Michela Murgia_ LEZIONI SULL’ODIO | Nota di Cipriano Gentilino

LEZIONI SULL’ODIO

Michela Murgia

Edizione Einaudi Stile Libero – febbraio 2026

Quando Michela Murgia morì il 10 agosto 2023, lasciò alle spalle un archivio ricco di scritture inedite, racconti sparsi, lezioni universitarie e pagine di diario. Tra questi materiali, il curatore Alessandro Giammei ha tratto Lezioni sull’odio, volume uscito postumo il 19 febbraio 2026 per Einaudi Stile Libero. Si tratta di un testo snello — centoventotto pagine — ma di straordinaria densità concettuale. La scelta editoriale di restituire al pubblico queste lezioni in un momento di rinnovata violenza del discorso pubblico appare tutt’altro che casuale. La tempestività del titolo è lampante, viviamo infatti immersi in un’ecologia comunicativa in cui la parola «odio» appare quotidianamente nei dibattiti politici, nelle cronache di femminicidi, negli studi sulle piattaforme digitali. Eppure Murgia, che aveva elaborato queste riflessioni già nell’anno accademico 2011/2012 per gli studenti dell’Università di Aristan, anticipa con notevole lucidità molte delle questioni che sarebbero esplose nel decennio successivo. Per chi si occupa, a vario titolo, di salute mentale, “Lezioni sull’odio” offre materiali di riflessione preziosi: non dal punto di vista clinico stretto, ma da quello epistemologico, invitando a interrogarsi sulla legittimità di un’intera gamma di stati emotivi che la psichiatria e la cultura hanno storicamente rimosso o patologizzato. Il libro conserva nella sua forma editoriale l’impronta della genesi orale. È articolato in tre lezioni, ciascuna delle quali approfondisce un aspetto distinto della fenomenologia dell’odio, con una progressione che si muove dal personale al politico, dall’individuale al collettivo. La prima lezione ha una funzione anzitutto demistificatoria. Murgia parte da una provocazione apparentemente banale: l’odio è un tabù più resistente del sesso o della morte. Tutti lo proviamo, ma quasi nessuno è disposto ad ammetterlo. La scrittrice smonta con ironia questa ipocrisia collettiva, dichiarando esplicitamente di provare odio «da due a sei volte alla settimana», invitando gli ascoltatori a riconoscere la medesima esperienza in se stessi. In questa prima sezione Murgia propone una tassonomia delle relazioni che gli esseri umani possono stabilire con l’odio. Il primo tipo, che chiama «vincolo censorio», riguarda le persone che non accettano di provare per natura tutto lo spettro dei sentimenti umani: questi soggetti proiettano sistematicamente sull’esterno la fonte dell’ostilità. Non sono loro a odiare ma invece l’altro — il vicino, il collega, il partner — a essere «talmente odioso» da costringerli a questa reazione. È una forma di disconoscimento che, nella prospettiva murghiana, porta conseguenze gravissime: chi nega il proprio odio non lo elabora, ma lo accumula, fino a una scarica imprevedibile. L’autrice cita a questo proposito i femminicidi e casi di cronaca come quello dei coniugi di Erba: tragedie compiute da persone che si erano convinte di non odiare.Il secondo tipo di rapporto con l’odio è quello delle persone che lo riconoscono, ma lo nascondono agli altri, vivendo come «fuorilegge» del sentimento. Il terzo tipo, che Murgia considera la postura più matura e più rara, è quello di chi sa riconoscere l’odio, dichiararlo, e soprattutto disciplinarlo ed è  a quest’ultimo modello che aspira l’intera architettura del libro. La seconda lezione invece si sposta sul piano sociolinguistico e politico. L’odio non è presentato come fenomeno puramente individuale, ma come prodotto sociale: un sistema di relazioni, un addestramento culturale, una costruzione del linguaggio. Murgia analizza come il discorso pubblico contemporaneo, dai media ai social network, funzioni come macchina di produzione e amplificazione dell’odio, spesso camuffandolo sotto forme di ironia, sarcasmo o «semplice» indignazione. Qui emerge con forza la riflessione sul linguaggio come arma. Le parole non descrivono la realtà: la costruiscono. Chi controlla il lessico dell’ostilità detiene un potere specifico di esclusione. Murgia richiama la tradizione femminista che ha lavorato sul linguaggio come campo di battaglia — da «stai zitta» alle forme di squalificazione verbale della donna pubblica — ma allarga il discorso a tutte le figure sociali che occupano una posizione subordinata. Il migrante, il povero, il disabile: sono soggetti che il linguaggio dell’odio provvede a de-umanizzare prima che qualsiasi violenza fisica si compia. Il magistero gramsciano appare qui centrale. Murgia, lettrice appassionata di Gramsci, di cui aveva curato la prefazione alle Lettere dal carcere, riprende il celebre Odio gli indifferenti per mostrare che l’odio può essere una forza propulsiva orientata all’azione. Non un sentimento fine a sé stesso, ma una leva morale che spinge alla presa di posizione, alla scelta di campo, al rifiuto della passività. La terza lezione infine è la più ardita e, dal punto di vista psicologico, la più stimolante. Murgia enuncia esplicitamente la tesi che percorre l’intero libro: l’odio può essere una virtù, dipende da come lo pratichiamo. Questa affermazione non è un inno all’ostilità, ma un invito a recuperare la piena titolarità delle proprie emozioni. L’odio disciplinato — quello che Murgia descrive come un sentimento «che dura nel tempo, edifica e corrobora» — non è impulsivo né cieco. È il frutto di una scelta consapevole, di una elaborazione intellettuale e morale. Richiede quello che l’autrice chiama «pianificazione» e «intelligenza», e presuppone un bersaglio definito: non l’altro come individuo, ma l’oppressione che quell’altro