Franco Massimo Botturi _ L’età dell’oro

Marc Chagall
L’ETA’ DELL’ORO

Tenevi sul quaderno una pietra ripulita:
di pomeriggio veniva a volte vento
e non volevi aprisse le pagine, le nude
e quelle scritte fitte con roba da peccati.
Soltanto un lembo, a volte, scappava via dal peso
lasciando intravedere l’immagine di un santo
o forse la Madonna di Lourdes, non si capiva
teneva solo il segno e non giudicava niente.
Quel piccolo segreto era il modo tuo di amarmi
di farmi rimanere in attesa, come i frutti:
capisci a primavera quanto saranno buoni.
Al collo ti brillava una catenina d’oro
a volte la succhiavi come una caramella
e poi la riponevi tra il solco in mezzo ai seni.
Sembrava una pagliuzza posata là a far nido
e dentro le due rondini, ancora acerbe al volo.


L’INNOCENZA

Toccammo ingenui il papavero
e lui svenne, cambiò la fiamma
muta del suo colore vivo.
Ricordo prolungò l’agonia
e venne l’aria, e il prato, e i suoi rumori
qualcosa sconosciuto.
La goccia cadde dal filo d’erba
e inventò il suono, ci colse
schiena a terra per gusto d’esser nudi
immaginando salici e grano
inverni e neve.


LA PUREZZA

Non rimarranno per sempre queste viole
neanche il bel profilo di te, seduta al sole
con il tuo arancio morso che cola.
Eppure andiamo, a fare omaggio al tempo felice.
Le adagiamo, convinti che luce rimanga
in qualche modo, negli occhi, bene in fondo
nell’erba più capace che preme e si fa rivo
un fiume trasparente per trattenerci il fiato
toccarlo dove il fondo ha la tenerezza acerba
di un ventre ancora ignaro d’amore
e la sua fine.


PRODIGO

A questo vento di sabbia ho aperto gli occhi
sono tornato nel tempio delle foglie
dove il buon Dio ha messo un albero e una rosa.
Per questo vento sempre irrequieto
ho preso casa, e ho ritrovato piena
l’impronta del mio vecchio, il progredire giusto
dei passi a un uomo saldo. E il posto
dove amavo sedermi nell’attesa: del melo
e del richiamo del cane. Ora mi elevo
mi basta fare il salto dei piccoli animali
divaricar le gambe e lasciarmi. Dire
ecco, è un albero il mio corpo, son figlio della terra.


QUEL CHE RIMANE

Sottrarre è un luogo sacro
la nudità e il mistero.
È il corpo dell’origine che poi
ritorna ramo. E non è più mancanza
di foglie, o gemma, o frutto.
Ma l’ossatura salda e perenne della vita.
Quel che rimane può dirsi rivelato
quel che rimane la chiamano poesia
ventricolo del seme, la luce nella goccia.

Franco Massimo Botturi, nato il 31 di marzo del 1960, a Rho, in provincia di Milano. Ha lavorato per diverse società commerciali nel settore dell’ipoacusia. Appassionato di poesia, letteratura e musica; fa della scrittura la sua palestra quotidiana. Ha pubblicato sei sillogi di poesia e un ebook, a partire dal 2003: Parole di carta, Marsilio – finalista con un racconto in prosa; Frutto acerbo, Otma editore, Milano; Musicalia, Liberodiscrivere editore, Genova; Scena Madre, Otma editore, Milano; Il Melograno, Feaci editore ebook; Il posto delle fragole,  Genesi editrice, Torino; Libera, Genesi editrice, Torino; La terra silenziosa, ChiareVoci editore.

È membro del laboratorio di comunità “Leggi che ti passa” e socio dell’associazione Fare Diversamente, ente del terzo settore. Attivo in rete col blog massimobotturi.wordpress.com – Franco Massimo Botturi in Facebook – Franco Massimo Botturi in Instagram


6 risposte a "Franco Massimo Botturi _ L’età dell’oro"

  1. Massimo è un vero AMANTE della Poesia, un appassionato che da moltissimi anni la cura la nutre la ama in modo profondissimo e dona i frutti che ne vengono.

    Il suo lavoro scrupoloso non prescinde mai dall’attenzione verso l’umano e l’amore – inteso come ampio respiro al tutto.

