
Gabriella Cinti, Prima, II edizione
Prefazione di Federico Migliorati, Postfazione di Mauro Ferrari
Puntoacapo Editrice, Collana Intersezioni n. 60, 2024
C’è un gesto antico, quasi archetipico, che attraversa l’intera raccolta Prima di Gabriella Cinti: quello di volgere lo sguardo indietro, oltre la storia ed oltre la memoria personale, fino a toccare le radici più remote della vita stessa. Uno sguardo retrospettivo che non è mai sterile e nostalgico ma, al contrario, diventa il trampolino per un balzo cosmico, una “capriola d’amore / in fuga dall’abisso” (p. 59) che proietta la parola poetica verso dimensioni vertiginose. Prima: una sola parola ma densa di significati. Federico Migliorati, nella sua acuta prefazione, coglie perfettamente la portata di questo titolo: cinquanta composizioni condensate in un vocabolo che è insieme direzione temporale, stato originario, condizione primigenia dell’essere. La Cinti non cerca semplicemente le origini: le abita, le attraversa, le trasforma in materia pulsante di poesia.
Una delle caratteristiche più originali e commoventi di questa raccolta è il dialogo che la poetessa instaura con forme di vita antichissime, quelle che lei stessa, con tenerezza quasi materna, chiama “creaturine”. Il libro si apre significativamente con Chissà se piangevi? (p. 11), una lirica dedicata alla Dryopiteca, una piccola scimmia arboricola vissuta nel Miocene, tra trenta e venti milioni di anni fa. La domanda ripetuta — “Chissà se piangevi?” — non è un vezzo retorico, ma un autentico interrogativo esistenziale: “Trenta milioni di anni per assaporare / il soffrire come un sapore”. È straordinaria la capacità della Cinti di cogliere in creature remotissime il germe di ciò che siamo diventati. E la domanda finale — “Quanti milioni di anni / ha la storia delle mie lacrime?” — stabilisce una continuità emotiva tra l’umano contemporaneo e le forme primordiali della coscienza.
Questo approccio empatico si estende a un vero e proprio bestiario dell’origine: i cefalopodi con i loro “cinquecento milioni di neuroni” (p. 18), la garzetta che “canta armonia” (p. 25), la lampreda “veggente cieca / che muori dopo l’amore” (p. 36), i gibboni con i loro “duetti d’amore” (p. 45), il limulo che da “duecento milioni di anni / fai l’amore al plenilunio” (p. 68), fino all’Euglena, quella microscopica alga-protozoo che “porti traslucenza nel nome” (p. 119). Ed è l’Amore il filo conduttore che attraversa l’intera raccolta, l’Amore motore stesso dell’universo. Non a caso una delle liriche centrali riprende nel titolo le parole di Dante: L’amor che move il sole e l’altre stelle (p. 14). Ma la Cinti declina questo principio dantesco in chiave biologica e quantistica: “c’è sempre un bacio all’inizio della vita”. Questo verso, nella sua limpida semplicità, condensa l’intera visione del mondo della poetessa. L’amore non è solo sentimento umano, ma legge cosmica, forza aggregante che tiene insieme quark e galassie, cellule e coscienze.
In La mia sete di due (p. 64), l’incontro amoroso viene paragonato alla collisione di due buchi neri: “Come l’incontro dei due buchi neri / in un angolo di universo / a un miliardo di anni luce / –proprio due – / l’onda generata / ad avvolgere la terra”. Accanto a questa dimensione cosmica, Prima è attraversato da un dolore privatissimo: la perdita dei genitori. Le poesie dedicate al padre e alla madre non sono mai sentimentali, ma raggiungono un’intensità bruciante proprio perché inserite in questa cornice universale. In Primavera di Persefone (p. 74), la morte del padre diventa mito: “Tu morivi, padre, / tra le rose di maggio, / nella luce scoperta / come una ferita violenta. / […] / Mai più figlia.” Quel “Mai più figlia” è un verso che mozza il respiro. La condizione filiale, che credevamo definitiva, si rivela anch’essa transeunte, legata all’esistenza dell’altro.
In Lana di parole (p. 62), dedicata alla madre, il lavoro a maglia diventa metafora della poesia stessa: “Lavoro a maglia le parole, / tinte di malinconia viola, / gioco d’autunno e lana / di poesia per i primi freddi”. E il finale è una significativa sublimazione del lutto: “Per raggiungerti trasformo / la tua esanime assenza / nel fumo di parole apertosi / nel più sperduto dei martedì, / incenso fragrante, / inesauribile d’amore.”
Una delle caratteristiche più distintive della scrittura di Gabriella Cinti è la sua capacità di fondere registri apparentemente inconciliabili. Il lessico scientifico — Cambriano, Ediacariano, Permiano, quark, fotoni, elettroni, DNA, cloroplasti — convive con quello del mito greco e con una lingua alta, talvolta neologizzante. Così troviamo “viridate lacrime” (p. 11), “s’arrugiada di pioggia astrale” (p. 15), “azzurrevole raggio del desiderio” (p. 88), “cielacqua di nuova azzurra materia” (p. 91). Questa fusione non è puro esercizio stilistico, ma risponde a una precisa visione del mondo: per la Cinti, scienza e poesia non sono due culture separate, ma due modi di avvicinarsi allo stesso mistero. Le note a piè di pagina, ricche di informazioni biologiche e paleontologiche, non sono appendici erudite, ma parte integrante del testo, quasi un secondo livello di lettura che arricchisce e completa quello poetico.
