Gianpiero Berardi, L’assioma del vuoto – Cosmo-Agonia/ Noi due (I Quaderni del Bardo, 2020)

“Solo il poeta conosce il valore di quello che scrive. Gli altri lo capiranno molto più tardi o forse non lo capiranno mai. Per questo il poeta ha il dovere di essere orgoglioso. Se non lo fosse tradirebbe la propria opera.” Questo scrive Milan Kundera in quella forma poetica di romanzo che è Il libro del riso e dell’oblio. E non è un orgoglio “banale”, precisa. Ma neppure narcisistico, aggiungo. E’ solo la misura di una consapevolezza, dura e niente affatto consolatoria. L’assioma del vuoto è la raccolta di esordio di Gianpiero Berardi. Lo stesso titolo, tutt’alto che nichilista, postula questa umile coscienza. Tant’è che egli definisce i suoi testi come “banali – appunto – giochi di parole”. Ma poi aggiunge che il fulcro di queste poesie “sta nel loro accadimento”. Così l’autore perpetua lo statuto originario e più autentico dello scrivere poesia, che è poiesis, che è “fare dal nulla.” Sono un’enorme siringa/ con le dita a stantuffo/ che se schiocco fanno/ il vuoto eppure non svuoto/ quasi niente meno che mai/ la pioggia delle lacrime mute.

Questa raccolta mi ha sorpreso. Saranno pochi, ma di poeti ne nascono ancora. Tre o quattro ogni cento anni, secondo Alberto Moravia. Nella vita vissuta sono più numerosi di quanto non si pensi. Coincidenti con le loro biografie, prima ancora che con i loro versi. Sarebbe stantio disturbare Giovanni Pascoli. Basta dire, invece, che molto spesso “la vita non basta”. Spesso una vita non basta. Ci viene in soccorso la potenza generativa della parola. Dentro il suo ventre noi (ri) nasciamo. Ma dobbiamo (ri) prenderlo con un lavoro di scavo spietato e senza sconti. Lo riconosce ancora lo stesso autore. “Sono sprofondato, letteralmente. È stata una subsidenza della mia anima, delle mie membra”. Insomma, la scrittura di Berardi è una discesa dagli strati iperborei giù fino al punto pelvico dell’esistenza; un movimento perfettamente fungibile, per doppio contrappunto, con l’altra possibilità di una risalita, o ascesa dai fondali più indicibili fino alle più chiare visioni dell’orizzonte umano. Di quando/ in quando mi salivano/ mute richieste alla coscienza/ che mi lasciavano sabbioso/ come gusci d’automobili se/ dal deserto piove polvere./ Ora ho smesso di domandarmi/ ora posso dire con certezza/ che la buca di terra e di senso/ brigando scavata e faticando/ basta appena a seppellire/ il resto del vuoto che vivendo/ non ho ancora colmato.
Sul piano della prosodia, questa poesia seduce, più che per il verso o la metrica, per la precisione semantica della parola, perfettamente inserita in una sapienziale scansione dei tempi, dei toni e anche dello spazio di scrittura. Questo uso pitagorico della parola, se posso azzardarmi, conferma, esaltandola, la capacità della lingua poetica di proporsi come il più efficace strumento di lettura della nostra ormai formattata realtà quotidiana; il più ricco e fecondo giacimento di mondi vissuti al quale attingere nuovi codici di azione e di vita. Contro l’afasia social e l’autismo sociale la poesia non è solo la cura, il pharmacon, è l’habeas corpus, la nuova costituzione scritta e agita contro la produzione sanitaria dei contemporanei servi benevoli. Non c’è che da ammirare/ la spaccatura del continuo/ l’interruzione del pieno/ del consumo esaurito/ la rivolta del mai esistito/ sulle pagine di storia/ del perduto agli occhi/ del ricacciato nel buio/ dell’esautorato/ dell’estinto non caro/ ma a buon mercato.
Pregevole e nuova è nella poesia di Berardi la sovrapponibilità di due voci o linee distinte: un analitico ed unitario governo del suono e del significato nel tempo e nello spazio del verso; d’altro canto, una vigile e divertita dissonante polifonia. La simultaneità di queste due voci dà alla sua poesia una dignità musicale ed una profondità sapienziale. Al punto che anche quando affiora, come ammette l’autore stesso, il “gioco di parole”, questo ti lascia la suggestione (e la seduzione) di una formula cabalistica, in cui parole, suoni, numeri e note, si succedono, si scompongono e si coagulano secondo una sequenza ed un ordine misterioso. Questo rigore musicale svela una (non ostentata) affiliazione alla vocazione sonora di Giorgio Caproni, come in questa sua poesia che è una minuscola partitura: Ho provato a parlare./ Forse, ignoro la lingua./ Tutte frasi sbagliate./ Le risposte: sassate.
L’assioma del vuoto è questo scavo doloroso e allo stesso tempo leggero fino al punto zero, cercando il fondo, per poi scoprire che non c’è un’origine limitata ma il fulcro di una perenne oscillazione. L’intuizione poetica di Gianpiero Berardi si muove entro questi limiti infiniti, toccando momenti di grande bellezza come è possibile toccare solo poche volte. Corro in auto sulla statale e vedo/ venusiane spume d’onda infrante/che s’offrono e soffrono e s’attristano/ e autotreni con rettangoli a rimorchio/ bianco opachi come grandi pani di burro/ che trabalzano su e giù per le strade/ piene di vuote buche sui manti.
La vita pura è il luogo della felicità e “vivere – ritornando a Kundera – è vedere, udire, toccare, bere, mangiare, (…) immergersi nell’acqua e guardare il cielo, ridere e piangere”. Sì, ridere come abbiamo riso da ragazzi e non ci è più capitato di nuovo. Siamo stati felici perché, come tutti i fanciulli, eravamo senza memoria, dentro la carezza di un oblio effimero. Per questo quella purezza non ci può bastare. Ne sentiamo, allo stesso tempo, la nostalgia e l’intollerabilità. Lungo questo confine, dentro questa oscillazione perpetua sta la poesia. E questa invitta lotta per rendere eterno il nostro effimero passaggio su questa terra. Sì, abbiamo anche riso, ma non ci hanno dimenticato.
L’ho cercato/ nella storia che ammonisce/ nel suo vario riproporsi/ nella mia e tua memoria/ nel nostro farci nostri (…)