    Queste poesie mi toccano in particolare per come sa con delicatezza e cura celebrare la vita in ogni sua forma.

    Molta ammirazione per lui.

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  2. ohibò… ipoacusia fa rima con poesia: curioso no? intendo, c’è attinenza

    ok, l’ipoacusia può generare isolamento, ansia e depressione, eppureeppure l’esperienza insegna che la perdita di un senso può produrre *adattamento sensoriale* rtfgrtfgrtfgrtfgrtfgrtfgrtfgrtfgrtfgrtfgrtfg (chiedo scusa, il gatto è transitato sopra la tastiera). a conferma, studi scientifici di Marvel e colleghi hanno evidenziato che Daredevil (Devil nei miei fumetti anni ’70) è sì cieco, ma *proprio per questo* ha potenziato gli altri sensi (udito, olfatto, tatto e gusto), acquisendo abilità straordinarie (su tutto, un *senso radar* grazie al quale *vede* il mondo circostante – materiale e immateriale – con grande precisione).

    non è c’è una qualche somiglianza con il sopravvivere della poesia?

    poesia che ha sì smarrito un senso (come Vasco Rossi nella canzone “un senso”), ma non per questo smette di cercare e affina lame_moria vivisezionando l’umana realtà.

    ecco, nello specifico, le straordinarie abilità acquisite da Massimo Botturi consentono ai suoi versi di “vedere oltre”, di trasfigurare vibrazioni e sensazioni per *comunicare* una mappa mentale 3D di ciò che è umano: minime ostensioni di pressione luminosa (“una pagliuzza posata là”), fugge-voli imprevedibili (“solo un lembo, a volte, scappava via dal peso”), nonché ascese velocissime ( “ora mi elevo”). chi ama Battiato avrà colto…

    : )

    parole che mi dicono di eventi (“e venne l’aria”), di vita *nuda* (pirandelliana schiena a terra,  per “gusto d’essere”) e del fluire inesor’abile del tempo (“morso che cola”).

    la sensazione è quella che il poeta sappia (leggere la vita distinguendo). (pure l’inchiostro dalla carta grazie al tatto).

    e che mi stia additando un lieve d’osso del terreno… ma attenti, non è un ordine (si sa che l’entropia…), bensì un invito:  “salici” sopra, amico, se sei vivo (e osserva).

    (“quel che rimane” a sera).

    ed è subito accoglienza e attesa più che mia feconda.

    l’immaginario è molto *agreste*, non aggredisce predatorio, non è frenetico di consumismi e non s’atteggia ermetico altezzoso: sa orizzontare orizzontale, ed è prezioso anche per questo), sa farsi tenerezza solida, ovvero *custodisce* (*non* possiede)… non asseconda la libidine (fallace “desiderio dei piccioni”), è consapevolezza e dunque *rispetto sublimato* del “mistero”.

    l’allegoria non è foriera solo d’allegria (anzi). sotto la dolcezza del glossario, la sofferenza è compagna di viaggio: aleggia sottotraccia in risorgive, è onnipresente come la natura, che non è mai sfondo idilliaco, bensì un’attrice attiva e veritiera (spesso crudele). il papavero lo tocchi e *sviene*, la goccia perde l’appiglio e *cade*, una mano *ci coglie* mentre incarniamo fiori “schiena a terra”, tutt’uno con il suolo. non si tratta d’una semplice metafora: è fusione fisica, corporea e radicale (eh, il *quore* del contadinano sa…).

    : )

    notevole (mi preme sottolinearlo) è pure il lessico *impiegato*: è quello della vita di ogni giorno, sebbene metamorfosato da pressioni e precisione al punto di farlo brillare come la quarzite al sole (ohi, tra i minerali della mia collezione c’era! “quarzite di Ovada”… un nome magico per un bambino).

    in ogni caso il primo Luzi o, perché no, la prosa di Pavese, sì, sì, da quelle p’arti…

    però, non fraintendetemi… non c’è leziosità né ridondanza, in questi versi: questa poesia non plana sovraccarica, addirittura – forse – *sottrae*…. screma il rumore, scova l’equilibrio d’una quadra tra il vacuo virtuosismo e il piatto chiacchiericcio.

    di più: raggiunge il “corpo dell’origine” e va oltre, ritorna r’amo e si fa viva narrazione (che è “l’ossatura salda e perenne della vita”, ovvero quello che “rimane“, *quindi* è anche e soprattutto *poesia*). una narrazione che, in ultima analisi, non è altro che un’arca di senso, fatta di ricordi e me-morìe (il padre, l’amore), di natura (gli alberi, i fiori, i frutti), di corpi umani (i seni, gambe divaricate, il ventre ignaro), nonché di un’immanenza fatta di *parole* (“un albero”, “un seme”).

    insomma, un altro mondo di abitare il modo.

