
Raffaele Urraro, Bereshìt (In principio…).
di Rosaria Di Donato
Riflessioni tra ironico e pensoso quelle che R. Urraro propone in Bereshìt, poemetto in versi liberi sulla Genesi: trentuno meditazioni, si potrebbe dire, una al giorno nell’arco del mese. Il riferimento alle Meditazioni metafisiche di Cartesio e alle Meditazioni cartesiane di Husserlè inevitabile: cogito ergo sum del filosofo francese divenuto ego cogito cogitatum nel filosofo austriaco naturalizzato tedesco, sembrano essere il punto di partenza comune. E’ legittimo che il pensiero ponga interrogativi al Pensiero, così come il nostro Poeta precisa nella nota introduttiva, considerando il primo come il pensiero umano che, nella sua personale visione, avrebbe dato vita al secondo, cioè al Pensiero ritenuto il logos creatore dell’universo: il mondo è figlio del Pensiero/ ma a sua volta il Pensiero è figlio del pensiero”[1]. Le riflessioni si snodano seguendo il testo biblico della Genesi nella versione ufficiale Conferenza Episcopale Italiana del 2007, ma assumono una connotazione originale, personale che disegna, a mano a mano, un cosmo poetico che si delinea come scontro con l’assenza/ vuota trascendenza e muta[2].
I versi ripercorrono mirabilmente la creatio ex nihilo della Genesi esaltandone l’armonia, la croccante differenza tra la terra e il mare, per esempio, fino ad esaltare la parola/ che nomina le cose e dà la vita../[3]chiedendosi, poi, se il mondo non sia soltanto un gioco di parole. Il dubbio, ancora di cartesiana memoria, è accentuato dal doppio punto interrogativo posto all’inizio (come si usa nello spagnolo) e alla fine della domanda filosofico/esistenziale. …Senza la parola/ non vi sarebbe niente/ neanche il nulla.[4] Urraro ribadisce il portato fondativo della parola poetica che non viene mai meno nel dispiegarsi delle riflessioni e che accompagna l’intero poemetto dal primo all’ultimo verso: sole luna e un alveare di stelle/ per allietare il giorno e la notte/ e darci l’idea di un orizzonte/ senza confini/ per informare i nostri pensieri/ che vanno dalla terra al cielo/ dal cielo alla terra/ perdendosi nella genesi del mondo/ – come cantano i poeti –[5]. Il Poeta è sempre alla ricerca di un varco tra finito e infinito e il Pensiero creò l’uomo a sua immagine: vivente e libero. E’ su questa immagine, sulla somiglianza che l’Autore, poeta/filosofo, si interroga immaginando risposte nebulose, poco chiare. Eva, la donna, avrà il coraggio di andare oltre il mistero e condurrà Adamo nella consapevolezza della nudità delle cose, nel timore che seguirà alla trasgressione del divieto divino: nella fragilità della condizione umana. A volte è doloroso giungere alla verità come ben sanno i poeti a cominciare da Leopardi, per esempio, ma non si arrende il pensiero e per ognuno cerca un senso, un significato a proprio esistere nel breve arco della vita che, per i credenti, è un passaggio ma, per Urraro è il nulla: per questo è inutile cercare/ qualche dio nascosto tra le tenebre/ se c’è…se ne va vagando/ per le strade silenziose del cosmo/ in compagnia dei suoi rimorsi/ o si nasconde/ in qualche angolo sperduto/ o su qualche stella compiacente/ perché non avrebbe la forza/ di dire la verità[6].
Roma, 23/XI/2024
Rosaria Di Donato
[1] R. Urraro, Bereshìt, Marcus Edizioni, 2017, pag. 11.
[2] Op. cit. pag. 16.
[3] Op. cit. pag. 29.
[4] Op. cit. pag. 31.
[5] Op. cit. pagg. 33,34.
[6] Op. cit. pag. 97.

Raffaele Urraro è nato e vive a San Giuseppe Vesuviano. Laureato in Lettere Classiche presso l’Università “Federico II” di Napoli, dove ebbe maestri Salvatore Battaglia e Francesco Arnaldi, dopo aver insegnato Italiano e Latino nei Licei, ora si dedica esclusivamente al lavoro letterario. I suoi interessi spaziano dalla poesia alla saggistica alla narratologia alla linguistica alla semiologia allo strutturalismo. La sua attività culturale si esplica quindi nello studio delle forme del dire e nel culto della parola intesa come massimo strumento di espressione e di comunicazione. La parola vesuviana, ricca e affascinante nella sua espressività, rientra anch’essa tra i suoi campi d’indagine, come testimonia la sua raccolta di proverbi e modi di dire, ‘A Vecchia ‘Ncielo, e la sua raccolta di canti e tradizioni popolari, ‘A ‘Mberta. Collabora come redattore alla rivista Secondo Tempo.
Opere pubblicate:
- POESIA:
- Orizzonti di carta, San Giuseppe Vesuviano 1980, poi Marcus Edizioni, Napoli 2008;
- La parola e la morte, Loffredo, Napoli 1983;
- Calcomania, Postfazione di Raffaele Perrotta, Loffredo, Napoli 1988;
- Il destino della Gorgonia – Poesie e prose, Loffredo, Napoli 1992;
- Anche di un filo d’erba io conosco il suono, Prefazione di Ciro Vitiello, Loffredo, Napoli 1995;
- La luna al guinzaglio, con saggio critico di Angelo Calabrese, Loffredo, Napoli 2001;
- Acroàmata – Poemetti, Loffredo, Napoli 2003;
- Poesie, Marcus Edizioni, Napoli 2009;
- Ero il ragazzo scalzo nel cortile, Marcus Edizioni, Napoli 2011;
- La parola incolpevole, Marcus Edizioni, Napoli 2014.
SAGGISTICA:
- Poiein – Il fare poetico: teoria e analisi, Tempi moderni, Napoli 1985;
- Giacomo Leopardi: le donne, gli amori, Olschki, Firenze 2008;
- La fabbrica della parola – Studi di poetologia, Manni Editore, San Cesario di Lecce 2011;
- Le forme della poesia, Saggi critici, Presentazione di Rita Pacilio, La Vita Felice, Milano 2015;
- “Questa maledetta vita” – Il “romanzo autobiografico” di Giacomo Leopardi, Olschki Editore, Firenze 2015.
CULTURA POPOLARE:
- ‘A Vecchia ‘ncielo, Proverbi e modi di dire dell’area vesuviana, 2 tomi, Loffredo, Napoli 2002;
- ‘A ‘mberta, Canti e tradizioni popolari dell’area vesuviana, 2 tomi, Marcus Edizioni, Napoli 2006.
STUDI LATINI:
Ha prodotto, in collaborazione con Giuseppe Casillo, molte antologie di Classici Latini, commentati secondo moderni metodi esegetici, per i Licei Classici, Scientifici, Linguistici e Pedagogici, edite dall’Editore Loffredo di Napoli; per l’Editore Bulgarini di Firenze, la Storia della Letteratura Latina.