*

Predicato verbale

Quando verrà l’ora
dovrò darti in pegno
il predicato del mio corpo
quella che tu chiami anima
affidartela mio buon credente
per le tue preghiere
perché nel regno che fedele attendi
mi si ricongiunga ripulita
quando a morire sarà stato il tempo.
Ma come tu ben sai
noi due su questo punto
non concordiamo mai:
a me solo basterebbe
perché lei torni con te
a conversare e
ridivenga del mio corpo
il predicato verbale
che tu non smetta di ricordare
quel che siamo stati insieme
giacché penso pazzo come sono
io nulla potrei darti mai in pegno
io duna mareggiata
ladrone sbagliato che il celeste regno
non riesce a intendere e volere.

*

L’assioma del vuoto

Ci aggiriamo tra sepolcri protostorici
coronando di noi salienze ai margini
di desistenti doline erbose
fisse nel collasso del vuoto terreno.
Quand’anche fossero
autentici gli sbadigli del pensiero
che riempi di frasi echeggiate
dolore del vero che senza saperlo doni
o non invece strati sedimentati
in millenni tutti uguali;
e fosse genuina speranza dei tanti
non vedersi inghiottiti
dal nulla i figli;
e credessi al balenio notturno degli occhi
che attendono seme sottratto
fiduciosi nel dono incorrotto
ignare vittime incolpevoli
della polluzione pornografica;
e ricucisse un genio buono
brani di petrolio pietrificato per le vie
e schizzando in cielo dalla lampada
distraesse passanti leggendo loro;
e fossero davvero quel che simulano
o che sciocchi credono d’essere
i camuffamenti della disperazione,
nemmeno allora credo
potrei dire d’aver scoperto
nel cavo compreso tra quattro megaliti
non spoglie di antiche sepolture
ma l’apotema dello scabro altopiano
il raggio che fa capo al cerchio semplice
di questo letto sconfinato di pietre
che suole dirsi terra nostra orizzontale.
Ma se invece così fosse
io verrei
verrei correndo verrei
contento con gli occhi
che illuminati ridono e ti direi
che finalmente s’è chiarita
la questione spinosissima
di noi che siamo siffatti.

*

Il resto dell’anima

L’anima per restare
come nei trapianti
ha bisogno
di donatore e ricevente.
Se noi esseri umani
ci estinguessimo
in quest’istante
l’anima dà retta a me
scomparirebbe.
Il nostro lascito più ricco
più promettente
più interessante
numerosi come siamo
tra ruderi e macerie
e scritti incomprensibili
diverrebbe quel che è stato
per dinosauri e mangrovie
e per millenni inattingibile:
il mare nero del petrolio.


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