DI UN’ALTRA VOCE SARA’ LA PAURA, Yuleisy Cruz Lezcano. Nota di lettura di Annamaria Ferramosca

Yuleisy Cruz Lezcano
DI UN’ALTRA VOCE SARA’ LA PAURA
prefazione di Ivan Crico
Leonida Edizioni


Nota di lettura di Annamaria Ferramosca


Questa raccolta di poesia, insolita e potente, in cui Yuleisy Lezcano dice tutta la disumanità e il
pianto del mondo, non può che esordire con due significative scene delittuose delle cronaca degli
ultimi anni: lo stupro della donna di 89 anni, perpetrato da un uomo senza fissa dimora a Milano, e
quello della ragazza fatta ubriacare e violentata da 7 esseri abominevoli. Entrambe le scene hanno in
comune l’assurda dimensione dell’efferatezza, che l’autrice rende incisiva in una scrittura che
assume forma e tono di poesia tragica, dove si guarda la vittima perdere ogni connessione con la
propria vitalità. La capacità di immaginare il futuro e vedere la bellezza del “prima” svaniscono, e si
assiste all’inabissarsi nel buio, nell’indifferenza, perfino da parte degli angeli custodi che, se pure
c’erano, hanno preferito – per troppo orrore – voltare oltre lo sguardo.
Credo che l’esperienza di profonda perdita del sé operata dalla stupro sia per la psiche femminile
un baratro destinato a restare incolmabile cui si reagisce, come le scelte di vita e di lavoro
professionale di Yuleisy dimostrano, con un’azione perfettamente contrapposta a quella degli
aggressori, che prende corpo nell’ opera di ricostruzione del vissuto di ogni vittima di violenza e
ingiustizia, attraverso un’ intensa vicinanza affettiva, come di abbraccio sororale o materno. Ma
soprattutto, decidendo di continuare a denunciare con forza incrollabile il volto osceno della colpa,
in modo che il delitto possa essere preso in carico da chi ascolta, per volgersi in “orrore attivo”,
capace di diffondere chiarezza e desiderio di indicare ancora e ancora, la necessità di fermare ogni
azione distruttiva dell’umano contro l’umano.

Labbra rosse colme di parole
maltrattate, pensate nel silenzio
dell’anima che intenta a comprendere
la sordità smarrisce la semantica
del volo, perdendo nella sintassi le piume.

Ed è proprio su questa perdita del volo che si sofferma l’autrice, volo come simbolo della capacità
di espandere il sé nella gioia di vivere, sognare e progettare, una perdita che è la ferita più profonda,
che costringe una vita ad essere non vita, se non si trova poi la forza di reagire. Questa è la spinta
emotiva ed etica potente che porta l’autrice a raccontare con grande coraggio e con crudezza ogni
scena dell’offesa patita, mostrando dolore e ferite, lo squarcio di corpo e psiche, e poi l’insulto
ulteriore, dato dall’indifferenza, sorda ad ogni grido d’aiuto. E il merito di questa parola poetica e
tragica è qui, proprio nell’intento di evidenziare oltre l’atto spregevole, il passaggio psichico
inevitabile verso uno spossessamento del sé, della propria identità, che sarà molto difficile
ricostruire.

Come morta,
cammino, come una borsa
di pesci dal nauseabondo
odore sono marcia con un pallido
viso percorso dai vermi. Appena
si sostiene: il mio scheletro
cerca di dare una forma a sé stesso.

Eppure l’urlo inascoltato che voleva / vivere altrove, senza pensarsi, avrà quasi sempre il
sopravvento, e l’energia vitale sarà capace di raggiungere vette indicibili, ricordando tutta la
pienezza e bellezza della vita pregressa, una vita di donna, che preme per essere rigenerata,
reinventata. E non possiamo non chiederci: ma quale è e come nasce questa violenta pulsione del
maschio violentatore, che magari prima può apparire pure tenero e comprensivo? Dna? Effetto
dell’alcol? Genitori anaffettivi? Violenze subite? La scienza psicoanalitica parla anche di malessere
generazionale, eredità patriarcale, invidia della sfera generatrice, perfino di infelicità da
allontanamento subìto ( mi dicono sorgere oggi, tra i gruppi social, gruppi di auto-aiuto incel, così
chiamati dalle iniziali di celibi involontari, cioè uomini sgraditi alla donne)
Il brutale malversare sarà forse il risultato addizionale di molti tra questi possibili fattori, ma di
certo nello stupratore si nota sempre una colpevole dimenticanza del dolore inflitto alla donna, che
lei potrà forse superare solo se avrà sufficiente forza residua e aiuto solidale, per ricucire un
cammino così tragicamente interrotto.
E pure nella disperazione, Yuleisy continua a indicare a tutte le donne trafitte e smarrite, l’unica
via possibile, quella di voler ad ogni costo sopravvivere, confidando in questa misteriosa istintiva
volontà di ritorno ad un passato di innocenza, nonostante l’abisso attraversato, anche se non se ne
comprende la ragione. Un desiderio di rinascita che esplode nella suggestiva poesia Sensazioni, in
cui sprona la sorella, che ha con lei condiviso una non felice infanzia, a sperare nei voli, inseguire
isogni, a guardare il sole che continua a splendere, simbolo di eterno canto vitale, di amore infinito.
Lo sgurado poetico e disincanatato di Yuleisy si rivolge infine al mondo intero, con l’amara
consapevolezza che l’umanità non riesce più a raccogliere il pianto di infinite innocenti vittime

