AT THE RIVER
One night that summer my mother decided it was time to tell me about
what she referred to as pleasure, though you could see she felt
some sort of unease about this ceremony, which she tried to cover up
by first taking my hand, as though somebody in the family had just died—
she went on holding my hand as she made her speech
which was more like a speech about mechanical engineering
than a conversation about pleasure. In her other hand
she had a book from which, apparently, she’d taken the main facts.
She did the same thing with the others, my two brothers and sister,
and the book was always the same book, dark blue,
though we each got our own copy.
There was a line drawing on the cover
showing a man and woman holding hands
but standing fairly far apart, like people on two sides of a dirt road.
Obviously, she and my father did not have a language for what they did
which, from what I could judge, wasn’t pleasure.
At the same time, whatever holds human beings together
could hardly resemble those cool black-and-white diagrams, which suggested,
among other things, that you could only achieve pleasure
with a person of the opposite sex,
so you didn’t get two sockets, say, and no plug.
School wasn’t in session.
I went back to my room and shut the door
and my mother went into the kitchen
where my father was pouring glasses of wine for himself and his invisible guest
who—surprise—doesn’t appear.
No, it’s just my father and his friend the Holy Ghost
partying the night away until the bottle runs out,
after which my father continues sitting at the table
with an open book in front of him.
Tactfully, so as not to embarrass the Spirit,
my father handled all the glasses,
first his own, then the other, back and forth like every other night.
By then, I was out of the house.
It was summer; my friends used to meet at the river.
The whole thing seemed a grave embarrassment
although the truth was that, except for the boys, maybe we didn’t understand
mechanics.
The boys had the key right in front of them, in their hands if they wanted,
and many of them said they’d already used it,
though once one boy said this, the others said it too,
and of course people had older brothers and sisters.
We sat at the edge of the river discussing parents in general
and sex in particular. And a lot of information got shared,
and of course the subject was unfailingly interesting.
I showed people my book, _Ideal Marriage—_we all had a good laugh over it.
One night a boy brought a bottle of wine and we passed it around for a while.
More and more that summer we understood
that something was going to happen to us
that would change us.
And the group, all of us who used to meet this way,
the group would shatter, like a shell that falls away
so the bird can emerge.
Only of course it would be two birds emerging, pairs of birds.
We sat in the reeds at the edge of the river
throwing small stones. When the stones hit,
you could see the stars multiply for a second, little explosions of light
flashing and going out. There was a boy I was beginning to like,
not to speak to but to watch.
I liked to sit behind him to study the back of his neck.
And after a while we’d all get up together and walk back through the dark
to the village. Above the field, the sky was clear,
stars everywhere, like in the river, though these were the real stars,
even the dead ones were real.
But the ones in the river—
they were like having some idea that explodes suddenly into a thousand ideas,
not real, maybe, but somehow more lifelike.
When I got home, my mother was asleep, my father was still at the table,
reading his book. And I said, Did your friend go away?
And he looked at me intently for a while,
then he said, Your mother and I used to drink a glass of wine together
after dinner.
*
AL FIUME
Quell’estate mia madre decise una sera che era ora di parlarmi
di ciò che chiamava piacere, anche se si capiva che provava
una sorta di disagio per questo discorso, che cercò di nascondere
prendendomi per prima cosa la mano, come se qualcuno della famiglia fosse appena morto –
e continuò a tenermi la mano mentre faceva il suo discorso
che era più simile a una dissertazione di ingegneria meccanica
che non a una conversazione sul piacere. Nell’altra mano
teneva un libro da cui aveva evidentemente tratto i fatti principali.
Fece la stessa cosa con gli altri, i miei due fratelli e mia sorella,
e il libro era sempre lo stesso, blu scuro,
sebbene ognuno di noi abbia ricevuto una sua copia.
Sulla copertina c’era un disegno a tratteggio
che mostrava un uomo e una donna che si tenevano per mano
ma stavano piuttosto distanti, come persone ai due lati di una strada sterrata.
