
Giuseppa Vincenti, Risvolti, La Vita Felice, 2022
Sono i poeti come Paul Celan e Rainer Maria Rilke, ma anche le filosofe come Maria Zambrano e Luce Irigaray a puntellare questa prima raccolta di poesia di Vincenti Giuseppa. Maestre e maestri questi, che hanno saputo fornire all’autrice un impianto architettonico e immaginativo, capace di condurre il suo dettato poetico nelle tracce di una riflessione che, alla parola ha chiesto il gesto della trivellazione nella profondità. Non è un caso che la poesia sia qui intesa come una vera e propria via d’interpretazione del vissuto e dell’esistere, lasciando ai margini il tentativo sempre in agguato della confessione. Giuseppa Vincenti condivide il “fare” delle parole con il trasformarle da una lingua all’altra. Traduttrice dal tedesco e dall’inglese ha sempre avuto a che fare con la postura delle parole. L’azione dunque da “traslocatrice” di senso e suoni, è sempre stata la sua matrice scritturale, il suo sguardo sulle frasi, nei versi posti al centro di un ascolto immersivo nella loro epifania. La parola qui si fa evidenza di una segnatura chiara, capace di farsi portatrice di scene, di immagini, di realia, in grado di sostenerla in questo viaggio di conoscenza, non solo di sé ma del suo tempo nel tempo.
dalla prefazione di Stefano Raimondi
Sono appesi
i ragni
t’accorgi che vivono
solo se t’avvicini.
L’umido penetra nelle stanze
dalle finestre
e la Sacra Famiglia sul letto.
Pregna la pietra d’acqua,
si libera dall’intonaco
si lascia nuda
a respirare meglio.
*
Sei come i solchi,
di quella terra rivoltata,
come l’onda che si genera,
da pagina a pagina
con la spinta vigorosa di una mano.
Arriva così da una folata,
la parola
s’imbeve d’aria e s’invischia
e s’annaspa e s’invigorisce
spinta da una imprenscindibile voglia.
*
Si camminava bassi
tra le arcate di pietra
le pale di legno e le ombre,
nei buchi
i dentini di un bimbo
e l’odore sfornato di pane.
Le vesti degli ardori,
consumate da tante vicende.
Uscivamo a parlare
sull’uscio.
*
A tredici anni tornavi a casa
a cercare vie d’accesso
a quei dialoghi difficili.
Come un bocciolo sterile
disorientavi.
Salita sul treno
timbravi il biglietto.
La tua voce registrata lo conferma
chi messo di fronte alla scelta, la compie.
C’era un’amarezza nel sentirlo,
in questa mia disattenzione.
*
Con quella virgola di luna
la terra t’accoglie, madre
e decompone il ricordo.
Di queste donne arse,
terre dei mesti sorrisi
tra quei figli dispersi.
Conosco un sud scheggiato,
destinato e brutale
scendere dalle stelle a Natale.
Annerito nelle sue pietre aguzze
dal pianto e dal vento,
irto di torri e mura
invase di lucerne.
Un sud che divora la fame,
intesse vinchi e tralci e trama partenze,
cieco del mare
nascosto nell’incavo.

Giuseppa Vincenti nasce a Ruffano (Le) nel 1960.
Laureata in Lingue e Letterature Straniere (Inglese e tedesco). Attualmente vive a Monza e lavora come docente di Lingua e Civiltà Inglese presso un Liceo, in provincia di Monza Brianza. Tra il 1991 e il 1992 pubblica articoli di Cultura e Costumi locali nella rivista settimanale Notes di Lecce. Nel 1991 organizza insieme ad un fotografo di Lecce la mostra poetico-fotografica Foto e Grafia. Nel 1992 vengono pubblicati suoi scritti poetici su Bally-Hoo – Letterature, a cura del poeta Antonio Verri. Nel 1999 esce una sezione di sue poesie dal titolo Se lasciassi cadere nell’ antologia Argonauti, Oistros di Argo, Lecce. Nel 2001 traduce il saggio di Deryn Rees-Jones sulla poetessa inglese Carol Ann Duffy, per Amaltea S.A.S. di Manfreda A. e C. Prodotti Servizi Culturali, di Castrignano dei Greci (Le). Nel 2003 ottiene una menzione di merito per una poesia inedita nel premio “Lorenzo Montano” XVII Edizione, Verona. Nel 2006 viene pubblicato il suo racconto Linea Gialla sul quotidiano la Repubblica per la serie Racconti D’Estate. In aprile del 2022 esce la sua prima raccolta Risvolti, ed. La Vita Felice di Milano. Nel gennaio del 2024 partecipa con la sua raccolta all’iniziativa Per Riportare L’Incanto promosso dalla Biblioteca del Comune di Presicce- Acquarica (Le), presso il Palazzo Ducale, insieme alle opere di 5 artisti che esponevano traendo spunto dalle sue poesie.
