Aldo Capitini: La mia nascita è quando dico un tu

“Se dovessi indicare i punti dove ho espresso la tensione fondamentale, da cui tutte le altre, del mio animo per l’interesse inesauribile agli esseri e al loro animo, e perché ad essi sia apprestata una realtà in cui siano tutti più insieme e tutti più liberati, segnalerei alcune righe di un mio libro poetico, Colloquio corale (sulla festa).”
Aldo Capitini

 

 
La mia nascita è quando dico un tu.
Mentre aspetto, l’animo già tende.
Andando verso un tu, ho pensato gli universi.
Non intuisco dintorno similitudini pari a quando penso alle persone.
La casa è un mezzo ad ospitare.
Amo gli oggetti perché posso offrirli.
Importa meno soffrire da questo infinito.
Rientro dalle solitudini serali ad incontrare occhi viventi.
Prima che tu sorridi, ti ho sorriso.
Sto qui a strappare al mondo le persone avversate.
Ardo perché non si credano solo nei limiti.
Dilagarono le inondazioni, ed io ho portato nel mio intimo i bimbi travolti.
Il giorno sto nelle adunanze, la notte rievoco i singoli.
Mentre il tempo taglia e squadra cose astratte, mi trovo in ardenti secreti
di anime.
Torno sempre a credere nell’intimo.
Se mi considerano un intruso, la musica mi parla.
Quando apro in buona fede l’animo, il mio volto mi diviene accettabile.
Ringraziando di tutti, mi avvicino infinitamente.
Do familiarità alla vita, se teme di essere sgradita ospite.
Quando tutto sembra chiuso, dalla mia fedeltà le persone appaiono come figli.
A un attimo che mi umilio, succede l’eterno.
La mente, visti i limiti della vita, si stupisce della mia costanza da
innamorato.
Soltanto io so che resto, prevedendo le sofferenze.
Ritorno dalle tombe nel novembre, consapevole.
Non posso essere che con un infinito compenso a tutti.

Aldo Capitini, Poesie, Del Vecchio Editore, 2017, p. 163

 

Su Aldo Capitini:

https://www.fondowalterbinni.it/biblioteca/Quaderno%20Capitini%20-%20La-mia-nascita-e-quando-dico-un-tu.pdf


5 risposte a "Aldo Capitini: La mia nascita è quando dico un tu"

  1. Non avevo mai pensato a Capitini come poeta, l’ho sempre visto come Gandhi, sostenitore delle non violenza e della Brahmacharya , cioè nel vivere seguendo la forza delle proprie convinzioni.
    Ogni verso è un aforisma concluso, si alternano concetti filosofici e morali a versi che traboccano d’emozione, e anche un po’ di misticismo.
    Danilo Dolci in “Poema umano” Einaudi 1974 ricorda in una poesia Aldo Capitini , sono due persone simili nella loro differenzai:

    Ne sento il vuoto.
    Era morto un bimbo, di fame:
    recline sulle braccia della madre gialla,
    il latte trovato in farmacia scivolava sulle labbruzze
    inerti – era tardi.
    Terribilmente semplici avevamo deciso
    di metterci al posto del piccolo, uno dopo l’altro,
    fin che non si apriva lo spiraglio del lavoro
    per tutti: nella stanza terrana del vallone
    tra la gente stupita (curiosavano i piccoli
    il prete era sparito,
    il medico e i notabili tentavano velare
    con la parola intossicazione
    per continuare a parassitare tranquilli il paese,
    i giovani meditavano,
    mi piangevano i vecchi – perche’, tu? -,
    sentivo, sotto, un pozzo senza fondo)
    dopo giorni la postina e’ venuta
    con una lettera, di uno sconosciuto,
    firmata Aldo Capitini.

    Poi l’ho incontrato, in alto nella torre
    del Comune a Perugia,
    la dimora del padre campanaro:
    era impacciato a camminare
    ma enormemente libero e attivo,
    concentrato ma aperto alla vita di tutti,
    non ammazzava una mosca
    ma era veramente un rivoluzionario,
    miope ma profeta.

