Yuleisy Cruz Lezcano: Strumenti concreti per una cultura del rispetto

NonViolentResistance_ by Judy Baca

Strumenti concreti per una cultura del rispetto

Yuleisy Cruz Lezcano

Il cambiamento culturale non nasce dal nulla: richiede consapevolezza, strumenti concreti e un lavoro quotidiano che attraversi la società a tutti i livelli. In Emilia-Romagna, come in molte altre regioni italiane, i dati più recenti mostrano quanto sia necessario intervenire: secondo il rapporto Istat 2023, oltre il 20% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito forme di violenza psicologica o fisica nel corso della vita, e un’ampia fetta di questi episodi resta sommersa, mai denunciata. Numeri che evidenziano come la violenza sia spesso normalizzata nella quotidianità e come gli stereotipi di genere continuino a rafforzare la piramide patriarcale, in cui la base – fatta di comportamenti, linguaggio e relazioni quotidiane – sostiene l’apice del potere e della dominazione.

In questo contesto, il sistema educativo e le istituzioni pubbliche svolgono un ruolo strategico. Formare il personale sanitario, le forze dell’ordine e la magistratura significa assicurare che chi interviene sia pronto a riconoscere i segni della violenza e a gestirli con competenza e sensibilità. Allo stesso tempo, educare alla comunicazione non violenta fin dall’infanzia contribuisce a smontare le gerarchie patriarcali, insegnando a esprimere emozioni, a negoziare conflitti e a rispettare i confini altrui. La pedagogia dei sentimenti, unita a una comprensione critica dei meccanismi sociali, può generare trasformazioni culturali durature: basti pensare ai programmi scolastici in alcune scuole dell’Emilia-Romagna che inseriscono laboratori di educazione emotiva e di gestione dei conflitti, dimostrando come piccoli interventi quotidiani possano consolidare nuove abitudini relazionali e modelli di rispetto reciproco.

Un esempio è il progetto “IO NO CHE NON MI ARRABBIO”, promosso dall’associazione APS Psicologia Urbana e Creativa di Ravenna nel triennio 2018-2019, con il Liceo Classico Dante Alighieri come scuola capofila. Il laboratorio “IO…TU…NOI – Empatia e Responsabilità” ha l’obiettivo di fornire agli studenti strumenti per riconoscere modalità aggressive, esprimere emozioni, superare stereotipi e costruire relazioni rispettose. Allo stesso modo, l’Azienda USL di Modena ha sviluppato il laboratorio “Le scuole… a ‘scuola’ di emozioni”, coinvolgendo più di 750 tra studenti, docenti, educatori e genitori, per promuovere la gestione della comunicazione familiare e scolastica, il dialogo intergenerazionale e l’espressione emotiva. Anche a Reggio Emilia il progetto “Scuole Aperte” ha sperimentato un modello di comunità educante nelle scuole primarie, basato su ascolto, condivisione e reciprocità, con particolare attenzione al benessere emotivo dei bambini e alla costruzione di relazioni positive tra scuola e famiglia.

Queste esperienze mostrano chiaramente che educare alle emozioni non è un’idea astratta, ma un intervento concreto che agisce sulla “base” della piramide patriarcale, quella quotidianità fatta di relazioni, comunicazione e piccoli gesti di rispetto, ma purtroppo i progetti educativi basati sulla pedagogia dei sentimenti e sull’educazione emotiva, pur offrendo strumenti concreti e innovativi, presentano alcuni punti di debolezza che ne limitano la portata e l’impatto. In primo luogo, la loro diffusione rimane spesso frammentata: molte iniziative in Emilia-Romagna, come “IO NO CHE NON MI ARRABBIO” a Ravenna o i laboratori dell’AUSL di Modena, coinvolgono scuole singole o gruppi ristretti di studenti, senza un’integrazione sistematica nel curriculum regionale o nazionale. Questo crea un effetto di “isola educativa”, dove l’esperienza positiva non si traduce automaticamente in una trasformazione culturale diffusa. In secondo luogo, la continuità e il monitoraggio dei progetti risultano spesso carenti. Alcuni laboratori si svolgono per periodi brevi o a cadenza episodica, e mancano strumenti di valutazione standardizzati per misurare l’efficacia degli interventi a lungo termine. Senza dati quantitativi e qualitativi solidi, diventa difficile capire quanto i ragazzi interiorizzino davvero competenze come empatia, gestione dei conflitti o rispetto dei confini altrui. Un’altra criticità riguarda la formazione del personale docente e degli operatori coinvolti. Non tutti gli insegnanti hanno competenze psicologiche o pedagogiche specifiche per gestire laboratori di educazione emotiva o affrontare situazioni complesse di disagio e violenza tra pari. Senza un supporto continuo e aggiornamenti professionali, l’efficacia dei progetti può ridursi, e si rischia di trasferire responsabilità agli studenti senza fornire loro un vero accompagnamento.

Oltre a questo è fondamentale evidenziare che oltre a questi progetti educativi, il mondo dei media gioca un ruolo altrettanto cruciale. L’Ordine dei giornalisti ha infatti stilato un nuovo codice deontologico che ha superato tutte le precedenti carte, compreso il Manifesto di Venezia, introducendo articoli specifici sul linguaggio di genere e sull’informazione responsabile riguardo alla violenza. Questo codice riconosce il potere delle parole nel perpetuare stereotipi e nel rafforzare la piramide patriarcale: un giornalista consapevole può scegliere narrazioni che rispettano le vittime e contrastano la normalizzazione della violenza, contribuendo così a smontare gradualmente i meccanismi di potere consolidati. La scelta di termini accurati, l’attenzione ai contesti e l’evitare cliché dannosi diventano strumenti concreti per educare il pubblico e promuovere una cultura di rispetto e responsabilità.

Il cambiamento, però, non può fermarsi alle istituzioni o ai media: richiede un approccio integrato che coinvolga la società nel suo insieme. Arte, poesia, musica e altre forme creative possono agire come strumenti di elaborazione della rabbia e della frustrazione, offrendo spazi per riflettere sui valori distorti imposti dalla cultura patriarcale. Allo stesso tempo, il supporto delle reti familiari e amicali diventa fondamentale per chi subisce violenza: ascolto attento, sostegno concreto e accompagnamento verso le istituzioni possono fare la differenza tra isolamento e recupero della propria autonomia.


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