Ovviamente, lei e mio padre non avevano una parola per quello che facevano.
che, per quanto potevo intuire, non era piacere.
D’altra parte, qualunque cosa tenga uniti gli esseri umani
difficilmente somigliava a quei freddi diagrammi in bianco e nero, che suggerivano,
tra le altre cose, che il piacere si potesse ottenere
solo con una persona dell’altro sesso
cioè non ci potevano essere due prese, per dire, e nessuna spina.
La scuola era finita.
Tornai in camera mia e chiusi la porta,
e mia madre andò in cucina,
dove mio padre stava versando bicchieri di vino per sé e per il suo ospite invisibile
che — sorpresa — non compariva mai.
No, c’era solo mio padre e il suo amico, lo Spirito Santo,
che festeggiava tutta la notte finché la bottiglia non finiva,
dopodiché mio padre restava seduto a tavola,
con un libro aperto davanti a sé. .
Con discrezione, per non mettere in imbarazzo lo Spirito,
mio padre si occupava lui di tutti i bicchieri:
prima il suo, poi l’altro, e così via, tutte le sere.
A quel punto ero già uscita di casa.
Era estate; i miei amici si ritrovavano al fiume.
Tutta quella faccenda mi sembrava terribilmente imbarazzante,
anche se la verità era, a eccezione dei ragazzi, noi forse
non capivamo la meccanica.
I ragazzi avevano la chiave proprio lì davanti, nelle mani, se volevano usarla,
e molti dicevano di averlo già fatto.
anche se una volta che uno lo diceva, lo dicevano tutti,
e naturalmente c’erano i fratelli e le sorelle maggiori.
Ci sedevamo sulla riva del fiume a parlare dei genitori in generale
e del sesso in particolare. E condividevamo molte informazioni,
e ovviamente l’argomento era terribilmente interessante.
Mostrai agli altri il mio libro, Il matrimonio ideale, e ci facemmo una bella risata.
Una sera un ragazzo portò una bottiglia di vino e ce la passammo un po’.
Quell’estate capivamo sempre più chiaramente
che stava per succederci qualcosa
che ci avrebbe cambiati.
E il gruppo, tutti noi che ci incontravamo in quel modo,
si sarebbe spezzato, come un guscio che si rompe
perché l’uccello possa uscire.
Solo che, naturalmente, sarebbero usciti due uccelli, coppie di uccelli.
Ci sedevamo tra le canne sulla riva del fiume
lanciando piccoli sassi. Quando colpivano l’acqua,
si vedevano le stelle moltiplicarsi per un istante, piccole esplosioni di luce
che lampeggiavano e poi svanivano. C’era un ragazzo che cominciava a piacermi,
non per parlarci, ma da guardare.
Mi piaceva sedermi dietro di lui e studiare la sua nuca.
Dopo un po’ ci alzavamo tutti insieme e nel buio facevamo ritorno
al paese. Sopra i campi, il cielo era limpido,
stelle ovunque, come nel fiume, e se queste erano stelle vere,
anche quelle morte erano vere.
Ma quelle nel fiume…
erano come un’idea che esplode all’improvviso in mille idee,
forse non reali, ma in qualche modo più vive.
Quando arrivai a casa, mia madre dormiva, mio padre era ancora seduto a tavola,
a leggere il suo libro. Gli dissi: Il tuo amico è andato via?
Mi guardò intensamente per un momento,
poi disse: Un tempo io e tua madre bevevamo un bicchiere di vino insieme,
dopo cena.
(Trad: L.Z.)
*
In questa poesia, apparsa nel numero del 12 gennaio 2009 del New Yorker, Louise Glück racconta con lucidità e tenerezza il passaggio dall’infanzia all’adolescenza: un momento di trasformazione segnato dalla scoperta del desiderio, della sessualità, del corpo, e della distanza emotiva tra genitori e figli.
Intrecciando pudore familiare e tensioni tra ciò che viene detto e ciò che resta implicito, il “piacere” evocato nel libro della madre diventa il centro di un discorso goffo e imbarazzato, che rivela più silenzi che certezze.