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  2. Abito a Pesaro. In gioventù venni condannato 4 volte da 4 diverse Corti Marziali Italiane come obiettore di coscienza. Ho scontato circa 2 anni di carcere nei seguenti Reclusori Militari: Peschiera del Garda, Roma Forte Boccea, Carcere Militare di Palermo, Carcere dell’Aviazione di Taranto, Carcere Militare di Gaeta. A Gaeta, assieme a 150 compagni, amici e fratelli obiettori, per una inspiegabile ironia, eravamo nel 3° braccio, sotto le celle di due criminali di guerra nazisti; Herbert Kappler e Walter Reder. Nel 1972, con la Legge Marcora sull’obiezione di coscienza, finì il mio calvario, ma non ricordo di aver mai incontrato in questi carcere gli appartenenti al movimento pacifista di Capitini. Probabilmente lottavano per la pace in altri modi. (Tragici giorni da ricordare: 6 e 9 agosto 1945)

    HIROSHIMA E NAGASAKI
    Il vecchio e la sua fedele compagna
    ricordano nostalgici il passato,
    il giovane progetta il suo futuro,
    non sapendo quanto sarà breve e oscuro!

    Una moglie attende il suo amato,
    lo sposo al quale giurò la sua lealtà.
    Ingenui bimbi giocano a far l’amore,
    ma tutto finì quel giorno in un vapore

    Fu un’abbagliante luce mortale,
    un accecante fungo che nel cielo,
    crebbe nel tempo di un istante
    Cancellando la città e il suo abitante

    Fu Paul che pilotò il bombardiere,
    chiamato con il nome di sua madre.
    Volando alto nel cielo “Enola Gay”
    sganciò la bomba chiamata Little Boy

    Quel milite ha ancor davanti agli occhi
    ciò che nei secoli non si vide mai:
    egli diede il lungo sonno alla vita altrui,
    sonno, che la coscienza tolse pure a lui

    Questi irresponsabili criminali istinti
    han fatto un gran progresso.
    Sono partiti da Caino
    e sono ancora in cammino.

    L’adorator di Marte non è pago
    di seminare distruzione e morte,
    di vedere dissolversi al calore,
    la vita in un istantaneo orrore.

    Continua ad innalzare a questo dio
    patriottici Canti ed epiche Preghiere.
    Continua ad offrir sul suo Altare
    Civili e Militari da scannare

    Quando si convertirà ad altro rito
    il debole e cieco suo seguace
    per esser, senza armi, il vincitore
    d’una guerra d’Amore?

    Ancor nel vento s’ode il grido,
    stridente, di Hiroshima e Nagasaki,
    mentre la coscienza del potente tace
    per quella orrenda strage

    “C’è vita intelligente nello spazio?”
    Viaggiando sulla Luna e Marte
    questo la scienza chiede.
    In terra, purtroppo, non si vede!

    Dov’è il saggio? Dov’è lo scriba?
    Dov’è la voce di chi educa coscienze?
    Non c’è traccia in tutto l’universo
    d’un agire così perverso!

    Fiumi di parole e prosa
    scrivono per esaltar la pace,
    ma rimangono solo teorie
    senza trasformarsi in poesie.

    Vanto è per l’uomo aver prodotto
    l’abbagliante atomico fuoco,
    non luce di verità e sapienza
    ma di stupida demenza

    L’uomo di poter non si ravvide
    vedendo il radioattivo fungo
    disperdersi nell’aria e nel vento
    per seminare morte nel tempo.

    Pregna d’invisibile veleno,
    la mente umana è ottenebrata
    e non desiste dal creare
    un più potente ordigno nucleare

    Or nel mondo son tante le Nazioni
    a gloriarsi d’aver questo strumento.
    stolto vanto, nel gioco di potere,
    la fittizia Pace basata sul timore.

    Ci vogliono fatti e non parole
    per fare un mondo migliore.
    Potrà mai una semplice Poesia
    fermar questa umana follia?

    L’insanguinata mano non si ferma
    dal cercare vanagloria e soldo,
    perché all’uomo di potere non piace
    Vivere… e far vivere in pace!