    : )

    voglio però tornare su “PUREZZA”, che merita dissertazione a parte.

    l’ho letta e riletta più volte e mi ha suonato (viva e morta). (parola per parola). un riecheggiare in doppio fondo (“purezza” di un’età giovane perduta, ma anche il lutto di una perdita). sul tavolo settorio “convinti” si è scomposto nel senso in “con + vinti”. allo specchio. una consapevolezza doppia.

    pertanto, PUREZZA incarna **più** d’un atto di coraggio (il cui fulcro, e punto di forza, è l’”Eppure”): si tratta d’un atto di coraggio corale, è il *con*, l’insieme di noi vinti che “Eppure andiamo”.

    ma andiamo con ordine…

    noi siamo convinti insieme alla sconfitta e *dobbiamo* portarla con noi: è una compagnia ineludibile. la convinzione non cancella la sconfitta, la *include*: e questa *è* una verità ben più profonda e dolorosa… la viola non è soltanto un fiore colto che appassisce, è una vita recisale adagiamo, convinti che luce rimanga” quasi si trattasse d’una salma.

    non è solo un gesto di cura per qualcosa di vivo, è in parallelo un corpo esanime adagiato con delicatezza, nella speranza (fallace, perché illogica) che *qualcosa* (la poesia?) possa andare oltre la caducità. il “bel profilo di te, seduta al sole / con il tuo arancio morso che cola” ha la potenza d’uno spezzone di filmato che scorre, ma a ruota è tagliato/colto/reciso dalla “fine”. un dettaglio quasi crudele, nella sua assoluta tenerezza.

    c’è dell’interrotto in quel morso all’arancio, evoca il liquido dolce che cola, che sfugge tra le dita (tra/dita aspettativa di sopravvivenza). quindi non comunuica solo il trascorrere “oltre” l’età dell’innocenza, per ovvie ragioni anagrafiche: il senso di morte va oltre il mors/o, si nutre del frutto solo addentato, d’un sapore che apparicva zuccherino, ma nel contempo è amaro perché “acerbo. e allora, il ventre “ancora ignaro d’amore / e la sua fine” non è solo grembo in potenza e purezza a svanire, è anche un frutto che proprio non avuto *il tempo* di maturare (reciso/colto acebo).

    in massima purezza, in ogni caso, la “gentilezza” dei versi non scivola via dal dolore, bensì lo attraversa, lo contiene, lo nomina senza nominarlo (come uno scegliere di “trattenerci” come un serbare “il fiato” per non disperderlo nell’urlo… un oltreMunch che è antidoto al munchare stesso…).

    notevolissimo.

    onde per cui accettiamo la sconfitta: la morte vince sulla giovinezza e sulla giovane. la purezza della viola (forse proprio la sua verginità, la sua innocenza) non è violata dall’atto sessuale, ma soprattutto dalla fine.

    accettiamo al sconfitta ma ri-con-fermiamo il “con. facciamo nostro il gesto, il rituale, la poesia. deponiamo le viole, ma non le c’armi… anche questo, in fondo, è un gesto eroico: seguitiamo ad offrire fiori sulla tomba (anche su quella di Neobar)… sappiamo bene che i fiori appassiranno, che la tomba è solo terra e che la rete – il www – neanche quella

    ma fa lo stesso. facciamolo lo stesso per noi, per i vivi, per i sopravviventi, per i morenti: non rassegniamoci ad essere soli versi che scorrono o acqua che passa.

    convinciamoci che la “luce” possa rimanere ancora accesa qui tra noi “in qualche modo” (anche nel più assurdo).

    la convinzione non è logica. è resistenza.

    : )

    un abbraccio e un grazie sincero a Massimo Butturi per aver lanciato nella nostra direzione questo “salvagente” di parole.

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