia amante della libertà. Noi siamo una società compassionevole. Noi diamo la compassionevole sedia elettrica e la compassionevole iniezione letale. Noi siamo una grande nazione. Io non sono un dittatore. Lui lo è. Io non sono un barbaro. Lui lo è. Sì, lo è. Tutti loro lo sono. Io posseggo l’autorità morale. Vedete questo pugno? Questa è la mia autorità morale. E non lo dimenticate’.
La vita di uno scrittore è un’attività assai vulnerabile, quasi nuda. Non ci si deve piangere sopra. Lo scrittore fa la sua scelta e le rimane fedele. Ma è vero che si è esposti a tutti i venti, alcuni dei quali davvero gelidi. Si finisce da soli, in una posizione pericolosa. Non si trova alcun riparo, alcuna protezione – a meno che non si menta, nel qual caso naturalmente si costruisce la propria protezione e, si potrebbe concludere, si diventa un politico.
Più volte questa sera ho fatto riferimento alla morte. Citerò ora una mia poesia che si chiama ‘Morte’.
Dove fu trovato il corpo morto?
Chi trovò il corpo morto?
Il corpo morto era morto quando fu trovato?
Come fu trovato il corpo morto?
Di chi era il corpo morto?
Chi era il padre o la figlia o il fratello
O lo zio o la sorella o la madre o il figlio
Del corpo morto e abbandonato?
Il corpo era morto quando fu abbandonato?
Il corpo fu abbandonato?
Da chi era stato abbandonato?
Il corpo era nudo o vestito da viaggio?
Che cosa vi fa dichiarare morto il corpo morto?
Avete dichiarato morto il corpo morto?:
Quanto conoscevate il corpo morto?
Come sapete che il corpo morto era morto?
Hai lavato il corpo morto
Gli hai chiuso entrambi gli occhi
Hai seppellito il corpo
Lo hai lasciato abbandonato
Hai baciato il corpo morto
Quando guardiamo dentro a uno specchio noi pensiamo che l’immagine di fronte a noi sia fedele. Ma muoviamoci di un millimetro e l’immagine cambia. Noi stiamo in effetti assistendo a un infinito gioco di specchi. Ma a volte uno scrittore deve rompere lo specchio – perché è dall’altra parte di quello specchio che la verità ci fissa.
Io credo che nonostante gli enormi ostacoli che esistono, la risoluta, costante, tenace determinazione intellettuale di definire, come cittadini, la reale verità delle nostre vite e delle nostre società è un compito decisivo che incombe su noi tutti. Esso infatti è vincolante.
Se una tale determinazione non si incarna nella nostra visione politica, non avremo nessuna speranza di ripristinare ciò che per noi è così prossimo ad essere perduto – la dignità dell’uomo.
* Tratto da ‘Spiego alcune cose’ di Pablo Neruda (la traduzione tiene conto dell’originale spagnolo)
© The Nobel Foundation 2005
un grazie di cuore ad Abele per aver recuperato quella che è senza dubbio la più coraggiosa “Nobel lecture” della storia.
ho fatto partire l’audio del video e usato il testo scritto come “traduzione in simultanea” (ha reso il tutto più verace).
ecco, verace è una parola che s’attaglia a Pinter (e in più, non è falsificabile altrettanto facilmente, visto che “falsace” non esiste, eh…)
il vero, il falso… ohi, cos’è vero e cos’è falso nel mondo? o meglio cosa è vero e cos’è *distorto* (addomesticato) nel mondo dell’informazione? ad esempio, se milioni di persone scendono in piazza in tutta Italia per manifestare contro il genocidio in atto a Gaza, come si *squalifica* il dissenso?
ma è facilissimo! basta usare la sineddoche “di comodo” (la parte per il tutto, ricordate?). basta riprendere un gruppo di imbecilli che manda in frantumi una vetrina o altro e il gioco è fatto. i saggi zen lo sanno bene: fa più rumore un albero che cade d’una foresta che cresce. peraltro, la verItàlia ci insegna che infiltrare il dissenso con gruppi di imbecilli per poi manovrarli in modo funzionale è banale e ordinaria amministrazione di ogni potere più o meno occulto…
vieppiù, si sa che il nostro mondo è quello in cui fa sorridere rammentare risoluzioni dell’ONU vecchie di decine e decine di anni circa uno Stato palestinese con capitale a Gerusalemme Est e sulla necessità che gli israeliani restituiscano i territori occupati nel 1967 (cose che i media si guardano bene dal ricordare). cosa che mi pare particolarmente grave in una società civile dove la realtà ormai non è nient’altro che la rifrazione/rappresentazione della sua immagine sui media (che servizievoli ribaltano la verità dei fatti).
il dissenso non ha più nessun sostegno politico-istituzione, perché nella narrazione dei padroni del discorso il dissenso è terrorismo e pertanto la politica ha “buon gioco” nel chiamarsi fuori. ma ce ne rendiamo conto??? oggi è diventato “deprecabile estremismo” chiedere con forza che siano rispettate le risoluzioni dell’ONU! eh, diciamocelo chiaramente, non esistono più le mezze stagioni… ci siamo smarriti in quest’inverno unico infinito dove, per dirla con Jaime Gil de Biedma, “fuori piove” e l’acqua lava via “il sangue nelle strade” di Neruda.