    Vitaliano Vagnini

    11 SETTEMBRE 2001
    Quell’odio che viaggia nel vento
    Promosso da menti deviate
    Mascherate di sacro e divino
    Per giustificare l’assassino

    Si schianta su simboli d’oro
    Che producono contratti e risorse
    Per gli amanti di vanto e apparenza
    Torri d’umana e superba opulenza

    Torrioni trasformati in un Faro
    Incredula gente che guarda stupita
    Che fugge, che grida ed esclama
    Al fuoco e al fumo che emana

    Instancabili eroici “The Bravest” 1
    Ricoperti di polvere bianca
    Come morti risorti e sgomenti
    Sono in cerca di rumori e lamenti

    Quei corpi che cadono grevi
    E quelli che bruciano lenti
    In una terra di cento etnie
    Sono martiri di queste follie

    Da Sem, da Cam o da Iafet,
    O dai figli di Agar o di Sara,
    Devoti a Cristo o a Brahma,
    O con radici nell’antica Savana,

    Hanno tutti il sangue vermiglio
    Quella gente che urla nel vuoto,
    Ma s’esalta il carnefice nero
    Pago, di dar la pace del cimitero.

    Dopo il gran pianto e lamento
    Quella pace, scatenò la guerra
    Contro il sospettato Emiro 2
    Reo della strage di Ground Zero.

    Vitaliano Vagnini
    Riferimenti
    1) “The Bravest” significa “il più coraggioso”, nome dato ai vigili del fuoco di New York
    2) “Emiro” significa “uno che comanda”

    LA GUERRA
    Quell’odio fratricida di Caino,
    Pose la base per la guerra,
    Trasformando l’uomo in assassino
    Mentre sparge sangue in terra.

    Desideroso d’essere esaltato
    Non padroneggiò ira e gelosia.
    Verso quel suo fratello odiato,
    E si trasformò in venefica alchimia.

    Le ideologie perverse e immonde,
    Ramificate nel pensiero umano,
    Come cancrena si diffonde,
    Con l’omelia del Clero e del Sovrano.

    Per la volontà di non voler amare
    E per l’ingorda avidità umana,
    In terra, in cielo e in mare,
    L’uomo, come una belva, sbrana.

    La Guerra è sempre ingiusta,
    Perché non vince chi ha ragione,
    Ma chi rende l’altrui vita angusta
    Con la forza e l’oppressione

    Seguendo la legge del più forte
    E calpestando principi universali
    Dispensa solo sofferenza e morte
    E non rende gli uomini uguali

    L’uomo, esaltando la ragion di stato,
    I miti della razza e pur l’economia,
    È disposto ad essere ammazzato
    In nome di una puerile ideologia

    Chiudono la bocca al Dialogo,
    Sordomuta resta la Diplomazia,
    Corrono a sostener la Guerra
    Lo stratega, la Scienza e la Tecnologia.

    Per quella chiamata “Santa”, oppur “Civile”,
    Nonché “d’Indipendenza” o per la “Libertà”
    La Guerra è più sporca di un porcile,
    Giustificata sempre da grandi falsità.

    Dicendo che, col sangue nemico lavano,
    Le Colpe, le Offese e il Disonore,
    Quegli occhi pieni d’odio non vedono
    Il sudiciume di tutto quell’ orrore

    Per placare le coscienze un prete benedice,
    La Bomba, i Cannoni ed il Soldato,
    E sull’altro fronte, un cappellano benedice,
    I morti che la bomba benedetta a provocato.

    I morti, per scrupolo morale e religioso,
    Con un eufemismo li chiamano: “Caduti”,
    Ma quei morti, per i capricci di un esoso,
    Furono prima ingannati e poi abbattuti.

    A volte fan più senso i vivi, anziché i morti,
    Che vagano con gli occhi volti al vuoto,
    Come corpi che dalle tombe son risorti,
    Nella vana ricerca di un paradiso ignoto.

    Fra il pianto della vedova e del bambino,
    Il milite cerca falsa gioia nel Bordello
    E la prostituta, in cambio del quattrino,
    Vende il suo corpo alla “Carne da macello”.

