
La poesia dialettale, pur con le sue ondivaghe vitalità e diverse attribuzioni di genere e funzioni, resta espressione di una cultura e di una identità che, pur locale, può essere in grado di veicolare, attraverso i suoi migliori autori, contenuti attuali e riflessioni complesse sulla società contemporanea. In grado quindi di fare da ponte tra una globalizzazione omologante e la diversità dei territori, delle loro culture, dei loro linguaggi. Spesso è non solo un argine di resistenza ma anche uno stimolo alla sperimentazione e contaminazione vitale per la crescita del dialetto e del suo rapporto con la lingua nazionale. E’ opportuno anche ricordare che la relativa lontananza dai social può determinare la nicchia di una poesia concretamente sociale che torni al fare arte e testimonianza in simbiosi con il territorio. Esempio di questa speciale simbiosi fu la poesia di Ignazio Buttitta (1899-1997) uno dei più importanti poeti dialettali siciliani del XX secolo. Nato a Bagheria, in provincia di Palermo, in una famiglia di commercianti di olio e olive, fin da giovane si appassionò alla poesia e alla cultura popolare siciliana. Essenzialmente autodidatta inizio a pubblicare le prime raccolte poetiche dopo la partecipazione alla Prima guerra mondiale ma la sua attività letteraria si intensificò soprattutto nel secondo dopoguerra. Poeta militante, vicino alle posizioni della sinistra e del movimento operaio, denunciò nei suoi scritti, caratterizzati da un forte impegno sociale e politico, le ingiustizie sociali, le condizioni di vita dei contadini e degli operai siciliani, e più in generale le problematiche della sua terra come la lotta per la riforma agraria e quella contro la mafia. In questo contesto la scelta del dialetto non fu solo stilistica ma anche ideologica. Per Buttitta il dialetto era la lingua autentica del popolo, capace di esprimere verità e sentimenti che l’italiano standard non poteva rendere con la stessa efficacia. La sua famosa poesia ** “Lingua e dialettu” è proprio un manifesto in difesa del dialetto come lingua della memoria e dell’identità culturale.
Tra le sue opere ricordo: “Sintimintali” (1923), “Marabedda” (1928), “La Peddi Nova” (1963), “Lu pani si chiama pani” (1964), “La paglia bruciata” (1968), “Io faccio il poeta” (1972), “Il poeta in piazza” (1974), “Prime e nuovissime” (1982).
Un momento particolarmente importante nella sua carriera fu la collaborazione con la cantautrice Rosa Balistreri, che musicò e interpretò molte sue poesie, contribuendo a diffonderle presso un pubblico più vasto. Tra queste, particolarmente nota è * “Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali”, dedicata al sindacalista Salvatore Carnevale, ucciso dalla mafia nel 1955.
Presento cinque delle più significative poesie politiche di Buttitta con la loro traduzione in italiano:
1. ** Da "Lingua e Dialettu":
Un populu / mittitilu a catina
spugghiatilu / attuppatici a vucca,
è ancora libiru.
Livatici u travagghiu
u passaportu / a tavula unni mancia,
u lettu unni dormi,
è ancora riccu.
Un populu,
diventa poviru e servu,
quannu ci arrobbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.
Traduzione:
Un popolo / mettetelo in catene
spogliatelo / tappategli la bocca,
è ancora libero.
Toglietegli il lavoro
il passaporto / la tavola dove mangia,
il letto dove dorme,
è ancora ricco.
Un popolo,
diventa povero e servo,
quando gli rubano la lingua
ereditata dai padri:
è perso per sempre.
2. * Dal "Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali":
Cu ammazza un omu è maffiusu,
cu ammazza un populu è civili,
cu fa guerri è potenti,
cu porta paci è debuli:
chistu è lu munnu stortu
ca l'omu addrittu voli fari.
Traduzione:
Chi ammazza un uomo è mafioso,
chi ammazza un popolo è civile,
chi fa guerre è potente,
chi porta pace è debole:
questo è il mondo storto
che l'uomo dritto vuole fare.
3. Da "La paglia bruciata":
Chiovu lacrimi di sangu
pi li morti a Purtedda.
Lu suli si scurdau
di la negghia e di lu ventu,
lu celu addivintau
tuttu russu di lamentu.
Traduzione:
Piovono lacrime di sangue
per i morti di Portella.
Il sole si è scordato
della nebbia e del vento,
il cielo è diventato
tutto rosso di lamento.
4. Da "La Vera Storia di Salvatore Giuliano":
La terra è di cu la travagghia
no di cu la possedi.
La terra è di lu poviru viddanu
ca si la zappa e si la sudi.
Traduzione:
La terra è di chi la lavora
non di chi la possiede.
La terra è del povero contadino
che se la zappa e se la suda.
5. Da "Mafia e Parrini":
La Chiesa è cu li ricchi,
li ricchi su' cu la Chiesa:
li poviri su' suli
cu la so fami e li so peni.
La cresia è china d'oru,
lu populu è poviru e sulu.
Traduzione:
La Chiesa è con i ricchi,
i ricchi sono con la Chiesa:
i poveri sono soli
con la loro fame e le loro pene.
La chiesa è piena d'oro,
il popolo è povero e solo.
Cipriano Gentilino