Marco Plebani: Decimo Dan


CHERNOBYL

Non ho pianto quando Chernobyl
sotto forma di nube al cancro
rubò i miei giochi esposti
in terrazzo.
Né quando mia madre
la serenità perse e non fece finta di nulla.
Né quando mio padre si è sigillato,
chiuso per sempre nel suo dolore
e nel trafitto silenzio: “Addio fratelli dispersi”.
Né quando,
per giorni,
mia sorella si è sentita
completamente sola
sotto un sole ripieno di sorrisi.
Né soprattutto
sopr'ogni cosa,
quando nell'87 gli infermieri mi hanno chiesto
di “gonfiare un palloncino”
in una sala operatoria.

Anestesia totale.

Mi svegliai burattino nei legni dolente.
Ho pianto ogni volta che qualcuno è morto
ed una parte di me ha camminato
per sempre nei cortei funebri.
Troppo preziose e troppo rare
le lacrime di un uomo.



IL CALANCO*

Per raddoppiar burocrazia sgraziante
mi stuprano la testa
con inglese insulso.
Mi pretendono e velocizzano
a adoperar suoni disoccupanti.

Browser d'uso?
Driver versatile?
Start up multitasking?
Terabyte di memoria vergine?

Ma, in mezzo al disagio, un giorno,
su un muro elementare apparve
la carta della collina e il “calanco”.
Non suono, ma voce che rivergina,
anche se insulto sembra
genovese o sudamerindino.

Questa parola,
non la useranno i borghesi di sinistra,
immersi nel ganglio professionale
e nell'acqua di colonia.
Non la useranno inviperiti
i proletari di destra, ludopati,
esclusivisti e riduzionisti
del ventre e della verga.

Non la useranno le professoresse
dimenticanti d'essere studentesse
e che col gesso non si sporcano più.
Nemmeno io sì, ma fino ad ora.

Un calanco non l'ho mai avvistato,
ma ha forse una superficie
più extraterrestre della lunare.

* Parola vista per la prima volta nella scuola elementare Dolores Prato
sita nel quartiere Collevario di Macerata.

ALCUNI INCUBI IN SEQUENZA STRETTA

Adolescenti ricoperti di gesso
vogliono uccidermi al piano
superiore del mio
liceo che non ha uscite,
sulla porta di una stanza c'è scritto:
“Telepatia”.
Madre ubriaca e vestita elegante
si perde in una festa di paese.

Un bambino morto è tramutato,
bambola plastica per sepoltura.

Per le strade la gente è colpita
dai proiettili, non muoiono,
sentono solo il dolore fisico
atroce nelle carni,
continuando a camminare.

LA VECCHIA ESTATE

Torrido odore di sangue caldo
d‟animali sgozzati
da nonni ormai defunti,
d'auto fuori produzione,
di frutta derubata,
sudore calcistico ininterrotto,
ritorno perpetuo ad inalare.

Marco Plebani

Nato il 20/08/1978 a Jesi (AN). Ho trascorso la mia vita a Montefano, Corridonia e Macerata, dove attualmente vivo con la mia compagna e mio figlio.

Premiazioni e segnalazioni concorsi:

– “Un giorno qualsiasi” (Ed. OTMA, Milano, 2011) secondo classificato al premio A.U.P.I. (Albo Ufficiale Poeti Italiani) (2011).

– “Versante Marche” (2024) (concorso regionale) segnalazione.

Segnalazioni su blog, riviste e rubriche:

Versante Ripido, ‘900 letterario, Poesia Ultracontemporanea (a cura di Sonia Caporossi), La Poesia e lo Spirito, Di Sesta e di Settima Grandezza, Margutte, Monolith Volume, Limina Mundi, Pelagos, PoetryDream, Il Mangialibri, Dianora Tinti, Libri e Recensioni, Verso Libero, Libriamoci, Circolare Poesia, Cultura e Letteratura, L’Altrove, Il Giornalaccio, Lo Specchio Magazine, Scaffale (Rai 3 Marche).

Decimo Dan è una silloge che raccoglie le liriche composte in un arco temporale di oltre due decenni (1999-2021).

Il titolo scelto fa riferimento al massimo grado delle arti marziali; un’ovvia metafora che si addice alla mia idea di poesia, per me espressione al massimo grado della consapevolezza che si raggiunge con l’ispirazione e la scrittura.

L’idea di fondo è stata disporre, nel tempo, i componimenti in una sorta di concept, un po’ come gli LP  musicali che dipanano un tema  in sezioni e lo risolvono con l’ultimo brano.

Le metriche che ho usato sono varie: dal sonetto, al verso libero, al madrigale, fino alla còbbola provenzale; il tutto all’insegna di un prepotente andamento allitterante che non disdegna, però, anche l’uso delle figure semantiche più ad effetto, arrivando persino al calembour. I versi sono per lo più endecasillabi e/o versi sillabicamente dispari.


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