è incredibile come nel breve volgere di qualche anno sia stato sdoganato anche lo sterminio di civili. nel genocidio perpetrato da Israele in Palestina, si è passati dal già mostruoso e inaccettabile rapporto di 10:1 tra civili uccisi e presunti terroristi di Hamas al raccapricciante rapporto di 15:1 (dati aggiornati da ACLED). al di là del fatto che qualunque guerra è da ripudiare (Costituzione docet), tanto per fare un paragone, in Ucraina i morti civili sono meno del 3% del totale, mentre a Gaza sono quasi il 95% del totale…
lo sterminio di un popolo ridotto a tollerabile “danno collaterale”…
sterminio che si estende ormai anche alla libertà di pensiero, di parola e di manifestazione, ampiamente limitati in quasi tutta Europa, e questo perché per coltivare i suoi interessi il Potere economico in mano al grande capitale ha bisogno di mettere la realtà e la ragione agli arresti domiciliari. venti di riarmo e di guerra spirano con forza in ogni dove: non è più possibile nemmeno salvare le apparenze, il tavolo su cui battiamo i tasti (ovvero i pugnettini) è solo cartapesta, regna la logica della violenza nonché la legge del più forte, imposta con le armi. e tutt’intorno a noi va in scena un “un infinito gioco di specchi” per dirlca con Pinter.
in proposito, va ricordato che Pinter (insieme a Berger, Chomsky, Saramago e Vidal) scrisse una lettera aperta in cui stigmatizzava non solo la pretesa di Israele di rappresentare il giudaismo a livello mondiale, ma soprattutto l’uso strumentale delle accuse di anti-semitismo per sminuire ogni critica riguardante azioni di guerra (considerate inaccettabili se perpetrate da qualsiasi altro stato).
e in parallelo alla guerra che si vede e non si vede (in Ucraina, a Gaza, nonché in Yemen, Siria, Myanmar, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Haiti, Afghanistan…) altrettanto sangue scorre nel conflitto di classe, con una plebe di lavoratori schiavi, che non solo non riesce più nemmeno a comprarsi un’auto nuova, ma proprio non arriva a fine mese…
è ancora possibile fornire versioni veraci degli eventi, rigettando la narrazione dei media? Pinter ci prova, a partire dall’invasione dell’Iraq (“un atto di banditismo, di puro terrorismo di stato che dimostra un disprezzo assoluto per il concetto stesso di legge internazionale” e ancora “volgare manipolazione dei media e quindi dell’opinione pubblica” e non bastasse, con “l’obiettivo di consolidare il controllo militare ed economico degli Usa sul Medio Oriente, camuffandolo, una volta manifestatesi infondate tutte le altre giustificazioni, da liberazione”…doccia gelata per gli esportatori di democrazia, ovvero per chi pretende di far coincidere l’uso della forza con “l’autorità morale”, ponendosi ipso facto al di sopra di qualsiasi legge). peraltro, Pinter non la manda a dire nenache a Blair (“idiota ipocrita”) e al laburismo “soft” di Michael Foot (arrivando a votargli contro così da esporsi agli strali della sinistra benpensante per avergli provocatoriamente preferito la Thatcher).
se devo immaginare un limite di Pinter, potrebbe essere quello di aver attaccato con forza, coerenza e schiettezza il Potere, senza però proporre un “sistema economico” alternativo (cosa che, a mio avviso, somiglia ad un non senso). sì, insomma, la sua lucida rabbia di intellettuale umanista non riesce a tradursi concretamente in un processo rivoluzionario (come non mi stanco mai di dire, la rivoluzione deve passare per forza attraverso l’economia). in questo non riesce ad affrancarsi del tutto dallo spetto della “sinistra obamiana”: liberalismo progressista in politica estera e sui diritti civili che in più non osa mai mettere in discussione i dogmi di fondo del modello capitalista e dell’economia di mercato.
e infatti, bene o male, se ha preso il Nobel completamente *alieno* al sistema non poteva essere (son troppo cattivo? chissà…).
oppure… forse sto proprio delirando! boh… fatto sta che Pinter ha incassato il Nobel per la letteratura e, tanto per fare un esempio, Stefano Benni no.
ecco, delirio per delirio, mi sorge spontanea la domanda: in cosa differiscono? ok, uno è un “elevato” inglese e l’altro è un “volgare” italiano, ma nazionalità a parte?
(che però, ribadisco rigato, non è dato di fatto trascurabile, anzi, in molti casi vale più di tutto il resto, non è dato di fatto trascurabile, anzi, in molti casi vale più di tutto il resto. non è dato di fatto trascurabile, anzi, in molti casi vale più di tuttoil resto. non è dato di fatto trascurabile, anzi, in molti casi vale più di tutto il resto. non è dato di fatto trascurabile, anzi, in molti casi vale più di tutto il resto… vuoi mettere nascere israeliano o palestinese? americano o iracheno? tedesco o nigeriano? eh…)
vabbè, non divaghiamo: Pinter e Benni in fondo sono due facce della stessa medaglia, perseguono il medesimo obiettivo (mettere a nudo la realtà e dire la verità sul Potere), anche se in due modi radicalmente diversi: il tragico e il comico.
è probabile, dunque, che per il Potere la comicità risulti più scomoda della tragedia?
mmmm… interessante… potrebbe essere.
magari ci torno.
: )
aggiungo solo, con tristezza, che la Pinterazione che prende corpo tra gli sparuti abitanti di Neobar in calce ai post è sempre minore. come scrissi in chiusa a una poesiola buffa tempo fa:
e ora…
ora siamo tutti morti
ve ne siete accorti?
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Condivisibili del tutto le affermazioni di Pinter, salto le considerazioni sulla verità nelle produzioni artistiche, che per adesso non mi interessano, e parto da quelle politiche.
