t’Irannicidio?

L’immagine (da me censurata) è presa da un breve filmato che ho visto ieri sera. Ho avuto il coraggio di arrivare fino alla fine del video, poi ho vagato avanti e indietro per casa. Alla fine ho abbracciato mia moglie in cucina e ho pianto a singhiozzi. Non me ne vergogno.

Il filmato arriva da Minab, una città di circa 50.000 abitanti (più o meno le dimensioni di Rovigo), situata del nel sud dell’Iran presso lo stretto di Hormuz.

Alla scuola elementare Shajareh Tayyiba andavano 170 bambine di età compresa tra 5 e 12 anni. Sabato mattina, in orario di scuola, un missile ha colpito l’edificio uccidendone almeno 108 e ferendone un numero imprecisato. La parte censurata dell’immagine è l’avambraccio di una bambina.

Bisogna farsi forza per descrivere la scena: scuola in macerie, decine di corpi di bambine maciullati, decine di bambine intrappolate sotto il cemento, chi scava a mani nude, chi piange, chi grida, chi aspetta in silenzio seduto in terra, chi vaga tra le macerie in stato di shock…

Come accennavo prima, la fortuna/sfortuna di Minab è di trovarsi nelle immediate vicinanze dello stretto di Hormuz, zona strategica per l’accesso alle acque del golfo. E la *colpa* della scuola elementare Shajareh Tayyiba è, anzi, era quella di trovarsi vicino a una base navale dell’esercito iraniano, obiettivo dell’attacco missilistico di USA e Israele.

D’altro canto, ieri, subito dopo l’inizio dei bombardamenti, il presidente americano Trump aveva detto testualmente “bombs will be dropping everywhere”.

Non è chiaro, comunque, se sia stato un missile americano o israeliano a colpire la scuola nelle prime fasi dell’attacco, ma in fondo non fa differenza: l’unica cosa importante… è che sia stato ucciso l’ottantaseienne ayatollah Ali Khamenei e che il Bene trionfi sul Male. Olè.

L’immagine soprastante è del 25 ottobre 2023, ma la sostanza non cambia.

E’ una storia già vista e vissuta con l’invasione della Striscia di Gaza, un orrore metodico che indubbiamente ha rappresentato un momento di svolta nella storia dell’umanità sdoganando il concetto che se voglio uccidere un terrorista è lecito e ammissibile come *danno collaterale* l’assassinio di dieci o più innocenti (anche fossero in gran parte donne e bambini). Similmente,  pure per l’orrore della scuola elementare di Minab sono certo che chi lo ha commesso invocherà (im)plausibili giustificazioni legittimanti: massì dai… esportiamo in tutto il mondo il format vincente collaudato in Palestina!

Mi tornano in mente migliaia di scene di film (e torneranno in mente anche voi, tra un attimo) in cui il Buono e il Cattivo si fronteggiano, pistola alla mano. Il Buono vorrebbe sparare, ma il Cattivo ha preso in ostaggio un passante puntandogli l’arma alla testa. Il Buono si ferma e abbassa la sua pistola per non mettere in pericolo la vita dell’ostaggio.

Sbagliatissimo! Il Buono non deve fermarsi, deve sparare lo stesso al Cattivo. E poco importa se – purtroppissimo – mentre il Buono cerca di uccidere il Cattivo, il Buono uccide anche cinque passanti e il Cattivo ammazza cinque ostaggi.

Consentitemi di fare un passo indietro di qualche settimana, tornando all’inizio del febbraio 2026, quando il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha tenuto un discorso (che ho tradotto per voi) al 16° Forum di Al Jazeera a Doha, capitale del Qatar.

La Palestina è la questione decisiva della giustizia nell’Asia occidentale e oltre. È la bussola strategica e morale della nostra regione. È un banco di prova per verificare se il diritto internazionale abbia un significato, se i diritti umani abbiano un valore universale e se le istituzioni globali esistano per proteggere i deboli o semplicemente per razionalizzare il potere dei forti.

Per generazioni, la crisi palestinese è stata intesa principalmente come la conseguenza di un’occupazione illegale e della negazione di un diritto inalienabile: il diritto di un popolo all’autodeterminazione. Ma oggi dobbiamo riconoscere che la crisi è andata ben oltre i parametri della sola occupazione. Ciò a cui stiamo assistendo a Gaza non è semplicemente una guerra. Non è un “conflitto” tra parti alla pari. Non è una sfortunata conseguenza delle misure di sicurezza. È la distruzione deliberata di vite civili su vasta scala. È un genocidio.

