
morì subito nelle camere a gas con i “suoi” bambini, quelli che
aveva curato e accudito nel campo di concentramento di Terezin.
*
Sono una valigetta di Francoforte sul Meno
e cerco il mio signore, ma dove sarà?
Portava una stella ed era vecchio e cieco
e mi teneva con sé, così bene come un figlio.
Faceva spesso il mio nome ai suoi compagni,
sento ancora la sua mano premurosa.
Sono in pura fibra vulcanizzata, lo si può leggere ancora
ed ero lustrata e pulita allora.
Anno dopo anno sono stata compagna al mio signore.
Anche stavolta sono andata con lui. Ora è solo.
Era vecchio e cieco, dove è andato?
E perché mi hanno levata a lui?
Perché mi hanno lasciata nel cortile in caserma?
Sul mio abito c’è scritto il suo nome.
Sono sporca ora, il mio lucchetto non tiene più,
mi hanno saccheggiata, sono vuota quasi del tutto.
è rimasto soltanto un fazzoletto, un vasetto
e la sua tavoletta di piombo per ciechi.
D’altro non v’è più nulla, medicamenti, pane.
Certamente mi cerca, forse è nel bisogno.
Deve esser difficile certo per un cieco,
trovarmi in un mucchio di valigie accatastate
e non capisco neppur bene
perché ci logoriamo qui inutilizzate.
Sono una valigetta di Francoforte sul Meno,
vorrei andare dal mio signore, è così solo.
*
Bellissima questa poesia, un enorme correlato oggettivo che condensa tutta l’umanità dolente in una valigetta parlante.
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La valigetta di un deportato
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potentissima: il contrasto tra il candore della narrazione “rodariana” quasi-naif e l’orrore sotteso al campo di concentramento ha graffiato il “quore” del nano.
in più, il meta-messaggio parla chiaro… gli esseri umani, se vogliono, sono perfettamente in grado di agire come esseri disumani. il risultato di tale imbarbarimento è la perdita della più umana delle capacità, ovvero la parola. ed è proprio in quel momento, nel punto di flesso di una ripresa di coscienza, che possiamo venire colpiti e affondati dall’umanità d’una valigetta parlante, sporca e svuotata.
la soggettiva dell’oggetto che stenta a capire, quasi a dire, si indaghi sull’orrore con l’unico intento di trovare la *strada per uscirne*, se una ne esiste, per parafrasare Canetti.
Ilse non ne ha nessuna, al capolinea di Auschwitz: sa cosa la attende insieme a suo figlio Tommy e a una decina di bambini malati che accudiva a Theresienstadt. in fila, davanti all’entrata delle docce domanda perplessa il perché di tanta premura: addirittura il lusso di lavarsi dopo il viaggio! un soldato più anziano non riesce a mentirle: le docce sono camere a gas.
Ilse ride, abbraccia i suoi bambini e dice che c’è un cambio di programma, niente doccia, si fa un bel riposino. intona “Wiegala” la ninna nanna che aveva inventato per loro a Theresienstadt, ed entrano nelle docce cantandola insieme.
Wiegala, wiegala, weier,
il vento suona la lira
suona così lieve fra canne e giunchi,
e l’usignolo canta una canzone
Wiegala, wiegala, weier,
il vento suona la lira
*
Wiegala, wiegala, werne,
la luna è una lanterna,
brilla nel cielo di velluto nero
c’è chi veglia sul mondo intero.
Wiegala, wiegala, werne,
la luna è una lanterna
*
Wiegala, wiegala, wille,
quanto è silenzioso il mondo!
Nessun rumore turba questa pace,
dormi, bambino mio, dormi anche tu.
Wiegala, wiegala, wille,
quanto è silenzioso il mondo!
*
possiamo leggere e tenere in vita le parole di IIse Herlinger grazie a suo marito Willi Weber, anch’egli detenuto a Theresienstadt: prima di essere deportato ad Auschwitz, Willi riesce a nascondere sotto gli assi del pavimento nel capanno degli attrezzi circa sessanta scritti (tra poesie e canti) che la moglie ha composto nei due anni di prigionia a Theresienstadt.
un grazie di cuore a Flavio Almerighi per averle ridato voce.
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