La verità nella politica, o meglio nella storia è costellata di falsità, e per fortuna anche di chi riconosce il falso e lo svela. La donazione di Costantino era un falso, e Lorenzo Valla l’ha dimostrato. Tutti noi comunisti sapevamo dagli anni 70 che l’imperialismo americano sosteneva tutte le dittature sudamericane, Cile, Argentina, Nicaragua e anche Panama, la cui invasione ha rotto la regola del conflitto “a bassa intensità”, così come in Iraq.
Lo sapevano tutti, non era certo un segreto. Adesso con Trump il capitalismo americano segue la logica del re Ubù, la verità è a breve termine e cambia giorno per giorno, come gli indici di borsa, il capitalismo è diventato la caricatura di se stesso. Gli altri blocchi di potere, come la Cina ad esempio, anche loro non hanno niente di buono da insegnarci, perseguitano gli Uiguri internandoli nei campi di rieducazione, con altri mezzi ma cercano di fare quello che gli israeliani fanno ai palestinesi. Turchi e Iraniani perseguitano i Kurdi, che avrebbero diritto anche loro al Kurdistan, come i Palestinesi hanno diritto allo stato di Palestina.
Dice malos che un limite di Pinter è quello di non proporre un’alternativa economica alle sue considerazioni. Io penso che l’infrastruttura economica del mondo, la sua ossatura è unica, è comune a tutti e deriva dalla cultura occidentale. Anche i cinesi non girano più col codino e il cappello a cono, usano treni, automobili, aerei, computer che sono originate nell’occidente. Tutti, anche Russi e Iraniani hanno le banche e le società per azioni, la divisione del lavoro e il profitto tutte creazioni occidentali. Oggi c’è una civiltà unica, quello che cambia sono le sovrastrutture, uno stato può essere una dittatura teocratica o fascistoide, o altre differenze più di cosmesi.
Ma come faccio oggi a pensare ad una società, uno stato che non abbia la borsa e il capitale?
Ho sempre creduto a una soluzione di tipo comunista, e credo ancora nella ripartizione egualitaria delle risorse tra gli uomini. Ma tutti gli esperimenti in questo senso sono falliti, sia in Russia che in Cina, sono ripiombati nel capitalismo.
Che alternativa poteva mai proporre Pinter allo status quo economico, e tu che alternativa hai in mente malos?
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che bello ritrovare almeno la voce di Giancarlo (iniziavo a preoccuparmi), ora posso scacciare il dubbio di essere qui a dialogare col vuoto ontologico.
: )
“e tu che alternativa hai in mente malos?” chiedi
eh… domanda diretta, a cui potrei rispondere in modo telegrafico: l’alternativa non è nella mia mente, ma nei chiarissimi dettami economici ella Costituzione.
punto.
potrei, ma non sono il tipo, pertanto vado oltre…
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a differenza dei padri costituenti che avevano toccato con mano povertà, grande recessione e guerre mondiali, la restaurazione *econo-mistica* neoclassica e liberista post-bellica incarna la resurrezione dei numeri astratti (che, si sa, pendono sempre dalla parte di quelli che “contano”).
vogliamo seguitare ad immolare i nostri figli sull’altare della “Perfetta Divina Concorrenza”, capace di stabilizzare magicamente con la sua mano invisibile i mercati conducendoli all’equilibrio? oppure è il caso di piantarla di giocare coi numeri astratti (che ben poca attinenza hanno col benessere del popolo e che continuano a regalarci crisi globali e aumento della diseguaglianza) per tornare a parlare di lavoro (su cui si fonda lo Stato), di disoccupazione, di salari dignitosi, di politica monetaria e di ruolo dello Stato nel realizzare i dettami costituzionali?
io voglio l’*oppure*.
eppure…
eppure è in atto un indottrinamento continuo dalla scuola all’università, dove gli studenti imparano ad avere paura della spesa pubblica e a prendere per buoni modelli in cui l’offerta è sempre uguale alla domanda, i mercati sono perfettamente concorrenziali e qualsiasi disoccupazione che si manifesti è volontaria. quando gli studenti iniziano a frequentare dottorati e scuole di specializzazione sono già dei Monti in miniatura…
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“collinette” addestrate a pensare al mondo reale come a una *deviazione* dall’ideale immaginario che gli è stato inculcato e che NON sono più in grado di mettere in discussione. al massimo, qualora in vena di *grandi trasgressioni*, arriveranno ad aggiungere pezze e micro-variazioni senza mai riuscire a prescindere dalla sua logica fondante. forse, aggiungo, non *possono* e non *vogliono* (pena l’esclusione dal piatto ricco e la marginalizzazione in sede accademica a Roma Tre). e quindi si rassegnano a “baloccarsi” con modelli dove non esiste la disoccupazione, dove la moneta non gioca nessun ruolo, dove tutto è clone e lo stato è uno zombi. un teatro dell’assurdo dove la moneta è neutrale, la disoccupazione è il prodotto di “percezioni errate” e le recessioni sono efficienti riallocazioni del tempo tra *lavoro* e *tempo libero*.