    Si diffondono mortali malattie veneree
    Disertano il lavoro agreste o di laboratorio
    Il mondo si riempie di lacere miserie
    E si trasforma in un tragico mortorio

    Questo è il sacrificio offerto sull’altare,
    Di quell’Iddio che il mito chiamò: Marte
    Per non voler agire con amore,
    Genera distruzione, lacrime e Morte.

    A fine Guerra, i vinti e i vincitori,
    Contano le vittime che vi han partecipato
    Chiedendosi se, da tutti quegli orrori,
    Qualche lezione l’uomo abbia imparato

    Uccidere chi uccide, per dimostrare,
    Che uccidere qualcuno sia sbagliato,
    Rimane assai difficile da spiegare
    Ad un popolo che si stima emancipato

    Assieme ai traumi, rimangono feriti,
    Il fisico, la mente, e pure il cuore
    Col dubbio, che i morti non siano serviti
    A debellar la Guerra, il cui spirito non muore

    Anche se finisse la guerra col nemico,
    Continuerà quella contro se stesso
    Se l’uomo della Vita non è amico
    E non ama gli altri come se stesso

    Al sangue di Abele, che grida ancora,
    S’aggiunge quello con cui scritta fu la Storia
    Di una civiltà che la vita disonora
    Perché si crede superior con la sua Bòria

    L’unica pace che la Guerra abbia portato,
    Sia la guerra di un Regno o di un Impero,
    Oppure quella del Magnate o del Papato,
    È solo la Pace che regna al Cimitero.

    Vitaliano Vagnini

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  3. I “CAMPI DI LAVORO”

    Son opere mirabili quei Simulacri, le Piramidi,
    I Templi, le Regge, il Colosseo e la Muraglia,
    Eretti col pianto e il sudore misto al sangue
    Di color che i potenti chiamavano Plebaglia

    “Han resistito al tempo, al fato e all’uragano”,
    Dice la guida che elogia l’arte del passato
    Che troneggia ancor sul colle e pur sul piano,
    Ma raramente racconta loro il dolore che è costato

    Ora quelle opere valgono più dell’oro
    Ma per quegli schiavi fu: “CAMPO DI LAVORO”

    Colui che solcò l’onda per esplorar il mondo,
    Scoprì le ricche nuove terre per il suo sovrano
    E con la scusa di portar cultura e religione,
    Massacrò etnie e schiavizzò l’indiano

    Ma poi s’accorse che mancavano le braccia,
    Per lavorare il prospero terreno e la miniera,
    Così pensò di catturarle nel continente nero
    E il vasto mar solcato fu, dalla Galea Negriera

    Quel Nuovo Mondo or è ricco, naviga nell’oro,
    Ma per l’Afro schiavizzato fu: “CAMPO DI LAVORO”

    Nel tempo in cui in Europa, prosperò la dittatura
    Si radicò ed emerse il culto del Teutonico
    Che considerava le altre razze spazzatura,
    E per eliminarlo si arrivò al conflitto Atomico

    Costoro, per rieducar le Razze al proprio culto,
    Dicendo che il lavoro libera e ci rende uguali,
    Li concentrò in grandi Lager per organizzarli,
    Ma finirono per renderli simili agli animali.

    Molti salirono in cielo come fumo, assieme al coro,
    Di grida e pianto, da quel “CAMPO DI LAVORO”.

    Ancora oggi uomini e donne sfidano la morte in mare
    Per giungere in Europa e per sfuggir a guerra e fame
    Pensando di trovare pace, giustizia o il paradiso,
    Ma spesso cadono preda dello sfruttatore o dell’infame

    Costrette a far le prostitute per il lusso del mafioso,
    Molte donne relegate al marciapiede ogni notte,
    A soddisfar la lussuria del “cristiano” depravato,
    E se non porta al protettor denaro, sono botte.

    Altri, per pochi spiccioli, raccolgon pomodoro,
    E pure tutto questo è chiamato: “CAMPO DI LAVORO”.

    Vitaliano Vagnini

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