Alcune poesie nascono da viaggi reali che diventano viaggi interiori. Pellegrina di sogni (p. 40) è scritta in volo, tra il Cile e l’Africa: “da questa straniata carlinga, / placenta di latta di mia nuova essenza, / dove la notte è regina di abissi, / da qui ti parlo dove l’infinito / mi sta più vicino.” E Corpo dell’oltre (p. 42), dedicata a Pablo Neruda e scritta all’Isla Negra, è un omaggio commosso a un maestro: “Io giunta da un polo di mondo / dove prodigio non squilla / in ogni fiore opaco alitato nel vento / sono qui per chiederti / una scheggia di stella tua soffusa”.
Non poteva mancare, in una raccolta così attenta al presente, una riflessione sulla pandemia. Zerocene (p. 106), datata aprile 2020, coglie con lucidità il trauma collettivo: “La timidezza del divenire azzerato / tra le sillabe mute, / balbettiamo lallazione dolente, / Sapiens insipienti, / anime di colpo incanutite”. Ma anche qui la Cinti non si arrende al nichilismo. La poesia si chiude con un’immagine di rinascita: “la diaspora colorata dei pollini risorti”.
Tra le liriche più toccanti della raccolta c’è Juanita (p. 60), dedicata alla bambina Inca sacrificata cinquecento anni fa sul vulcano Ampato e ritrovata mummificata nel 1995. La Cinti dà voce a chi non ha mai avuto voce: “Non hai scelto niente, / il furore del rito ti ha portato via / i tuoi dodici anni”. E la chiusa è di una delicatezza straziante: “Bambola inca, / mummia eterna di dolcezza, / santa di ghiaccio, cristallo / di carne vivente, / perfetta di grazia.”
In La mia disordinata salvezza (p. 23), la poetessa trova nei piccoli oggetti quotidiani — “Forbicine disarmate / tra nastrini dormienti” — un rifugio filosofico. Il cassetto diventa “micro arca dimessa / per perpetuare carabattole e memoria”. È un atteggiamento tipico della Cinti: trovare l’immenso nel minuscolo, l’eterno nel quotidiano.
Come nota Mauro Ferrari nella sua postfazione, la poesia di Gabriella Cinti privilegia l’asse verticale: da un lato il pozzo del passato, dall’altro lo slancio cosmico verso l’alto. Ma questa verticalità è tenuta insieme da un principio orizzontale: l’amore come “catena” che unisce i viventi attraverso le ere. La Cinti è, in definitiva, una poetessa del “Due”: il due dell’amore, il due della coppia originaria di cellule da cui tutto discende, il due dell’incontro tra passato e presente, tra scienza e mito, tra dolore e speranza. La sua è una poesia colta ma mai fredda, complessa ma mai oscura, ambiziosa ma mai superba.
Prima è un libro che va letto lentamente, lasciando che ogni testo depositi i suoi sedimenti nell’anima del lettore. È un libro che parla di noi risalendo a ciò che eravamo prima di essere noi — e che, forse, continueremo a essere anche dopo.
Cipriano Gentilino
L’amor che move il sole e l’altre stelle
I
Il governo del due
tra quark danzanti e inusitati
a celebrare il primo moto,
per onde, della materia.
Ne immagino un respiro oscillante
e vibrare per rimbalzi il coraggio dell’origine,
euforia delle cellule nell’urto primario:
c’è sempre un bacio all’inizio della vita.
Dei miei, solo uno, fossile
in conchiglia di memoria,
frammenti stellari in fuga
oltre le tue labbra.
Per furore di vita mi includo nei pluriversi,
dove fervore di carbonio prelude
alle forme espanse:
brulichio e disordine
come l’amore ardente,
nel tempo Uno del fuoco.
Solo residui di combustione mi giungono:
spossata la luce che pensa il settembre,
trapela il lungo viaggio,
un lembo soltanto, per prodigio,
tra le stelle scese sul viso
e sento la memoria dell’universo
che s’arrugiada di pioggia astrale.
Averti amato si iscrive nel caso necessario,
un ammasso siderale
addensato nel fuoco dell’Istante.
Poco importa il tempo
precipitato oltre
il fiammeggiare delle passioni.
Il mento sulla mano,
nell’ora del sole ancora concessa,
busso alla chimica del cosmo,
cerco luce di intelligenza astrale.
II
Vedo allora, con occhi senza pupille,
verdeggiare il prato sommerso,
la lente del mistero a brillare
semi di reazione cosmica.
Amore di clorofilla,
ambra cronomilionaria
che conservi fiori, piccoli volanti
e i sogni verdi del principio,
prigione e scrigno del mondo primo;
per me non ho astuccio d’ambra
che conservi le parole in teca trasparente,
i cristalli diamantini di un antico palpito,
il vuoto senza oro fascia
la mia infinita canzone.
III
Perdura tuttavia, oltre l’inerzia del nulla,
lo sguardo arrovesciato in vertigine di principio,
l’Inizio astrale dell’AMORE,
se ovunque fu sguardo di due,
occhi e molecole a specchio,
lo stesso palpito, uomo e materia.
Muove di segreta danza
imprevedibile incontro di enzimi,
selezione per errori
tra protocellule vaganti e battagliere.
Lo stesso mistero dell’umano sentire
più oscuro degli zuccheri primordiali,
a combattere la dura distanza del disamore,
quanto denso ghiaccio interstellare.
Resiste eppure il pronunciarti
in questa tempesta,
tra cadute di elettroni
o mulinelli di ioni metallici,
la poesia delle ultime sillabe,
specchi di pietas il divenire del mondo,
per noi, post-sapiens,
per me, senza raggi di nominabile,
affidarsi a molecole agglutinate di suoni,
danza alchemica nostra,
dall’alba prebiotica
all’oltreparola inabissata.