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per non apparire del tutto idioti, negli ultimi decenni gli economisti mainstream sono soliti agghindare questa linea di pensiero *neoclassico* con un’infarinatura di “frizioni” neo-keynesiane. In pratica, viene applicata in superficie una patina di “realismo”, ma la sostanza non cambia: i modelli sono ancora costruiti sull’equilibrio generale di Arrow-Debreu e fedeli al dogma che le economie tendano sempre all’equilibrio. l’etichetta “keynesiana” è SOLO uno specchietto per le allodole che con malizia dissimula un’anima teorica neoclassica di segno opposto.
e guarda che il nano non è solo e non è pazzo: le voci fuori dal coro non mancano… Steve Keen ha denunciato con forza che l’ossessione per l’equilibrio non è solo irrealistica, ma anche fuorviante e produce teorie cieche incapaci di studiare crisi, dinamiche del credito e instabilità. Colander, Holt e Rosser (2004) hanno mostrato che l’economia tradizionale tende sempre più (furbescamente) a concentrarsi su ciò che è affrontabile matematicamente rispetto a ciò che è empiricamente rilevante. Robert Solow ha rimarcato che l’ossessione per il formalismo ha allontanato la macroeconomia dalla realtà. Olivier Blanchard in persona ha dovuto ammettere che i modelli sono stati “troppo rigidi”, assecondando la propria logica interna piuttosto che l’economia che pretendevano di spiegare. e di recente pure Draghi col capo coperto di cenere ha detto: “NOI abbiamo contratto i bilanci pubblici, abbiamo sacrificato la spesa pubblica, abbiamo compresso i nostri salari anche perché NOI, IN QUEGLI ANNI PENSAVAMO CHE per compe.. pe.. ehm, eravamo in competizione con gli altri paesi europei e quindi tenevamo i salari più bassi come uno strumento di concorrenza. Quindi abbiamo perseguito una strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri e combinato questa con una politica fiscale prociclica. L’effetto netto è stato solo quello di indebolire la nostra domanda intenda e di minare il nostro modello sociale”.
come potrai capire, il problema non risiede solo nelle ipotesi irrealistiche: è che queste “ipotesi” sono lenti deformanti che plasmano ciò che gli economisti (i NOI di Draghi) vedono e ciò che ignorano (volutamente). se il lavoro e la disoccupazione vengono esclusi dalla base di partenza, diventano un fatto incidentale, un elemento di attrito piuttosto che una realtà centrale (come ordina la Costituzione). se la moneta è neutrale, le crisi finanziarie appaiono come shock esterni, non come conseguenze del sistema stesso…
quindi (come già notato a margine della verItàlia), oltre a un controllo (su scala globale) abbastanza capillare dell’informazione in senso lato, esiste un controllo STRINGENTE ben più millimetrico dell’informazione economica… ho già scritto più volte che nelle scuole dovrebbero essere previste almeno due ore nel monte ore settimanale (a partire dalla scuola primaria) in cui imparare a memoria la Costituzione e studiare soprattutto macroeconomia, ma anche Marx (tutto è “digeribile” e assimilabile/funzionale al regime totalitario neoliberale, tranne Marx). eh, in tal senso giova ricordare che esiste documentazione storica di un’allarmata missiva giunta “dai miliardari dei piani alti” a Nixon nei primi anni 70 in cui si dice in sostanza: “i poveri che frequentano l’università sono un problema, fermiamoli”.
con questo, sia chiaro, non intendo dire che sono “marxista” o “keynesiano” o che Marx o Keynes possiedano la Verità rivelata, ma che nel pensiero di Marx e di Keynes troviamo un prezioso set di strumenti, utile per scardinare i dogmi sottesi al funzionamento elitario ed oligopolistico del capitalismo finanziario liberista.
oligopoli che, è bene ricordarlo, possiedono un oliato funzionamento aggregante *sociologico* (legato alla lotta di classe). lo spiegava chiaramente già Adam Smith quando scriveva in un suo saggio che a ogni occasione sociale, gli uomini d’affari tendono ad appartarsi in una stanzetta a parlare di business mettendosi d’accordi su come fare lobby sui decisori politici, sugli strumenti di propaganda, su come fare cartello coi prezzi etc…
mica è una novità: il capitalismo è già quello dei cartelli e degli oligopoli nell’800, quando ancora si definiva “anarchico”. poi arrivano le guerre mondiali e l’URSS, a cui il capitalismo reagisce attaccando in modo subdolo le democrazie sociali per puntare ad una visione di stato altrettanto totalitario: le tecnocrazie che imperano nel blocco occidentale (UE in testa). progetto ormai compiuto in ogni suo aspetto (comandano Banche Centrali private, BCE in testa) grazie al supporto di “fondazioni filatropiche”, di massonerie che nel tempo hanno preso la forma di “club internazionali” e di servizi segreti diventati polizia privata della finanza internazionale. ricorda qualcosa? mica è solo roba degli ultimi decenni, l’hai pur letta (spero, perché anche a me ha aperto la mente scrivendola) la verItàlia… l’unico vero terrorismo che c’è in giro è quello del capitale contro la democrazia popolare…