Terra che assorbe
ogni lotta come uno scudo,
terra dove gli uomini non parlano
più agli altri uomini, terra dove
i bambini piangono in silenzio,
con pianti azzittiti che popolano
l’aria, terra di fantasmi di suoni,
che scrivono «Stop alla morte»,
ma senza voce, non riescono a fermarla

Le vittime sono una moltitudine, e il canto triste di Yuleisy si sofferma sulle due bimbe stuprate di
Caivano, sulla ragazza costretta a vendersi sul marciapiede, sulle tristissime spose bambine… Un
canto che infine non può non invocare la fine di ogni guerra, la salvezza utopica di ogni innocente.
Ed è una parola poetica come questa, intrisa di passione e purezza, che davvero supera la paura,
muove e commuove e forse potrà indicare un altro cammino.

...Non voglio vedere il mondo
nemmeno ascoltarlo
attraverso verità pronunciate
con cattive intenzioni, preferisco
ascoltare delle invenzioni
ideate per lenire il dolore.

Voglio vedere il mondo
attraverso l’amore
tra la rugiada della sera
e la rugiada del mattino.


Annamaria Ferramosca, agosto 2024

***


Accumulo di immagini

A ottantanove anni credeva
di avere perso la paura
delle ombre che si ripetono
ma la notte di Milano traccia un’ombra
incancellabile: due mani stringono
il sogno bianco che resta
sul soffio della luce che basta
a una telecamera dove si accatastano
immagini di fragilità e dolore.

La notizia apre la cronaca
e fa stupore:
un’anziana derubata
e stuprata sotto casa da un uomo
senza fissa dimora, che ha staccato
un corpo dalle parole per farlo cadere
nel sangue di un altro dire.

Non è mai tardi
per subire, corda interminabile
trascinata da buoi, il peso
della coscienza
non promette più ritorno.
Pèrdono peso le lancette, la tenebra galleggia
nell’accomodamento dello sguardo,
già vicino all’ultimo traguardo, ora
si gonfia di nebbia.

Non si trovano concetti
per questa tragedia, le idee
giacciono seminate e le immagini
di migliaia di donne
stuprate
si accumulano
nella memoria.

Cento cani su una gatta

Oggi l’inferno mi restituisce
la sua bestialità: video e fotografia
di una morte che mi ride
di fronte, mentre passo la tangente
dell’incubo, senza ritorno.
Ho urlato «basta» e ancora
urlo «basta», con parole
incomplete. Trascinavo
allora la sofferenza alcolizzata
– da sette corpi sopraffatta –
con pugni e schiaffi incassati
mentre prigioniera li pregavo,
con un lontano tentativo
di lasciarmi volare altrove.

Dalla cronaca: «Falla ubriacare!
Falla ubriacare!» ... Coincide
con il mio frullo infecondo
di ufficio. Un’alzata di polvere
si innalza dal terriccio,
sporca la chiamata del mio ventre,
ferito da sette balestre. E io preda
del cannibalismo, profanata
da quattordici mani, uscite dal luogo
di immagini che si moltiplicano, si deformano,
aggredita da fiordi di sguardi che crescevano
sulle mie ferite, sentivo le mie negazioni
smarrite, violentate a numerose
puntate, a infiniti assedi.

Dalla cresta di onde in punta
di piedi, il mio angelo custode
osservava, malato; e senza intervenire
si è girato dall’altro lato, dove
tutto diviene caleidoscopio di silenzio.
E dentro il silenzio si piegano
i miei polmoni con i rami, e i miei occhi
diventano un bosco senza alberi, le mie carni
lavate dalla vergogna del gabbiano,
mi portano lontano, dove più volte
sono venuta a conversare con l’angelo
dello sguardo perso che ignora
il male senza nome e la mia ombra
di vittima inascoltata.

Ancora stuprata e stuprata, mi tocca fingere
che sia una rosa la mia croce.
Dai giornali, una voce tra tante voci,
qualcuno dice: «Eravamo cento cani
su una gatta». E dalla cronaca l’ultima
coltellata, mi riporta al marcio
pelo che non mi cresce sullo stomaco,
che non si lascia fare i nodi, mentre
la mia gola sanguina e vomita
dentro dolore e tosse.

Vittima di un’atroce predazione,
sono un pesce all’amo.

2 risposte a "DI UN’ALTRA VOCE SARA’ LA PAURA, Yuleisy Cruz Lezcano. Nota di lettura di Annamaria Ferramosca"

  1. Grazie ad Annamaria Ferramosca per questa illuminante e profonda nota di lettura al libro di Yuleisy Cruz Lezcano, Di un’altra voce sarà la paura. Un libro necessario, che coraggiosamente affronta il buio più fitto per donarci poesia, parole di speranza di fronte al dramma della violenza più inaudita sulle donne.

    Piace a 1 persona

Lascia un commento