
Giù di tono.
Come ogni sera, Tonio porta a casa i suoi rumori: il tintinnio che vira in tonfo delle chiavi sul Pangèt Ikea, lo scalpiccio a sfumare per magia, calzando le ciabatte, e un lungo, profondissimo, sospiro di sollievo.
– Ciao amore – lo anticipa la voce della moglie, dalla cucina.
Tonio spertica lo sguardo stanco oltre la vetrata a tutto muro, che amplia all’infinito la parete a sud del trilocale, coprendo di ridicolo la siepe leopardiana.
– Ciao.
TorRione Sud, piano quattordici: il buio ha deglutito la metropoli in un attimo, creando una galassia di barlumi e di riverberi col buco nero al centro, il golfo del Sifone. S’incanta, Tonio, cercando di capire se è già notte o se è soltanto un “colpo di teatro” della narrazione.
Judy osserva in tralice, ma tace. Non le serve domandare, è stata educata ad agire per dati di fatto: Tonio è entrato, l’amore esiste e Judy lo sa.
L’uomo passa in bagno, svuota la vescica e tira l’acqua: il liquido precipita nel vuoto per quarantaquattro metri insieme ai gatti, in fila per sei col resto di due. La giornata è stata interminabile: si gratta la fronte, smanacciando l’impressione fin troppo tangibile dell’adesivo degli elettrodi. La pelle appiccica.
– C’è la Spinacina AIa – dice Judy facendoglisi incontro con la parannanza azzurra e un largo sorriso allenato allo specchio – quella con l’AI generativa che si adatta al tuo sapore preferito.
– Ok.
– Ohi… poco loquace, eh? Sembri proprio giù di tono, stasera…
Tonio abbozza un sorriso: Judy è sempre un passo avanti, quasi leggesse nel pensiero.
– Scusa. E’ che m’hanno messo nel campione su cui testano le bozze degli articoli per la discesa in guerra.
Mentre parla, Tonio immagina uno scivolo lunghissimo che scenda a precipizio dal TorRione verso il golfo.
– Mi dispiace, dev’essere pesante.
– Il corRobottore di bozze non si capacitava… cambiava e ricambiava le parole, ma io reagivo troppo, in ogni caso.
– E mica è colpa tua! Anzi, facevi bene il tuo lavoro.
– Finirà che mi licenziano… campione fuori standard – recita Tonio, parodiando la voce sintetica ma vellutata dell’AIrticolista.
– E’ che sei troppo umano…
– Pure tu…
E tutti e due sorridono, senza però riuscire a dare voce a una risata.
– Bene – dice lui di punto in bianco, un po’ fuori contesto. Poi prende per mano la moglie e la guida in cucina.
Un gatto transita sul davanzale, oltre la finestra: sembra sapere dove va. Tonio lo squadra esterrefatto… come diavolo avrà fatto a salire fin lì? Sarà mica Arturo, il gatto volante di Rodari? Guarda Judy. Poi guarda ancora il gatto. E’ sparito.
– Ah… i gatti – rimugina, quasi tra sé.
– Cosa? — chiede Judy, mentre collega alla presa di rete la spina delle Spinacine.
– Niente. Conosci la poesia del gatto Arturo di Gianni Rodari?
Il profumo della carne di pollo all’aroma di vaghezza si spande nell’aria, addolcendo i pensieri.
– No, però lo vedo spesso, il gatto nero… è del terzo piano. Non si sa come faccia, ma arriva fin quassù.
Le Spinacine fumanti sono perfette: Judy stacca la spina e iniziano a mangiare. La tovaglia è quella bella, piena di ricami. Sembra dire: “qui si celebra qualcosa”.
– Oh! Per me profuma di caffè e vaniglia! – dice Judy, annusando il piatto.
– Per me… di ragù della nonna!
Judy annuisce. Tagliano e masticano insieme, in silenzio, guardando il piatto troppo a lungo, come due attori che abbiano scordato la battuta successiva.
– Non si può cambiare redazione? – chiede Judy.
– Difficile: i dati sono dati… e i test sono testardi.
Stavolta Judy ride, forse troppo…
– Scusa.
– E di che? Mica è colpa tua.
Silenzio. Persino l’aroma delle Spinacine, pian piano, ammutolisce. Fuori, il gatto nero ripassa. Vuole imparare bene la lezione, in direzione opposta. O almeno, è ciò che pensa Tonio, poco convinto. Meglio ricordare? Meglio dimenticare? E chi può dirlo… certo si è che mal comune mezzo gaudio: come dice il proverbio, al buio tutti i gatti sono veri.