la grande finanza anglo-americana dalla seconda globalizzazione in qua tira le fila di un regime totalitario senza confini che garantisce “l’ordine mondiale… del Mercato”, ovvero del Magico Mondo in cui l’unico fattore della produzione *flessisibile* ad libitum è SOLO il lavoro. tra le righe, anche Guido Carli già negli anni settanta recepisce la direzione verso cui rivolgere la prua e “si allinea” (c’è pure lui tra i “personaggi” importanti della verItàlia): lo stato sociale deve essere accantonato e le masse dei lavoratori (tutti, compresa la “classe media”) devono tornare alla miseria, come nell’800. è il periodo in cui i Chicago Boys vanno in tour in giro per il mondo a complimentarsi con golpisti e stragisti per aver riportato la *libertà* (del Mercato) nei paesi che portavano avanti progetti più o meno realizzati e/o realizzabili di socializzazione. come pure, senza ricorrere alla guerra, l’accentramento dei media, la propaganda del Potere (dalla P2 in qua) e la bomba atomica degli agganci monetari (Argentina, e “tigri asiatiche” col dollaro; Finlandia col marco) e delle unioni monetarie (franco CFA, euro) hanno messo in ginocchio interi paesi. il tutto sullo sfondo di una “moral suasion” economica affidata a Trilateral Commission, gruppo Bilderberg, FMI e compari invece che al capo dello Stato. cheppoi, manco a farlo apposta, pochi post più sopra c’è Pasolini che parla seduto accanto a **Napolitano**, che iddio lo stramaledica, uno che ha tradito la Costituzione per ergersi a massimo garante… della tecnocrazia euronazista che ha raso al suolo definitivamente lo stato sociale nelle democrazie europee e che ha elevato il potere di lobbisti, élite finanziare e banche centrali private a livelli impensabili…
vabbè, tornando a noi, come dicevo, l’istruzione scolastica negli ultimi decenni è stata messa al servizio del Mercato mediante una rivoluzione valoriale prettamente tecnica, tesa a formare automi che “sanno fare” e non esseri umani dotati di cultura e capacità critica che “sanno cose”. eccerto, il popolo deve essere ignorante e bersi a garganella gli sproloqui di Monti e di Draghi… eh, mi viene da ripesare alla reazione disgustata di Caffè al sentire i discorsi (neo)liberisti di Friedman e di Hayek (eletti a idoli mainstream nel mondo post reagan-tharcheriano), diceva, addirittura, che gli evocavano le stesse sensazioni di quando vedeva le svastiche sui muri.
eppure capire non sarebbe così difficile, a patto di avere un po’ di tempo a disposizione per pensare (ma che purtroppo scarseggia)! in fondo grafici, formule e derivate non sono indispensabili per capire “come funziona” l’economia su scala macroeconomica e come (e quanto) economia e politica costituiscano, in ultima analisi, un binomio indissolubile.
guarda, finché non crollo e finché non s’arriva “molto dopo mezzanotte” (per dirla con Bradbury), continuerò a scrivere a ruota libera per delineare un discorso generale di economia in tempo reale, sperando di riuscire a mantenere la chiarezza necessaria.
lasciamo stare il, peraltro prezioso, contributo di Keynes e la strumentalizzazione del suo pensiero operata dei neo-Keynesiani (per ricondurlo dell’alveo del pensiero economico neo-classico). proviamo a partire da un ragionamento base che potremmo piuttosto definire “post” keynesiano. prendiamo la Teoria Generale come punto di partenza metodologico e NON come un’imposizione tout court alla ricerca di un modello che possa fornire buone euristiche causali per comprendere l’impatto dei flussi finanziari sulla produzione e sull’economia, senza rinunciare a politiche governative che possano impattare i risultati economici. in più, teniamo bene a mente che debito pubblico e debito privato sono cose ben diverse, che l’offerta di moneta NON causa per se inflazione e che il debito privato ha la “scomoda” incombenza che prima o poi dovrà essere rinnovato (pena rilevanti conseguenze…).
orbene, negli ultimi 40 anni, la politica si è limitata a “gestire” l’economia modificando i tassi di interesse e a deregolamentando tutto il possibile. ora però i margini di guadagno sugli investimenti derivanti dai soli bassi tassi di interesse si sono ampiamente esauriti e si è tornati alla politica fiscale. se pensiamo al periodo Covid, possiamo vedere che il “sistema” ci ha dimostrato (inavvertitamente, perché costretto) quanto sia *potente* l’intervento sul lato della domanda. il fatto che investimenti (soprattutto quelli allocati in modo strategico da parte dello Stato) facciano crescere l’economia e che esistano “cose innominabili” come il moltiplicatore keynesiano del PIL, hanno però il *fastidioso* effetto collaterale di redistribuire la ricchezza verso il basso (mentre le politiche di austerità ottengono l’effetto opposto)… stesso discorso, anche per la manfrina del “cambiamento climatico” usata dai modelli mainstream come grimaldello per imporre *decrescita* (che è austerità con abiti diversi), mentre servirebbe, al contrario, un massiccio incremento degli investimenti per adattarsi e mitigare il cambiamento climatico: altro che decrescita, volendo può essere la strada maestra verso un nuovo boom economico (con aumento dei consumi e dei salari), ma *ovviamente* non piace perché, come sopra, l’effetto collaterale sarebbe redistribuire la ricchezza che invece si vuole sempre più accentrata in poche mani (tanto per capirci, i profitti di Black-Rock surclassano di molte volte il PIL italiano)…
l’economia è sempre e per definizione economia politica, che lo si ammetta o meno. e la politica ha sempre, a sua volta, una visione del mondo specifica (elitaria, classista, democratica, popolare, ect). quello che chiamiamo “economia” sono solo un insieme di oggetti e attività presenti nel mondo che suddividiamo e misuriamo. ma attenzione: la misurazione NON è mera aritmetica, è profondamente intrisa di bias “teorici”. ad esempio, l’economia tradizionale struttura l’economia in base a molte variabili non osservabili, non misurabili o soggettive. in primis, ai consumatori vengono attribuite preferenze in base alle quali intendono massimizzare la propria utilità (quanto lavorare, cosa acquistare etc). le diverse preferenze dei consumatori determineranno i prezzi relativi e i salari nel mercato. come risultato “le preferenze di tutti” vengono incorporate nel prezzo di vendita dei beni e l’economia tende a un equilibrio. le variazioni dei prezzi inducono quindi cambiamenti nella struttura produttiva dell’economia, in modo che venga prodotta la quantità corretta di ogni bene, in base alle preferenze dei consumatori.