Il costo umano delle atrocità commesse da Israele a Gaza ha ferito la coscienza dell’umanità. Ha squarciato il cuore del mondo musulmano e ha scosso milioni di persone al di fuori di esso: cristiani, ebrei e persone di ogni fede, che ancora credono che la vita di un bambino non sia una merce di scambio, che la fame non sia un’arma, che gli ospedali non siano campi di battaglia e che l’uccisione di intere famiglie non sia autodifesa.

La Palestina oggi non è semplicemente una tragedia, è uno specchio rivolto al mondo. Riflette non solo la sofferenza dei palestinesi, ma anche il fallimento morale di coloro che avevano il potere di fermare questa catastrofe e hanno scelto invece di giustificarla, favorirla o normalizzarla.”

Ebbene sì oggi l’occidente è diventato questo: un *giustificatore* di crimini contro l’umanità. Spero di sbagliarmi, spero che nei prossimi giorni folle oceaniche di europei ed americani invadano le piazze in tutto il mondo per chiedere in coro “PACE SUBITO!” e “STOP ALLA GUERRA!”

Ma accadrà davvero? Certo, magari qua e là ci sarà qualche “piazzetta” e qualche “folletta”, ma l’assuefazione ha ormai trasformato l’orrore in routine e ridotto le nostre capacità cognitive, abituandoci a subire senza pensare. Difficilmente avremo un nuovo 15 febbraio 2003, quando a Roma si tenne la grande manifestazione contro l’imminente invasione dell’Iraq (circa 3 milioni di persone: la più grande marcia pacifista mai avvenuta, come attesta il Guinness dei primati, l’abbiamo messa in campo noi italiani).

Ciò che sta accadendo davvero, pur sembrando incredibile è che Francia, Germania e UK hanno “condannato gli attacchi iraniani” intimando ai leader Iraniani “to seek a negotiated solution”. Non ho parole… USA e Israele bombardano l’Iran in quello che è un atto terroristico internazionale in piena regola e Francia, Germania e UK condannano l’Iran!

Di più, l’attacco terroristico di USA e Israele è stato lanciato *mentre* erano in corso i negoziati tra USA e Iran. E anche qui, la storia si ripete come sottolineato dal Ministro degli Esteri iraniano: “This is the second time in less than a year that diplomacy was betrayed by the Americans.”

Karoline Leavitt, portavoce della Casa Bianca, aveva dichiarato nel giugno 2025, dopo il primo bombardamento dell’Iran (operazione “Midnight Hammer”) che le strutture nucleari erano state completamente distrutte (“overwhelmingly successful mission” che “did, in fact, obliterate Iran’s nuclear facilities”).

Invece no, colpo di scena: il colpo di stato “colorato” (orchestrato dai servizi segreti occidentali e dai nemici storici del regime iraniano) in parallelo all’operazione Midnight Hammer è stato un flop. *Quindi* pochi giorni fa l’amministrazione Trump ci fa sapere, per voce di Steve Witkoff su Fox News che probabilmente, entro una settimana, di nuovo l’Iran avrà a sua disposizione “industrial-grade bomb-making material”.

L’altro ieri, poi, in un emblematico pasticcio comunicativo, lo stesso Rubio ha sconfessato il principale pretesto per l’attacco, affermando “They’re not enriching right now, but they’re trying to get to the point where they ultimately can.”

E d’altro canto, il 25 febbraio scorso, gli stessi media americani riportavano la notizia che, secondo gli esperti, l’Iran *non* era affatto “close to weapons-grade nuclear material”.

Sulla stessa lunghezza d’onda l’ufficiale CIA John Kiriakou che rivela: “l’intera comunità di intelligence statunitense ha emesso due distinti National Intelligence Estimates redatti dalla CIA, concludendo che il governo iraniano non sta sviluppando un’arma nucleare… Politicamente però, non puoi dirlo perché gli israeliani non vogliono che tu lo dica

Dunque, le solite fandonie sulle “armi di distruzione di massa” sulla falsariga di quanto affermato da Powell e Bush nel 2003.

