Per Amelia Rosselli (di Cipriano Gentilino)

Nell’anniversario della morte di Amelia Rosselli (1930-1996), ripercorriamo il suo percorso poetico e letterario attraverso una breve nota biografica e una  selezione di cinque sue poesie. La Rosselli è stata una delle voci più originali e significative della poesia italiana del Novecento. Figlia di Carlo Rosselli, esule antifascista e fondatore del movimento “Giustizia e Libertà”, e di Marion Cave, Amelia visse un’infanzia segnata dalla tragedia: il padre e lo zio Nello furono assassinati nel 1937 in Francia da sicari fascisti. Questo evento traumatico, insieme all’esilio in Francia e Inghilterra, al trilinguismo, alla formazione musicale e alla sofferenza psicologica, influenzò profondamente la sua esistenza e quindi la sua poesia che è caratterizzata da una forte sperimentazione linguistica e formale. La sua scrittura è spesso definita “plurilinguistica” perché è sintesi di ricerca identitaria a partire dal trilinguismo e da una formazione cosmopolita. La Rosselli inoltre si è confrontata con diverse tradizioni poetiche, dalla lirica italiana alla poesia modernista angloamericana alla corrente del neo-avanguardismo. L’esperienza di lettura dei suoi versi è complessa perché necessariamente caratterizzata da diversi passaggi dalla ricerca della musicalità al forte intenso richiamo alla rilettura, come a un percepire altro oltre la diade poeta-lettore. Una parola, mi pare, che esprime e frena il dolore in una complessità che ruota intorno all’esistente  fino a non avere più parole utili e al suicidio. Una ricchezza e una complessità che questa nota può solo tentare di evidenziare ma non esaustivamente analizzare.

Opere in poesia: Serie ospedaliera (1963), Variazioni belliche (1964), Documento (1966), Sleep (1966), Appunti persi e sparsi (1977), Impromptu (1987); in prosa: Diario ottuso (1966), Spazi metrici (saggio, 1962), Per una poetica di confine (1969).

La scelta di queste cinque poesie non può restituire la complessità e ricchezza della poesia dell’autrice, intende solo, ricordando l’anniversario della morte, essere occasione di conoscenza e di riconoscenza.

Le poesie sono tratte da ROSSELLI, Le Poesie, Garzanti Editore, 1997

Da Variazione belliche 1959 - p. 245

Se dalle tue lunghe agonie e dai miei brevi respiri
sorgesse un fiore; allora io correrei ringraziarti
imboccherei la strada della bellezza. Ma tu non
respiri e mollemente non tiri il tuo arco della sapienza;
tu non respiri e non vuoi ritrovare l’arca di Noè: io
qua respiro e tu tremi e tu daci forse, e io sicuramente
brillo e cado ai tuoi piedi fatti di cristallo.
Ma tu non vuoi morire, e io stendo ancora la mano amichevole.


Da Variazioni belliche p. 201

Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana.
Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione!
La calma non mi nutriva il solleone era il mio desiderio.
Il mio pio desiderio era di vincere la battaglia, il male,
la tristezza, le fandonie, l’incoscienza, la pluralità
dei mali le fandonie le incoscienze le somministrazioni
d’ogni male, d’ogni bene, d’ogni battaglia, d’ogni dovere
d’ogni fandonia: la crudeltà a parte il gioco riposto attraverso
il filtro dell’incoscienza. Amore amore che cadi e giaci
supino la tua stella è la mia dimora.
Caduta sulla linea di battaglia. La bontà era un ritornello
che non mi fregava ma ero fregata da essa! La linea della
demarcazione tra poveri e ricchi.


da Documento (1966-1973) - p.479

I fiori vengono in dono e poi si dilatano
una sorveglianza acuta li silenzia
non stancarsi mai dei doni.

Il mondo è un dente strappato
non chiedetemi perché
io oggi abbia tanti anni
la pioggia è sterile.

