“[…] La parola è il filo per ricucire un rapporto interrotto che interessa prima di tutto i corpi (piccolo corpo, sei dentro il mio), di cui cogliamo i dettagli per successive inquadrature: la lingua che si stacca dal palato; il ventre steso come panno nel vento; le gambe, atlantine quelle della madre, non ancora cresciute quelle del figlio; la pelle del figlio, cadente, una sola pelle con quella della madre; il viso scuro del figlio e quello tenue della madre; la bocca e la linea della bocca; i tagli delle mani e le mani giunte; e ancora il cordone, la pancia, le cupole del seno, il grembo, l’inguine, il sacro. C’è come un’esplosione dell’anatomia che si tenta di ricomporre: Voglio adottarmi intera / imparare a tremare, / vedermi unita, mai più separata / un pezzo a destra, l’altro, / a sinistra — combattuta / pure di me stessa.
Separarsi dal figlio è come morire (Nella tua lingua muoio, / mi separo) ma è proprio nell’anelito alla dissoluzione si ritrova una possibilità di ricongiungimento: Morire fu questo: / Sbiadirsi i contorni più resistenti; Sono creatura senza pelle; Mi assorbo nelle vesti di madre; Vorrei spogliarmi dell’ultimo velo / e sciogliermi in una bianca parola; Moriremo come uccelli informi; Scompariremo stanchi.
Le poesie di Patrizia Baglione sono brevi, lapidarie, taglienti, chiamano le cose col loro nome, non perdono mai compostezza né potenza immaginativa. Hanno il coraggio di attirare lo sguardo su una realtà che si tende a semplificare in favore di battaglie ideologiche. Vero è che la perdita di un figlio nel grembo, che sia accidentale o frutto di una decisione più o meno sofferta (e la voce che qui parla è riferibile a entrambe), può risultare in un trauma tale da sconvolgere la vita di una donna. Solo chi ha vissuto una simile esperienza sa quanto fosse profondo il legame che è stato spezzato […]”..
________________________________________________________________Dalla postfazione di Francesca Del Moro
Patrizia Baglione, Madre che resta, postfazione di Francesca del Moro, Amazon Italia 2024
*
Ti sognerò figlio mio.
Ben oltre il ponte,
scuro in viso,
attenderai l’abbraccio mio.
Un solo colpo
e poi
sarai di nuovo vento.
Nulla
impedirà all’abisso
di nutrirti dell’ultima parte.
*
Chiedo in modo semplice
di esser figlia fra le rovine,
madre che supplica
l’aria che respira;
attenta alla bocca
intrisa di luna
moltiplicando il verbo
all’infinito.
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Credo alla ragione del pianto
che infiamma occhi e cuore
si allagherà di nuovo il cielo
e la tristezza verrà sottratta.
I morti stanno sopra i vivi.
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