Non basta ancora. Per completare il quadro, il 25 febbraio 26/2/26, la BBC riferisce che le trattative tra gli USA e l’Iran, tenutesi a Ginevra grazie alla mediazione del ministro degli esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, hanno registrato “significant progress” e che i negoziati riprenderanno prestissimo a Vienna, dopo un consulto nelle rispettive capitali delle parti in causa. Anche il ministro degli esteri iraniano, Abbas Araghchi, che guidava la delegazione ha parlato di “good progress” nelle trattative (“agreement on some issues, differences remained on others”), aggiungendo che i negoziati riprenderanno in meno di una settimana. In pratica, l’Iran accetterebbe uno stop da 3 a 5 anni nell’arricchimento dell’uranio, per poi procedere con un arricchimento “at a minimal level under international monitoring”, in cambio della rimozione delle sanzioni che stanno paralizzando l’economia iraniana.

Ultimamente, usare i negoziati come copertura per lanciare attacchi a sorpresa è una strategia così consolidata dell’asse americano-israeliano che viene da domandarsi se abbia ancora senso trattare con chi può decidere di bombardare chi gli pare quando gli pare in barba all’ONU e a qualsiasi legge internazionale.

A riprova, all’interno di in un rapporto intitolato “Quale strada per la Persia: opzioni per una nuova strategia americana nei confronti dell’Iran” (2009) redatto dalla Brookings Institution, prestigioso think tank molto apprezzato dalla Casa Bianca, troviamo l’articolo “Leave It To Bibi: Allowing or Encouraging an Israeli Military Strike”, dove si legge a pagina 39“In tali circostanze, gli Stati Uniti (o Israele) potrebbero rappresentare le proprie azioni militari come compiute a malincuore, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani “se la sono cercata” rifiutando un ottimo accordo.

E se invece l’Iran dovesse trattare, fare grandi concessioni e infine accettare? Meglio non rischiare…

Quindi non è un caso che Israele e Stati Uniti abbiano iniziato a bombardare l’Iran poche ore dopo la conferma che il ministro degli Esteri dell’Oman aveva affermato in una intervista televisiva a CBS News che l’Iran ha accettato quasi tutte le condizioni imposte dagli USA. Il tutto, in uno scenario internazionale dove ancora non si è spento l’eco del colpo di stato USA in Venezuela con annesso sequestro di Maduro e annuncio di Trump che gli USA “governeranno il Venezuela” (e il suo petrolio) finché necessario, con annesso avvertimento mafioso “tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro”. Il tutto,in uno scenario internazionale in cui il genocidio del popolo palestinese prosegue (siamo a oltre 72.000 morti, di cui 629 dopo il “cessate il fuoco” dell’11 ottobre 2025 e oltre 170.000 feriti… a proposito, con l’occasione dell’attacco all’Iran, Netanyahu ha di nuovo blindato gli accessi alla Striscia, tra cui il valico di Rafah). Il tutto in uno scenario internazionale in cui si parla di annessione della Groenlandia, in cui si affama con l’embargo illegale e totale l’intera isola di Cuba, in cui la guerra tra Russia e NATO-USA per procura in Ucraina entra nel quinto anno di conflitto

Siamo precipitati in un incubo senza fine, un incubo sognato da USA e Israele, assecondati dai maggiori paesi europei, che potremmo definire imperialismo coloniale globale del nuovo millennio.

È evidente che dietro ai proclami di “libertà” e di “amorevole soccorso per i popoli oppressi da sanguinari regimi” si celano grandi interessi economici (petrolio!) e geopolitici (in chiave filo-israeliana nonché anti-russa e anti-cinese). Viene poi da domandarsi quali siano i sanguinari regimi… Massì, dai, domandiamocelo. E prendiamo come termine di paragone la seconda guerra mondiale: 60 milioni di morti. Bene, dalla fine della seconda guerra mondiale, gli USA hanno ucciso oltre 20 milioni di persone in 37 diversi stati. A riprova, l’ufficiale della CIA John Stockwell dichiarò nel 1989: “Ci siamo prefissati di rovesciare democrazie costituzionali funzionanti in oltre 20 paesi. Abbiamo manipolato le elezioni in decine di paesi. Abbiamo creato, addestrato e finanziato squadroni della morte dal Nicaragua al Vietnam, al Laos, al Congo, all’Iran, all’Iraq … Abbiamo assassinato leader mondiali. Abbiamo ucciso almeno 6 milioni di persone. E questi sei milioni di persone uccise sono persone che non hanno missili balistici intercontinentali, né eserciti o marine. Sono per lo più gente povera in miseria, tra cui un’alta percentuale di donne e bambini.”

