
L’ETA’ DELL’ORO
Tenevi sul quaderno una pietra ripulita:
di pomeriggio veniva a volte vento
e non volevi aprisse le pagine, le nude
e quelle scritte fitte con roba da peccati.
Soltanto un lembo, a volte, scappava via dal peso
lasciando intravedere l’immagine di un santo
o forse la Madonna di Lourdes, non si capiva
teneva solo il segno e non giudicava niente.
Quel piccolo segreto era il modo tuo di amarmi
di farmi rimanere in attesa, come i frutti:
capisci a primavera quanto saranno buoni.
Al collo ti brillava una catenina d’oro
a volte la succhiavi come una caramella
e poi la riponevi tra il solco in mezzo ai seni.
Sembrava una pagliuzza posata là a far nido
e dentro le due rondini, ancora acerbe al volo.
L’INNOCENZA
Toccammo ingenui il papavero
e lui svenne, cambiò la fiamma
muta del suo colore vivo.
Ricordo prolungò l’agonia
e venne l’aria, e il prato, e i suoi rumori
qualcosa sconosciuto.
La goccia cadde dal filo d’erba
e inventò il suono, ci colse
schiena a terra per gusto d’esser nudi
immaginando salici e grano
inverni e neve.
LA PUREZZA
Non rimarranno per sempre queste viole
neanche il bel profilo di te, seduta al sole
con il tuo arancio morso che cola.
Eppure andiamo, a fare omaggio al tempo felice.
Le adagiamo, convinti che luce rimanga
in qualche modo, negli occhi, bene in fondo
nell’erba più capace che preme e si fa rivo
un fiume trasparente per trattenerci il fiato
toccarlo dove il fondo ha la tenerezza acerba
di un ventre ancora ignaro d’amore
e la sua fine.
PRODIGO
A questo vento di sabbia ho aperto gli occhi
sono tornato nel tempio delle foglie
dove il buon Dio ha messo un albero e una rosa.
Per questo vento sempre irrequieto
ho preso casa, e ho ritrovato piena
l’impronta del mio vecchio, il progredire giusto
dei passi a un uomo saldo. E il posto
dove amavo sedermi nell’attesa: del melo
e del richiamo del cane. Ora mi elevo
mi basta fare il salto dei piccoli animali
divaricar le gambe e lasciarmi. Dire
ecco, è un albero il mio corpo, son figlio della terra.
QUEL CHE RIMANE
Sottrarre è un luogo sacro
la nudità e il mistero.
È il corpo dell’origine che poi
ritorna ramo. E non è più mancanza
di foglie, o gemma, o frutto.
Ma l’ossatura salda e perenne della vita.
Quel che rimane può dirsi rivelato
quel che rimane la chiamano poesia
ventricolo del seme, la luce nella goccia.

Franco Massimo Botturi, nato il 31 di marzo del 1960, a Rho, in provincia di Milano. Ha lavorato per diverse società commerciali nel settore dell’ipoacusia. Appassionato di poesia, letteratura e musica; fa della scrittura la sua palestra quotidiana. Ha pubblicato sei sillogi di poesia e un ebook, a partire dal 2003: Parole di carta, Marsilio – finalista con un racconto in prosa; Frutto acerbo, Otma editore, Milano; Musicalia, Liberodiscrivere editore, Genova; Scena Madre, Otma editore, Milano; Il Melograno, Feaci editore ebook; Il posto delle fragole, Genesi editrice, Torino; Libera, Genesi editrice, Torino; La terra silenziosa, ChiareVoci editore.
È membro del laboratorio di comunità “Leggi che ti passa” e socio dell’associazione Fare Diversamente, ente del terzo settore. Attivo in rete col blog massimobotturi.wordpress.com – Franco Massimo Botturi in Facebook – Franco Massimo Botturi in Instagram
grazie Abele, accolgo il tuo omaggio con gioia e rinnovo i complimenti per le pagine di questo bel sito
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Grazie a te, Masimo. Bello ritrovare la tua poesia.
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bellissime poesie
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