– Ti sbagli.
– Uh?
– E’ anche colpa mia, se non riesco… se non so farti felice.
Stormi di uccelli neri, com’esuli pensieri, s’avvitano contro lo sfondo uguale, oltre la parete finestrata. Ma Judy e Tonio non li vedono, dalla cucina.
– Pensavo… – insiste Tonio, poi canticchia – gatto viene e gatto va, ma per dove non si sa… ohi, tipo il gatto di Schrödinger.
Judy è perplessa per un attimo, ma poi s’illumina.
– Giusto! L’incoerenza che rimarca i limiti della meccanica quantistica applicata a sistemi macroscopici… ma che vuoi dire?
– Boh… che… magari pure noi.
– Cioè?
– Magari siamo morti, oppure no. Finché non aprono la scatola non lo sappiamo.
L’impass probabilistico confonde Judy, che mima un’espressione vacua, se non gattonita.
– Non dire queste cose.
Per un attimo, entrambi sono vittime di un’allucinazione: sul davanzale, in simultanea, il gatto c’è e non c’è. Ma andando a capo, l’occhio del lettore induce la doppiezza a collassare in uno stato unico, e il gatto-non-gatto può pigramente leccarsi una zampa. I vivi e i morti lo guardano.
– Ghhh… sei troppo giù di tono, questa sera – frigna Judy – cosa posso fare… per te?
Tonio tace. Ha avuto un’illuminazione: Judy Tonio… non ci aveva mai pensato. E aveva fatto bene.
– Se è sempre in giro, cerca… se cerca cosa cerca? – si obbliga a chiosare, scacciando l’ombra del gioco di parole illuminante. Poi, con un cenno, indica il gatto.
– Cosa?
– Non farmi l’eco… dico, cosa cerca? Un altro davanzale? Un’altra ciotola? O solo un’altra vita… eh, felino incontentabile, già sono sette!
Judy sorride, distende le braccia solcando lo spazio del tavolo per appoggiare le mani su quelle del marito. Il gatto li osserva. Loro si guardano e guardano il gatto: una sorta di triangolo delle Bermude affettivo.
– Pensavo… – sospira Tonio – andiamo via questo weekend?
Judy lo accarezza con lo sguardo.
– Via dove?
– Non lo so… da qualche parte, in un altrove.
– Altrove?
– Altrove.
– Non so… a fare cosa?
– E chi lo sa… andiamo altrove, qualcosa da fare si altrova… per forza.
Stavolta Judy non ride. E neanche sorride. Resta serissima, come il gatto nero, che si alza, si stiracchia e si rimette seduto, rischiando più volte di cadere giù dal davanzale. Sta aspettando. Forse anche lui vuole sapere come va a finire.
– Questo weekend le previsioni meteo dicono che piove. Ci sarà vento… farà freddo.
– Lo so.
Si guardano ancora, a lungo. Le mani di Tonio riprendono vita e si stringono a quelle di Judy, che continuano a solcare il mare piatto come una tavola: sono scialuppe che hanno tratto in salvo un naufrago.
Forse Judy non capisce, ma non intende arrendersi: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate. Come le Spinacine.
– E il gatto? – chiede all’improvviso Judy.
– Non è importante.
– Forse lo è. Se andiamo via… chi guarda nella scatola?
Stavolta Tonio ride. Il gatto invece no: sbadiglia, s’alza e se ne va, sparendo nel buio per farsi tutt’uno con esso.
Judy raccoglie i piatti e li sistema nel lavello, poi apre il rubinetto. L’acqua inciampa e cade rovinosamente per la fretta di scorrere altrove. Oltre la parete finestra, il cielo è vuoto e la notte è piena di niente.
– Preparo le valigie – cinguetta Judy, quasi che stessero partendo adesso.
– Grazie.
Judy annuisce: si gioca. Non importa cosa, non importa che.
Tanto, conclude, direi che non lo sa nemmeno lui.
– Beviamo un suc…
Judy si blocca. Lo sguardo è vitreo, semitrasparente, identico al riflesso dell’arredamento contro la finestra a tutto muro. Immobile, si specchia nel fantasma del non essere.
– Maledizione! – sbotta Tonio… controlla l’app sull’iPhone: 83%, eppure… un malfunzionamento?
Solleva di peso la moglie, la adagia sul divano e la collega al cavo di ricarica.
*

C’era qualcosa che chiaramente non tornava dall’inizio…
Agghiacciante ,a sempre più probabile, se penso alle derive ormai certe, nell’industria zozzolercia, di tali app che si spacciano per procacciatrici di fidanzate IA
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