l’intero processo microeconomico è dunque spiegato come “allocazione di risorse scarse ai fini più efficienti” e secondo tale visione, l’obiettivo del mercato è produrre un insieme di prezzi relativi che massimizzino l’utilità di tutti, e quindi le imprese devono massimizzare i profitti rispetto a tali prezzi.
i due principali problemi derivanti da questo modello sono: (1) le cose accadono nel tempo, e quindi non si raggiunge mai un punto di equilibrio (tutto, in fondo, è “aspettativa”), (2) questa visione dell’economia è largamente inutile per cercare di strutturare le politiche o usare i dati per riflettere sui problemi economici (le variabili importanti a livello micro sono totalmente inosservabili). è come fare scienza medica studiando il singolo paziente invece di basarsi sulla statistica di popolazione…
a livello macroeconomico, la situazione è comunque controversa: non esiste un unico modo coerente a lungo termine per misurare il tasso naturale di disoccupazione, il tasso di interesse neutrale o il PIL reale. ci si basa su approssimazioni quantitativamente disordinate e fragili da un punto di vista metodologico, e poi invece le si tratta come numeri messianici e rigorosi (la regola del Trepercentoooo!). nei vari corsi introduttivi di economia, questi modelli teorici, fondati su variabili non osservabili, vengono presentati come “ideali platonici” che i mercati realmente esistenti replicano in modo solo contingente e l’obiettivo politico logico che deriva da questa visione del mondo è il cercare di rendere tutti i mercati più simili a quelli astratti.
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una impostazione più realistica, di tipo post keynesiano, identifica invece in sostanza due grandezze alle quali fanno capo i numerari reali, virtuali, effettivi ed empirici per l’economia nel suo complesso: il *lavoro* e la *moneta*.
il lavoro viene misurato in ore di lavoro in modo chiaro, attribuendo la variabilità allo stock di capitale anziché al lavoro. lavoratori diversi NON hanno produttività diverse (per le quali poi contrattano i salari), al contrario, ognuno lavora un certo numero di ore ed è ogni bene capitale ad avere una diversa “capacità di essere lavorato da questo particolare lavoratore” assorbendo in questo modo le differenze di produttività.
vale la pena di tenere bene a mente che in un’economia capitalista, la produzione è intrapresa per il profitto e non per l’uso: pertanto il valore viene di solito misurato utilizzando la convenzione sociale della contabilità e la produzione avviene in previsione dei flussi di denaro (proprio come gli investimenti e i consumi). in questa prospettiva, le cose valgono il loro valore contabile, più o meno, e gli attori economici agiscono in base a questi valori contabili: ecco un solido punto di partenza per un buon modello economico, ovvero utilizzare le quantità che gli “attori” stessi utilizzano. in pratica, i singoli attori hanno attività e passività, entrate e uscite (l’attività di qualcuno è la passività di qualcun altro, e viceversa) e tutto è interrelato attraverso l’uso di queste convenzioni.
visto che gli “attori” di un’economia capitalista cercano semplicemente di andare avanti, giorno dopo giorno e mese dopo mese (ovvero di rispettare i propri impegni di pagamento, che si tratti di un’azienda che rimborsa prestiti o di una famiglia che acquista cibo) ciò che è necessario è la liquidità (misurabile in euro disponibili per soddisfare i requisiti di pagamento). quindi, secondo tale più concreta impostazione, lo studio dell’economia riguarda lo studio del flusso dei pagamenti e dell’accumulo di attività, e NON l’allocazione di risorse scarse ai fini più efficienti.
una delle conseguenze pratiche più importanti di tale approccio è che esclude alcuni risultati impossibili: NON SI PUO’ AVERE TUTTI UN SURPLUS COMMERCIALE (il vulnus principale del mercantilismo tedesco)! se c’è un deficit commerciale, il settore privato o quello pubblico devono registrare un deficit per finanziarlo. in più, qualsiasi dato economicamente significativo si manifesta come una variazione in un insieme di flussi o una variazione nel valore delle attività in qualche punto del sistema ed è quindi misurabile e almeno in linea di principio, disponibile per gli economisti. in sostanza, non si naviga più a vista in balia del Mercato, bensì si possono misurare variazioni e identificare cicli/regolarità in relazione agli assetti istituzionali e alle scelte politiche.
ma torniamo un attimo sul principio che “tutto è aspettativa”: le aspettative influenzano le azioni e queste azioni a loro volta creano la realtà. in sostanza, per farla semplice, la domanda attesa guida gli investimenti, gli investimenti guidano l’occupazione, l’occupazione guida i salari, i salari guidano i consumi, i consumi guidano la domanda e la domanda convalida gli investimenti. insomma, come ci insegna la storia dell’economia, le buone aspettative fanno sì che le profezie che si autoavverino, mentre le cattive aspettative fanno lo stesso in direzione opposta.
