
Osservare un paesaggio con lo sguardo consigliato da Leonardo nel Trattato della Pittura, affinché “dalle cose confuse l’ingegno si desta a nove invenzioni”, vagabondando tra questi scogli siderali delle isole Eolie, ricchi di scorci e di linee spezzate che in questa modalità si prestano a trasfigurazioni regressive che rimandano al crogiolo dell’era archeozoica.
L’occhio allenato vede le forme prigioniere nel paesaggio, quando il fuoco dei vulcani dominava la terra che nel corso di milioni di anni lentamente comincia a raffreddarsi e queste isole e questi scogli sorgono dalle acque facendo tremare il mare fino all’orizzonte come pensieri non ancora formulati. Allora l’epopea geologica assume l’aspetto di una mitologia sui generis, una voce da un tempo remoto quando gli dei della Grecia non erano ancora nati. Queste figure confuse negli scogli della fantasia assumono forme vagamente umane a volte sembrano sconvolti a volte dolci e gentili, la loro espressione è quella di chi teme la solitudine.
Sono processioni o eserciti, hanno una loro lingua ormai perduta, schiavi in cerca di libertà. Come i prigioni di Michelangelo cercano di fuggire dalla pietra e dallo stato di non finito che li trattiene, uno sforzo immane per raggiungere finalmente la compiutezza.
Si perderanno anche loro in una fase predatoria dove membra megalitiche assaltano e mordono i promontori e le isole, dall’aspetto di donne altere e spettinate, generate dal mare nella notte dei tempi, ed è come se seguissero strani pensieri.
Queste rocce certamente hanno subito qualche maledizione, nelle loro viscere sembrano annidarsi in attesa i Grandi Antichi di Lovecraft. Dallo spazio profondo, al tempo della formazione dei soli e dei pianeti queste rocce cosmiche sono giunte a conficcarsi nei mari. La mitologia arriva solo dopo, quando già gli uomini abitavano il pianeta, allora gli scogli sono i giganti che per aver voluto rovesciare Giove sono puniti nelle viscere della terra diventando vulcani generatori di altri scogli. L’autore vuole percorrere tutti gli anfratti di queste Isole a nuoto per descriverli in una cartografia emozionale e intima:
Imparare a guardare, a riconoscere
Terribile o magnifico il prodigio
In ogni cosa: questo solo il fine
Che al vivere e allo scrivere so dare
Gli scogli sono allora una sorta di pietra filosofale per il loro carattere curativo e per la loro capacità di sollecitare l’oro della conoscenza e la memoria della creazione. Il lettore può guardare queste poesie rocciose e le figure che da essi traspaiono così come Dante nel canto decimo del purgatorio percorrendo la prima cornice contempla i bassorilievi marmorei che con stupore gli apparivano animati e parlanti.

INCONTRO CON GLI SCOGLI
Sembra che da un tempo non misurabile
se ne stiano in esilio questi scogli
in una rada appartata, che gli uomini
ancora non conoscono e che io
solo ho scoperto: li raggiungo a nuoto,
impaziente di ritrovarmi anche oggi
faccia a faccia con loro, di incontrarli;
ed ogni volta è come se mi attendano
da prima ancora che fossero nati
i continenti e i mari, e che gli eserciti
siderali si fossero spartiti
i quadranti del cielo: già loro erano
qui radunati, come rispondendo
a un certo invito, ad un appuntamento
non concordato; hanno una confessione
forse da farmi, hanno un verdetto o un monito
da consegnarmi, una rivelazione
ma che non sono in grado di tradurre
nella mia lingua, e che non riesco a estrarre
dalla perplessità turbata e attonita
dei loro sguardi, dall’interrogante
silenzio con cui sembrano fissarmi –
eppure c’è quasi un’aspra dolcezza
nella compagnia muta degli scogli,
una aristocratica beatitudine,
una pace severa anche se a pochi
ne fanno dono, tanto che fra loro
ho il privilegio di sentirmi accolto
in mezzo a dei fratelli, in una cerchia
di presenze benevole, e partecipe,
per qualche ora, di un sapere sacro,
di un arrcano di cui i puri elementi,
il vento e l’acqua, la luce e la pietra,
gli esclusivi depositari sono.
LE ISOLE HANNO UN VOLTO
Si stenta a crederlo, oggi – ma fu viva
quest’isola: era un gigante collerico
di lava e schiume e infurriava: finché
ai suoi eccessi e alle sue intemperanze
il mare si decise a porre fine
fulminando il suo corpo in questo ammasso
di grotte e faraglioni senza ordine,
per punirlo di un crimine di cui
le onde hanno inghiottito anche il ricordo;
eppure nella parete di pomice
si riconosce anche se a stento un volto
emaciato, bruciato, dalla pelle
irsuta di agavi e di felci incolte,
nella cui fronte arata e nei cui zigomi
grinzosi sopravvive un’epopea
mai raccontata ad uomo prima d’ora –
e fissa il largo quel volto, e ha negli occhi
un’espressione colma non si sa
se di rimprovero o di sfida, accesa
da un indomito lampo e dall’orgoglio
dei condannati, di chi non ammetta
un armistizio, e mediti di insorgere
e di mandare con il proprio grido
in pezzi lo speecchio del firmamentto.
L’ETA’ DEL FERRO
La falesia, nelle tumefazioni
e nelle fenditure che la screpolano
e in ognuno dei suoi scogli feriti,
ricorda eccidi, corpi di giganti
massacrati, rappresi in un viluppo
di dorsi zampe zanne, riaffioranti
dalla pietra e a fatica distinguibili,
mostruose impronte, membra megalitiche
su cui fu fatto scempio, resti d’ossa
di mastodonte ossidate dalle alghe
e secche al sole, schegge degli scheletri
dei cetacei preistorici, di squali
che affondarono il morso nella schiena
di un promontorio e molari di schiuma
conficcati nel tufo vi lasciarono –
costole colli scapole sepolti
da muschio e sale, palpebre del mare
che calarono il sonno sull’infanzia
del pianeta e sull’ostilità cieca
tra gli elementi, gli uni contro gli altri
ad accanirsi, in una bramosia
di annientamento: perduta epopea
che la sua fioca, terribile eco
nella nenia dell’onda ancora perpetra.
FINE ULTIMO
Dalla laguna, sdraiato sull’acqua,
scruto il vulcano, il suo volto superbo
e crucciato, come di un re sul punto
di mandare al patibolo un suo suddito.
Verso la sommità il verde dirada
In ciuffi sempre più sbiaditi e magri,
pallidi nella luce straripante:
vegetazione oltretombale, piante
che crescono nell’aldilà, sterpaglia
color cenere, alberi di vetro
dai corpi che la calura accartoccia,
che l’aria troppo satura di sale
raggrinzisce, prosciuga, fa rachitici;
lo sguardo mendica le altezze e scala
il dorso immane del mostro dormiente
fino alla cresta, brulla come d’ossa,
solcata dall’artiglio dei calanchi,
scanalature che spaccano i massi
dove l’erba non osa inerpicarsi
e dove le nuvole di passaggio
compongono geroglifici d’ombre.
Imparare a guardare, a riconoscere
Terribile o magnifico il prodigio
In ogni cosa: questo solo il fine
Che al vivere e allo scrivere so dare.
Isola di Vulcano , luglio 2024