La scena domestica si contrappone a momenti di apertura e intimità collettiva tra adolescenti, lungo la libertà del fiume, dove l’io poetico e i suoi coetanei esplorano insieme desideri confusi e conoscenze acerbe. Il fiume, le stelle riflesse, i sassi nell’acqua diventano immagini di un’identità che si forma, si duplica, si frammenta come la luce, in quell’estate che segna la trasformazione e la separazione.
Con uno stile sobrio e narrativo, la Glück cattura il momento esatto in cui l’innocenza si incrina, e qualcosa di nuovo, fragile, incerto, vitale, inizia a emergere.
Immagine: Claude Monet: Morning on the Seine near Giverny – 1897
(https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Morning_on_the_Seine_near_Giverny_MET_DT1903.jpg)

Fascinating poems!
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So glad you enjoyed this poem!
Thanks a lot, dear Dawn
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Una chiusa inaspettata che lascia attoniti. Molto bella, grazie.
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Grazie, Abele, per aver condiviso il tuo pensiero!
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oooooh, quale migliore occasione per tornare sulla vexata quaestio di poesia vs prosa di questo scritto della Gluck? ohibò, intanto ho già superato almeno in lunghezza tutti i commenti precedenti (traguardo minimo, ma è già qualcosa no?)
: )))))))
ma bando alle ciance, veniamo al dunque. inizierei a domandandomi cosa sia una prosa (il racconto) e cosa sia una lirica (la poesia). in primis, arrischiando un audace parallelo, potremmo dire che il racconto (anche in senso grammaticale) è “maschile” mentre la poesia (anche in senso grammaticale) è “femminile” (e sottolineo *anche* perché forse il paragone è calzante *anche* per molte altre cose).
com’è evidente, nella storia della letteratura, nel corso dei secoli, la differenza tra prosa e poesia è andata smarrendosi (come pure è andata smarrendosi una rigida classificazione dell’identità sessuale nella società umana) e che tale fatto non è ovviamente un male in quanto consente all’artista maggiore libertà di forma e di espressione.
spesso mi è capitato di commentare una poesia definendola “prosa acapata” senza alcun intento denigratorio, per sottolineare il venir meno di rigide distinzioni… anche se, confesso, continuo a credere che alla poesia sia richiesta una qualche musicalità (che la prosa può anche permettersi di non possedere).
ora, quello qui proposto della Gluck potremmo definirlo in prima istanza poema in prosa: non c’è né metrica regolare né tantomeno rima e racconta una storia (sequenza temporale, personaggi ect), ma nel contempo dedica una cura particolare all’intensità emotiva, alle immagini simboliche/metaforiche (su tutte, il disegno freddo-meccanico “a tratteggio”, il camminare *in coppia* ma sui lati opposti di una sterrata, la “nuca” dei ragazzi, gli “uccelli”, e, soprattutto, lo Spirito Santo “ospite invisibile” che trasmette solitudine e evasione – l’alcool – sotto la maschera del rituale), nonché a sviluppi lirici (i riflessi delle stelle nel fiume “piccole esplosioni di luce / che lampeggiavano e poi svanivano“, non reali, ma più vive).
tornando per un attimo al pretestuoso dualismo racconto/poesia, maschile/femminile, la fluidità dello scritto del Gluck pare esserne calzante sconfessione (linearità, struttura, consequenzialità, logica della trama con inizio-sviluppo-fine, cronaca/narrazione pubblica è racconto “maschile”, ma nel contempo interiorità, emozione/sensibilità, intuizione, fragilità dell’io inteso come relazionarsi di un’intimità privata è poesia “femminile”. nel complesso, in questo scritto ritroviamo utilizzata la grammatica del racconto per esprimere contenuti lirici nel solco di uno smantellamento dei generi intesi rigidamente (le forme ibride come strumenti di maggiore libertà per l’artista). in parallelo la società del capitale post-moderno (con chiare finalità malthusiane) “riscopre” (perché mica è una gran novità, basti pensare agli antichi greci e romani) la fluidità dell’identità di genere in ambito sessuale. cosa molto bella, anche se mi viene da chiosare che la mia “libertà” finisce dove inizia la tua (e viceversa) e che “due prese, per dire, e nessuna spina”, in *genere* non procreano (cosa che ben si sposa con l’individualismo narcisista post-moderno ma assai meno con il compiuto realizzarsi dell’essere umano in “mamma” e “papà” più che in “genitore uno e genitore due”).