incarna o perpetua. In questa prospettiva allora odiare i prevaricatori, coloro che non credono nella responsabilità collettiva del bene, non è soltanto lecito: è un atto etico. È la risposta proporzionata di chi è stato oppresso nei confronti di chi opprime. Uno degli elementi più originali del libro è il ricorso alla cultura sarda come repertorio di immagini, pratiche e figure simboliche attraverso cui leggere l’esperienza dell’odio. Il riferimento più esplicito è alle maledizioni sarde, una forma rituale di espressione dell’ostilità che nella cultura dell’isola ha una lunga tradizione codificata. Queste formule verbali — spesso elaborate, metaforiche, talvolta poetiche nella loro crudezza — non sono sfoghi irrazionali: appartengono a un sistema simbolico preciso, che regola l’espressione dell’odio entro confini rituali e sociali riconosciuti. Murgia le utilizza come prova antropologica della sua tesi: esistono culture che, anziché rimuovere l’odio, lo formalizzano, lo iscrivono in un codice condiviso, ne disciplinano l’espressione. Questo dato antropologico ha un rilevante interesse per la psichiatria transculturale. Nelle società in cui il sentimento negativo trova forme di espressione rituale e collettiva, la sua elaborazione individuale risulta diversa — e talvolta meno patogena — rispetto a contesti in cui la sola risposta culturale disponibile è la repressione o la negazione. A questo proposito è da notare la presenza di Grazia Deledda tra le fonti di Murgia . La Sardegna di Deledda infatti è un mondo in cui la violenza del sentimento coesiste con un rigoroso codice morale. Non esiste una semplice equivalenza tra emozione negativa e comportamento deviante: si può odiare senza perdere l’onore. Murgia recupera questa lezione per opporla alla cultura contemporanea che, nell’epoca dei social network, produce odio massificato, anonimo e de-responsabilizzato, privo di ogni codice etico. Il richiamo alla cultura sarda, in sintesi, non è nostalgico né folcloristico. È uno strumento teorico: Murgia vi attinge per mostrare che l’alternativa alla rimozione culturale delle emozioni negative non è l’esplosione barbarica, ma la regolazione rituale e simbolica. Murgia, d’altro canto, si definiva esplicitamente come scrittrice postcoloniale. Nelle sue ultime interviste dichiarava che, come molti autori nati in territori a lungo colonizzati che scrivono nella lingua del colonizzatore, aveva cercato nel corso della vita «un terzo spazio, una terza patria». Questa coscienza della marginalità — geografica, linguistica, di genere, di classe — è la chiave di volta di tutta la sua opera, e di Lezioni sull’odio in particolare. L’odio che lei rivendica è sempre l’odio del marginale verso il centro, dell’oppresso verso l’oppressore, del silenzioso verso chi detiene il microfono. Da un punto di vista clinico e psicopatologico, Lezioni sull’odio suggerisce alcune riflessioni. Murgia insiste sulla normalità dell’odio — sulla sua appartenenza allo spettro ordinario delle emozioni umane. Questa affermazione ha conseguenze rilevanti per la pratica clinica. La tendenza a patologizzare l’ostilità, a trattarla come sintomo di un disturbo, rischia di rinforzare proprio quel vincolo censorio che l’autrice descrive come la postura più pericolosa: il soggetto che nega il proprio odio non lo elabora, non lo integra, e può sviluppare forme di acting-out tanto più violente quanto più a lungo rimosse. In questa prospettiva, la psichiatria democratica di stampo basagliano — cui chi scrive si sente debitore — aveva già intuito qualcosa di fondamentale: l’istituzione totale produce violenza non solo nei corpi dei degenti, ma nella psicologia degli operatori, che possono negare le proprie emozioni negative come difesa professionale, con conseguenze di burnout e contro-transfert non elaborato. Dar nome all’odio — verso un sistema ingiusto, verso un’istituzione opprimente — è il primo atto di consapevolezza critica. Una delle operazioni teoriche più accurate di Murgia è la distinzione netta tra il sentimento dell’odio e la violenza. L’odio non porta necessariamente alla violenza: può restare nell’ordine del pensiero, del giudizio, della posizione etica. È la negazione dell’odio, il suo accumulo inconscio, che crea le condizioni per la scarica incontrollata. Questa tesi è coerente con numerosi modelli clinici della regolazione affettiva: dalla teoria dell’attaccamento ai modelli cognitivo-comportamentali dell’elaborazione delle emozioni, passando per la tradizione psicoanalitica che lavora sul riconoscimento dell’aggressività come precondizione della sua metabolizzazione. Infine, Murgia sottolinea il ruolo del tabù culturale nella genesi della violenza. Il soggetto che «sa di provare l’odio» ma vive in un contesto che «gli vieta di dirlo, manifestarlo, dichiararlo, praticarlo» deve vivere come un fuorilegge emotivo. Questa condizione di clandestinità affettiva ha evidenti paralleli con la condizione di molti pazienti psichiatrici, che esprimono stati emotivi ritenuti inaccettabili dalla famiglia, dal contesto sociale, dall’istituzione. La lezione di Murgia — dire l’odio, riconoscerlo, disciplinarlo — è in fondo la stessa lezione che ogni buona relazione terapeutica cerca di trasmettere. In conclusione Lezioni sull’odio è un libro scomodo, come lo erano stati quasi tutti i libri di Michela Murgia. Scomodo perché costringe a rivedere una delle certezze più radicate della moralità contemporanea — che l’odio sia sempre e comunque un male. Scomodo perché attinge a fonti eterogenee, dalla Sardegna rurale ai Salmi, da Gramsci alle lettere di san Paolo, costruendo un discorso che sfida le categorie disciplinari consolidate.