Puntando ai semi distrutti
eri l'unione appassita che cercavo
rubare il cuore d'un altro per poi servirsene.

La speranza è un danno forse definitivo
le monete risuonano crude nel marmo
della mano.

Convincevo il mostro ad appartarsi
nelle stanze pulite d'un albergo immaginario
v'erano nei boschi piccole vipere imbalsamate.

Mi truccai a prete della poesia
ma ero morta alla vita
le viscere che si perdono
in un tafferuglio
ne muori spazzato via dalla scienza.

Il mondo è sottile e piano:
pochi elefanti vi girano, ottusi.


da Serie ospedaliera (1963-65) - p.413

Primavera, primavera in abbondanza
i tuoi canali storti, le tue pinete
sognano d’altre avventure, tu non hai
mica la paura che io tengo, dell’inverno
quando abbrividisce il vento.

Strappi rami agli orticoltori, semini
disagi nella mia anima (la quale bella
se ne sta in ginocchio), provi a me
stessa che tutto ciò che ha un fine
non ha fine.

Oppure credi di dileguarti, sorniona
nascosta da una nuvola di piogge
carica sino all’inverosimile.

Ma il mio pianto, o piuttosto una stanchezza
che non può riportarsi nel rifugio
strapazza le foglie, che ieri
mi sembravano voglie, tenerezze anche
ed ora sperdono la mia brama.

Di vivere avrei bisogno, di decantare
anche queste spiagge, o monti, o rivoletti
ma non so come: hai ucciso il tuo grano
nella mia gola.

Assomigli a me: che tra una morte
e l’altra, tiro un sospiro di sollievo
ma non mi turbo; o mi turbo? del tuo
sembrare agonizzante mentre ridi.

E bestemmia la gente: è più fiera
di te che dello spazio che ti strugge
portandoti fra le mie braccia. E io
stringo una pallida mummia che non
odora affatto: escono semi dai suoi
occhi, pianti, virgole, medicinali
e tu non porti il monte nella casa
e tu non puoi fruttificare, queste
sorelle che ti vegliano.

Sembri infatti un morto nella cassa
e non ho altro da fare che di battere
i chiodi nella faccia.


da Appunti sparsi e persi (1966-77) - p. 635

Perdonatemi perdonatemi perdonatemi
vi amo, vi avrei amato, vi amo
ho per voi l’amore più sorpreso
più sorpreso che si possa immaginare.

Vi amo vi venero e vi riverisco
vi ricerco in tutte le pinete
vi ritrovo in ogni cantuccio
ed è vostra le vita che ho perso.

Perdendola vi ho compreso perdendola
vi ho sorpresi perdendola vi
ritrovo! L’altro lato della pineta
era così buio! solitario! rovinoso!

Essere come voi non è così facile;
sembra ma non lo è sembra
cosa tanto facile essere con voi ma
cosa tanto facile non è.

Vi amo vi amo vi amo
sono caduta nella rete del male
ho le mani sporcate d’inchiostro
per amarvi nel male.

Cristo non ebbe così facile disegno
nella mente tesa al disinganno
Cristo ebbe con sé la spada e la guaina
io non ebbi alcuna sorpresa.

Candore non v’è nei vostri occhi
benevolenza era tanto rara
scambiando pugni col mio maestro
ma v’avrei trovati.

Vi amo? Vi amerei? Tante cose
nel cielo e nel prato ricordano
amore che fugge, che scappa
dietro le case.

Dietro ogni facciata vedere quel
che mai avrei voluto sapere; dietro
ogni facciata vedere
quel che oggi non v’è.



CG







3 risposte a "Per Amelia Rosselli (di Cipriano Gentilino)"

  1. Una poetessa tra le più grandi e anche, per me, tra le più difficili, ho appena letto il poemetto “La libellula” e il piccolo saggio “spazi metrici” e penso di averli solo sfiorati, ma non veramente compresi, un autore che mi ha attirato nel suo gorgo ma che fatico a comprendere.

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