tralasciamo tale rivolo in parte divergente di riflessione per tornare allo specifico di racconto e poesia. il *racconto* è il nucleo fondante della riformulazione/traduzione della realtà nel cervello umano (Vonnegut scrisse, con la sua solita ficcante e illuminante ironia, che nelle letteratura ci sono tre cose fondamentali: le storie, le storie, le storie) e ciò rende il racconto la forma di comunicazione più *sincera* (occhio a questa parola, per me è molto centrata) mentre la poesia può prenderci la mano, portarci a giocare con parole metamorfiche come le rocce, a *nascondere* la sostanza nella forma… mi è capitato di chiedere a persone che si atteggiavano a Poeti (e magari lo erano pure, non discuto) di scrivere un racconto perché nel racconto avrei potuto “pesare” in modo più verace la loro umanità (tipo un “getta la maschera, amico”). insomma, la domanda che mi pongo è: perché sentiamo il bisogno di nobilitare uno stile “sobrio e narrativo” etichettandolo come “poesia”? mutatis mutandis, perché tendiamo d’istinto a sottovalutare la prosa? questa idea che la poesia debba essere considerata il “livello più alto” di espressione della parola scritta, mentre la prosa prenda corpo “più in basso” non la condivido.
sarà che essendo nano, il mio campo visivo limitato vede meglio in basso, onde per cui mi son precluse / l’alte vette del poetare?
: )))
sì, insomma, perché ci adoperiamo per dimostrare/attestare la poeticità del testo della Gluck, attribuendo implicitamente al termine “poesia” una sorta di sigillo di qualità?
noi esseri umani “pensiamo per storie”, il racconto è lo strumento con cui diamo senso al caos dell’esperienza e alla nostra esistenza. voglio dire, il racconto non solo non è inferiore, ma è il nucleo polposo del pensiero (o in alternativa, per i religiosi, è l’anima della comunicazione essendo la struttura portante della coscienza). la poesia *incarnerebbe* una sorta di sublimazione formale di tale struttura (metrica, musicalità, un tempo “rima” etc)… ma quando metrica e compagnia bella (per fortuna) vanno a farsi benedire, cosa accade? accade che la poesia torna all’ovile, tuffandosi nel nucleo polposo del pensiero (id est, torna a prediligere la sostanza sulla forma). il fatto che una poesia possa essere *semplicemente* racconto non la svilisce per nulla (anzi!) e qui potrei aprire una lunga dissertazione che partendo dalla complessità arriva all’arte lungo la via della semplicità e non della semplificazione…
quindi, non tanto la poesia, quanto piuttosto la narcisistica e autocratica (autoreferenziale) Poesia (quella con la P maiuscola), è il regno dell’ego che spesso combatte contro il resto del mondo con suo arsenale di artifizi (artefazioni?), figure retoriche, astrusità, ricercatezza ed elitismo… è un “nascondiglio” che può arrivare a mascherare (o addirittura rimpiazzare) l’assenza di un contenuto autentico e sostanziale dietro un paravento di bellezza formale. la poesia (quella con la p minuscola), per contro, pascola gli stessi prati erbosi del racconto: fa *accadere* qualcosa, si rivolge al mondo, distilla pensieri che si sviluppano lungo un sentiero di interazione e condivisione (non di ripiegamento).