versi potenti e evocativi, che escono “vincenti” (inevitabilmente, eh…) dal corpo a corpo con la complessità *domandoci* il piacere di un messaggio poetico davvero intenso.
la prima poesia del lotto è quella che mi ha colpito maggiormente a partire dall’incipit folgorante (l’avevo letta di sfuggita ieri sera e m’ha ronzato in testa tutto il giorno!). l’occhio è chirurgico nel sezionare il quotidiano (intarsia le parole *creando* la sostanza… le carica di storia, di memoria, di fisicità sensoriale e corporea). salpando dal silenzio alza “il volume” di un’antologia (ontologia?) di vita e ne vira il parlottio in “duol grido” carducciano, seppur con leggerezza e senso di liberazione.
i ragni appesi (immoti, privi di vita), le ragnatele (tipiche di luoghi morti) e un passato che resta comunque *presente*, almeno finché l’io poetico che si avvicina ne è parte (la “Sacra Famiglia” è sempre lì e l’umido compenetra tanto le stanze e le pietre quanto le ossa). e poi l’intonaco – che nella dinamica versi *cade* quasi in presa diretta – libera la memoria e mette a nudo l’emozione, dal latino emovere, ovvero ex + movere, muovere fuori: è allora (e solo allora) che ti rendi conto che le emozioni sono ancora *vive*, (tipo i suddetti ragni se li guardi da vicino). cheddire, versi e “ingrannaggi” d’una ricercatezza semplice, come il salnitro “sottotraccia”, dal retrogusto forse più amarognolo del semplice salato delle lacrime. il tutto, comunque senza sconfinare in autoindulgenza lamentosa grazie all’effetto *broncodilatatore* della chiusa.
: ))
anche le altre liriche brillano per nitidezza: “l’odore sfornato di pane” (trama olfattiva universale), “timbravi il biglietto” (routine del gesto quotidiano), “arriva così da una folata, / la parola” (spontaneità del messaggio, l’istintiva voglia di dire), “si camminava bassi” (l’essenza dell’essere bambini in 3 parole), “un sud che divora la fame” (ossimoro della “disperazione autodistruttiva”)… la precisione dei versi è millimetrica, si possono rileggere più volte le poesie e scoprire sempre ogni parola *esattamente* al posto giusto, a fungere da porta aperta che porta con sé un mondo “contenuto”, e che affonda le radici in una umanità tangibile – posso dirlo o divento atsizzar (razzista al contrario) ? – tipica dei sud del mondo. per quanto dura e consapevole sia l’ultima lirica del lotto, infatti, ciò che aleggia sotto traccia è l’accoglienza (“madre”) della terra e un amore di quelli quasi impossibili per essa. in particolare, nel verso finale mi piace immaginare una sorta di doppiezza: “cieco del mare / nascosto nell’incavo” indica l’incapacità di “esplorarsi” e “scoprirsi” esplorandosi nel profondo (tipo un giacimento non utilizzato), eppure fa pensare pure al “male” (la elle al posto della erre) annidato tra le pieghe di una realtà che trama (partenze e altro… non a caso, le “lucerne” sono sì un simbolo di vita, ma nei corredi funerari fungono da guida nel regno dei morti). nota particolare, infine, per la baciata potente e urticante (oltre che inusitata) di “brutale” con ”Natale”. in sostanza, una delle poesie più genuine e viscerali che mi sia capitato di leggere sul “sud”.
che aggiungere ancora? beh, diciamo che, forse per l’aggettivo “millimetrica” usato più sopra, il passo misurato dei versi mi ha fatto venire in mente il De Angelis di “Millimetri”. tuttavia, mentre il quotidiano di De Angelis inclina verso l’astrazione (e una sorta di immobilità metafisica), qui la poesia resta tangibile/tattile, intrinsecamente femminile: l’attenzione premurosa verso il dettaglio naturale e il frammento dotato di senso (nonché l’amarezza per la “disattenzione”) fanno “affette” la realtà, senza mai far mancare l’affetto. ne deriva una dinamica più “calda” e *comunicativa* (la “voglia” di prendere per mano il messaggio e di condividerlo è “imprenscindibile”), tipica della poesia venata di autentica empatia (come termine di paragone, mi viene in mente solo l’Antonia Pozzi di “Certezza”).
In altre parole, se De Angelis oscilla paurosamente tra l’essere e il niente, qui si danza temerariamente tra l’umano e le piccole cose (che hanno grande valore).
complimenti vivissimi, dunque a Giuseppa Vincenti e grazie ad Abele che qui ci ha fatto dono della sua poesia.
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Riceviamo da Giuseppa Vincenti, che ha incontrato dei problemi a lasciare il suo commento direttamente sul blog:
“Gentilissimo Signor Malos, vorrei ringraziarla per il tempo e la grazia che mi ha dedicato, riconoscendo chiaramente la mia voce, che non avrebbe senso se riecheggiasse a vuoto. Viva la poesia. Un grazie anche ad Abele per questi doni.” Giuseppa Vincenti
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