E non basta. L’embargo e le sanzioni sono addirittura più letali delle guerre. Un recente articolo su Lancet (Rodriguez et al.,  Aug 2025) afferma che “le sanzioni economiche imposte da USA e Europa hanno causato una media di oltre mezzo milione di morti ogni anno nel mondo dal 1971 al 2021, un numero superiore al numero annuale di vittime di conflitti (circa 100.000 morti).(…) Inoltre, gli effetti negativi delle sanzioni sulla salute sono più pronunciati tra i bambini, le donne (rispetto agli uomini)

Quanto è difficile capire chi siano i Buoni e chi i Cattivi, eh?

Ma torniamo al *petrolio*, che nel contesto dell’attacco finale all’Iran, come già nella guerra dell’Iraq, gioca un ruolo centrale. Il 16 gennaio 2026 l’American Petroleum Institute (API) ha riunito leader e lobbisti dell’industria petrolifera per un vertice sullo “Stato dell’Energia Americana”. Durante tale meeting i pezzi grossi dell’industria petrolifera si sono dimostrati poco entusiasti per il petrolio Venezuelano portato “in dono” da presidente Trump, bollandolo come investimento ad alto rischio e basso rendimento. Per contro come spiega il noto consulente industriale Bob McNally del Rapidan Energy Group, rovesciare la Repubblica Islamica dell’Iran sarebbe una prospettiva entusiasmante: “l’Iran è l’opportunità più grande, sebbene gravata da rischi. Se riuscite a immaginare gli Stati Uniti che aprono un’ambasciata a Teheran (…), se riuscite a immaginare la nostra industria tornare lì, otterremmo molto più petrolio, molto prima di quanto ne otterremmo dal Venezuela.

Follow the oil, follow the money…

Non dimentichiamo però, neanche i già accennati grandi interessi geopolitici in chiave filo-israeliana nonché anti-russa e anti-cinese. E’ evidente come l’imperialismo coloniale globale USA proceda a braccetto con il progetto espansionistico dell’attuale governo israeliano: i paesi mediorientali devono essere militarmente, tecnologicamente ed economicamente indeboliti in modo che Israele sia lo stato egemone sullo scacchiere mediorientale.

Non a caso, al contrario di qualunque altro paese sulla faccia della terra, Israele è libero di possedere ed espandere un suo arsenale militare atomico al di fuori di qualsiasi controllo internazionale. Viene dunque imposta una condizione di disuguaglianza permanente, secondo la quale Israele deve godere di un vantaggio militare, di intelligence e strategico.

Due pesi e due misure che vengono applicati in ogni contesto, basti pensare alla grancassa dei media di fronte ai “40 bambini israeliani decapitati da Hamas” (notizia peraltro falsa) usati per dare via al genocidio nella Striscia di Gaza, rispetto al silenzio dei media di fronte alle oltre 100 bambine iraniane maciullate mentre erano sui banchi di scuola (notizia tragicamente vera).

Forse siamo davvero arrivati al capolinea.

Al di là dei giochetti sul nucleare iraniano, in fondo la sensazione è che USA e Israele ormai non si preoccupino neppure più di tanto di mascherare dietro una credibile propaganda nefandezze che fino a qualche decade fa sarebbero state considerate inaccettabili dall’opinione pubblica mondiale. Non ne hanno più bisogno: le sinistre in giro per il mondo sono state asservite da progressismi e wokeismi assortiti, i media sono proprietà esclusiva dei grandi capitali e gli esseri umani quando va bene protestano sui social invece di scendere in piazza (e quando va male si lobotomizzano guardando Sanremo).

Non serve la sfera di cristallo per prevedere come andrà a finire, con l’Iran balcanizzato, in “stile Siria”.

Uno studio su Plos Medicine nel 2013 aveva stimato in circa mezzo milione i morti in Iraq per cause legate alla guerra nel periodo tra l’invasione guidata dagli USA nel 2003 e la metà del 2011. Il timore è che anche per la guerra in Iran, il costo in vite umane possa risultare altissimo.

Ma che importa, il costo in vite umane sarà abbondantemente ripagato… in barili di petrolio.

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