analizziamo il tutto passo passo: la domanda attesa stimola gli investimenti, perché le aziende investono in capacità aggiuntiva o nell’assunzione di più lavoratori solo quando pensano che in futuro più persone vorranno acquistare i loro prodotti rispetto al momento presente. gli investimenti stimolano l’occupazione perché implicano l’acquisto di beni strumentali di nuova produzione. qualcuno deve costruire questi beni strumentali, quindi un aumento degli investimenti porta a un aumento dell’occupazione. l’occupazione stimola i salari in due modi: assumere più persone significa che l’importo totale dei salari versati all’economia nel suo complesso aumenta (anche se il salario rimane invariato) e in più un aumento del livello di occupazione tende di per sé ad aumentare i salari (le aziende devono competere per accaparrarsi i lavoratori, e uno dei modi in cui lo fanno è sui salari). un aumento dei salari determina quindi un aumento dei consumi: per quanto una quota possa essere “risparmiata”, quando i salari aumentano si spende di più per acquistare altri beni. e il cerchio si chiude: l’aspettativa di un aumento della domanda ha creato un aumento della domanda.
fai attenzione: anche se non c’è garanzia che ciò sia vero per ogni singola azienda, sarà vero in termini aggregati! ovvio che il “cerchio” può “girare” altrettanto facilmente nella direzione opposta, ed è l’anima delle bolle finanziarie ed economiche (come ottimamente spiegato da Hyman Minsky).
il “Minsky moment” arriva tragicamente quando i prestiti vengono interrotti: non c’è più nulla a sostenere i prezzi e tutto crolla. occhio, però le “bolle” però non sono sempre *negative*, anzi! se le aziende di un settore si accollano la spesa di investire in nuove tecniche non redditizie nel breve periodo, quegli investimenti potrebbero finire per dare i loro frutti più avanti, ergo, le bolle speculative generano investimenti di capitale che potrebbero non dare i loro frutti per trent’anni, ma il guadagno finisce per essere sostanziale e non si sarebbe mai verificato senza le perdite iniziali.
se, come nel modello classico, si afferma che l’obiettivo dell’economia è l’allocazione più efficiente delle risorse scarse, quanto sopra è uno spreco.
se invece si ragiona di economia pensando che l’obiettivo sia la piena occupazione (ricorda qualcosa?) e il pieno sviluppo dello stock di capitale, allora questo spreco è solo un prezzo iniziale per un beneficio a lungo termine.
visto che, con buona pace degli “offertisti” è la domanda crea l’offerta, stimolando gli investimenti, saranno poi gli investimenti quindi a creare *contemporaneamente* sia risparmi sia stock di capitale. molto importante è capire che il *motore* degli investimenti NON sono i risparmi passati (come vorrebbero i luoghi comuni “moralisti” ma anche l’economia ricardiana o marxista, nonché quella neoclassica). mi spiego: per creare investimenti non è necessario “disporre di un gruzzoletto” di risparmio. la teoria ricardiana si rifà al presupposto che per investire, la priorità sia il risparmio, quindi ipso facto i consumi devono essere ridotti per aumentare gli investimenti. discorso simile per i modelli neoclassici che immaginano il sistema bancario come un sistema a riserva frazionaria (ovvero c’è un importo massimo che le banche possono prestare in funzione dell’ammontare dei depositi che le banche hanno a disposizione).
in realtà, un approccio post keynesiano mostra che gli investimenti non derivano dai risparmi passati, ma anzi creano nuovi risparmi (infatti aumentano occupazione e salari, di cui parte viene spesa in consumi). in pratica, ciò che è stato risparmiato nasce come conseguenza della nuova spesa per i beni capitali che in primo luogo hanno creato occupazione: la nuova spesa creata dagli investimenti circola nell’economia sotto forma di consumi e risparmi finché l’intero importo non viene infine risparmiato da un gruppo di persone. TALE VISIONE DINAMICA suggerisce una “morale” ben diversa da quella dell’impianto neoclassico: sono i CONSUMI, non i risparmi, a guidare gli investimenti e ad aiutare la società a prepararsi per il futuro.
ciò potrebbe sembrare strano, dato che sia i consumi che gli investimenti consumano risorse, ma ciò che conta come risorsa economica è definito interamente internamente allo stock di capitale attuale. prendi il petrolio greggio nel 1400: non è ancora una risorsa, è solo parte della natura (mancano raffinerie, automobili ect). solo con investimenti e innovazioni sufficienti diventa una risorsa. ed è vero anche il contrario: fino al XX secolo, l’olio di balena era una risorsa fondamentale per la lubrificazione dei macchinari industriali, tuttavia, con l’invenzione di lubrificanti migliori l’olio di balena ha perso lo status di “risorsa” ed è tornato a far parte della natura.