Sul piano squisitamente psichiatrico questo libro rappresenta un invito a riflettere sui confini del dove finisce il sintomo e dove comincia l’emozione legittima. Dove finisce la cura e dove comincia la normalizzazione. Murgia non risponde a queste domande, ma le pone con la forza che le è propria — quella di chi ha vissuto sulla propria pelle l’odio degli altri, e ha saputo trasformarlo in pensiero. La sua voce, affidata a queste lezioni nate più di dieci anni fa e consegnate postume ai lettori del 2026, risuona con una precisione che non smette di sorprendere. Come scriveva lei stessa, l’odio «è umano». E forse è proprio per questo che ci fa ancora così paura.

Cipriano Gentilino

Riferimenti bibliografici

Murgia M. (2026). Lezioni sull’odio. A cura di A. Giammei. Torino: Einaudi Stile Libero.

Gramsci A. (1917). Odio gli indifferenti. In La Città Futura, 11 febbraio 1917.

Basaglia F. (1968). L’istituzione negata. Torino: Einaudi.


Una risposta a "Michela Murgia_ LEZIONI SULL’ODIO | Nota di Cipriano Gentilino"

  1. Ottimo commento di Cipriano Gentilino che è una vera introduzione, anche se sintetica, al pensiero della sfortunata Michela Murgia, che ricordo con affetto ogni volta che appariva in televisione. Avevo già letto qualcosa in passato e questo me la seganlò come intellettuale da seguire con molta attenzione.

    AntoniomSagredo

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