CAMBIARE LO STOCK DI CAPITALE MODIFICA LO STOCK DI RISORSE e la scarsità è un problema solo per periodi di tempo in cui la capacità produttiva non può cambiare (su un arco temporale sufficientemente lungo, invece, è possibile investire in relazione alla scarsità di risorse e ai colli di bottiglia). il tutto configura una pietra tombale sulla “distruzione creativa” di Josef Schumpeter e un riconoscimento dell’importanza dell’“innovazione dirompente” di Clayton Christensen: un cambiamento tecnologico (considerato come un cambiamento nella tecnica di produzione, o nella tecnologia sociale di gestione) finisce per forza, a un certo punto, per passare attraverso cambiamenti nello stock di capitale (deviando le catene di approvvigionamento e introducendo fasi diverse nel processo produttivo). a rigor di logica, anche adattarsi al cambiamento climatico è in realtà una posizione economica *espansiva*, non restrittiva: qualsiasi investimento serio non può che essere vissuto come un boom. ovvio che serve tempo e volontà politica, ma sono tutte cose assolutamente *fattibili* attraverso un aumento degli investimenti senza ridurre i consumi attuali. e la cosa non dispiacerebbe certo a iMercati™…
ohi, a proposito, come li definiamo iMercati™? beh, i mercati sono luoghi di governance, una sorta di “coordinamento amministrativo” in cui diverse entità concorrenti (tipo aziende, famiglie, agenzie di regolamentazione o gruppi industriali che agiscono un po’ come “governi privati”, secondo Elizabeth Anderson) si incontrano per coordinare la propria produzione. produzione che non è solo questione di “prezzi” determinati da “domanda e offerta”, ma è, ovviamente, anche di per sé una sorta di politica, con una vasta gamma di attori e un’ampia varietà di obiettivi. in questo contesto, lo Stato è un attore potente sui mercati e deve (dovrebbe) perseguire una governance che eviti guerre di prezzo distruttive e perdite finanziarie indebite a tutti i livelli. dunque lo Stato agisce da “potere di controbilanciamento” per le imprese sul mercato perseguendo un impatto sociale “etico” e conforme ai dettami costituzionali. e può farlo perché le condizioni macroeconomiche contribuiscono enormemente a governare i risultati microeconomici (come ben sapevano i padri costituenti, la disoccupazione è sovradeterminata dal sistema e NON dai lavoratori). ma in ogni caso, leggi economiche permanenti e parametri stabili sono rari, perché sono principalmente l’esito di negoziati in larga parte politici sulla gestione della produzione e del consumo tra attori privati e pubblici. quindi, affermazioni meccanicistiche secondo cui l’aumento del deficit fiscale porta all’inflazione, o un aumento dei salari porta a un aumento della disoccupazione, hanno ben poco fondamento. non esiste una “logica” unificata sottostante al capitalismo, solo una serie di strutture di governance iterative e concorrenti e le cose devono spesso essere valutate al livello di scala o di astrazione poiché spesso e volentieri ci si imbatte in “paradossi”.
pensa al classico paradosso di Keynes del risparmio: se tutti cercano di aumentare il proprio tasso di risparmio, significa che stanno riducendo il proprio tasso di consumo e quindi diminuisce il reddito di chi vende beni di consumo. il problema è che la produzione totale è determinata da consumi *e* investimenti. se gli investimenti rimangono costanti e i consumi diminuiscono, la produzione totale diminuisce. il tasso di risparmio aumenta, ma solo perché tutti ora risparmiano la stessa quantità di euro a fronte di un reddito inferiore in euro. in più, se tutti iniziassero a risparmiare di più senza un aumento degli investimenti o dei consumi pubblici, ciò ridurrebbe la produzione e lascerebbe le persone senza lavoro. un bel “colpo da ko” per gli “austeriani” e per le esortazioni a “stringere la cinghia e risparmiare perché stiamo vivendo al di sopra delle nostre possibilità” (come sosteneva il simpatico Padoa Schioppa)
l’imperativo morale individuale più coerente con un buon risultato sociale è dunque quello di investire e di spendere, non di risparmiare…
se passiamo al paradosso dei costi di Kalecki, si analizza lo stesso concetto dal punto di vista delle imprese, piuttosto che da quello delle famiglie: se i datori di lavoro minimizzano i costi riducendo al minimo i salari in aggregato, finiscono per cannibalizzare la base di consumo dell’economia nel suo complesso, intaccando i profitti, mentre se si procede in senso opposto e si lascia che i salari aumentino, il tasso di profitto aumenta di pari passo.
ed ecco che salta per aria l’individualismo metodologico che è alla base di gran parte dell’economia tradizionale neoclassica: se tutti gli individui tentano di aumentare simultaneamente i propri risparmi, il risparmio totale a livello aggregato tende a non aumentare perché la domanda aggregata e la produzione diminuiranno. le interazioni sociali e un approccio macroeconomico sono una chiave di lettura indispensabile dato che le interazioni sociali danno origine a distinte proprietà sistemiche a livello macroeconomico.
è doveroso considerare le economie moderne come sistemi di flussi di cassa, non come sistemi di equilibri tra variabili: il tasso di interesse “naturale” (e il relativo tasso di disoccupazione “naturale”) sono concetti da cassare. il tasso di interesse non è il prezzo di equilibrio tra consumi presenti e futuri, ma il prezzo della liquidità, una variabile monetaria con effetti distributivi fortemente influenzata dalle decisioni della banca centrale (che non deve essere privata!!!). l’occupazione è il riflesso delle condizioni della domanda nel mercato dei beni, *quindi* i tagli salariali aumentano (via riduzioni della spesa per consumi e quindi della domanda aggregata) invece di ridurre la disoccupazioneeee!!!!
un approccio economico post keynesiano è un antidoto alla TINA (There Is No Alternative, la leggenda che l’economia mainstream e le sue soluzioni di libero mercato siano l’unico modo per comprendere e risolvere i problemi economici) e le politiche macroeconomiche, seppure legate a fondamentali microeconomici sono radicalmente diverse da quelle che si rifanno alla teoria neoclassica.
ma forse inizio a ripetermi e dunque è bene che vada a letto. Non ho neanche la forza di rileggere tutto quanto scritto finora (spero che non ci siano troppi errori e di essere riuscito a spiegarmi).
nella speranza di esserti stato d’aiuto, oltre ad aver soddisfatto la tua curiosità, vado a nanna.
in caso tu voglia leggere dell’altro, qui trovi un PDF *gratuito* da scaricare.
https://docenti-deps.unisi.it/wp-content/uploads/sites/26/2021/04/Ma.-Lav.-2006.pdf
un abbraccio fratello!
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