in conclusione, l’arte e la qualità non risiedono nel genere (poesia o prosa/racconto), ma nell’uso più umanamente funzionale del linguaggio per veicolare un messaggio, in modo indipendente dalla forma (beninteso, anche la “forma” può diventare messaggio, ma allora, per definizione, rinuncia ad essere mera forma per “sporcarsi” di sostanza e anche in tal caso sarà una copia più o meno brutta dell’originale restando meno articolata/pregnante, ovvero secondaria e comunque funzionale alla sostanza). quando l’autore si pone di fronte alla pagina per comunicare qualcosa al resto del mondo, la poesia è una forma di racconto e cerca una relazione amorosa con il lettore. quanto l’autore si pone di fronte alla pagina per specchiarsi di belle parole, la Poesia è una forma pura di autoerotismo.
in altre parole la poesia è un’alchimia tanto potente quanto pericolosa. può *esplodere* il pensiero (in senso buono) generando un big bang di messaggi e di emozioni (come amo dire, “distilla le parole e amplifica il pensiero”) e può per contro *esplodere* il pensiero (in senso negativo) radendo al suolo il messaggio per giocare al solipsismo emotivo come il test di Rorschach, cosa che personalmente non m’attrae e non mi stimola. resto dell’idea che il mondo sia già fin troppo pieno di prose e di poesie e se l’autore non ha nulla da comunicare, beh, che taccia e “apra la bocca” quando sentirà di avere qualcosa di importante da dire… buon dio, cerchiamo di non cadere in confusione tra l’ambiguità, che è ricchezza, e l’arbitraria inconsistenza (che è vuoto)! prendiamo ad esempio la “poesia kitchen” in cui pseudo-poeti assemblano frammenti di frasi a caso (comunicando, a loro avviso, il *vuoto* “ontologico” della società in chiave post-modernista): un harakiri di rinuncia che “uccide” il nucleo polposo dell’arte letteraria e si auto-lobotomizza mediante un’estetica della superficie, del frammento fine a sé stesso… in pratica, invece di lottare contro il nemico (l’afasia della società post-moderna) ci si allea con esso… da medico, consentitemi un paragone clinico: è come dire “la società è malata!” e poi contagiarsi volutamente invece di cercare una cura per la malattia.
ahinoi, viviamo in una bolla solipsistica che induce alla produzione compulsiva di contenuti (foto, frasi, poesie), una caotica cacofonia da centro commerciale che ci ha fatto dimenticare quanto siano preziosi il silenzio, la pazienza, l’attesa come parti integranti del processo creativo… scrivere è diventato un atto consumistico, nel senso che come acquistiamo cose che non sono importanti bisogno così scriviamo senza avere cose importanti da dire (eh, basterebbe la verità di un attimo, ma autentica… il vero verace di cui scrivevo sotto l’articolo di Pinter). insomma preferisco di gran lunga chi tace in attesa della parola verace a chi scrive per “rompere il silenzio”.
: )
e torniamo allo scritto della Gluck, che ha innescato i miei deliri. non si tratta di un racconto “nobilitato” trasformato in poesia. la Gluck scrive un racconto per *raccontare* una verità umana più profonda mediante un classico “racconto di formazione” (passaggio dall’infanzia all’adolescenza). una prosa sincera, dove la “poesia” prende corpo come *proprietà emergente* della materia letteraria (non la precede e non la segue, è un tutt’uno) *mentre* la Gluck riflette sul fatto che l’esperienza vissuta (il riflesso) sia più vivida della verità astratta (la stella lontana). mi arrischio a chiosare che qualunque racconto profondamente vero, proprio perché così pregno e concentrato di umanità, diventa inevitabilmente anche poesia. è il coraggio di uscire dalla “torre eburnea”, di sporcarsi le mani di vita e di narrazione, di tornare alle gente tornando ad essere strumento potente per indagare l’umano. né la poesia assoluta né il racconto assoluto esistono in natura: la realtà, come ripeto spesso, è fatta di infinite sfumature di grigio (o meglio, di materie grigie).
alla luce di quanto detto fin qui, lo scritto della Gluck è un eccellente antidoto al vuoto ontologico della “poesia kitchen”: non si gioca al test di Rorschach (la tragedia silenziosa dei genitori, l’ipocrisia dell’educazione sessuale/sentimentale e il ribollire dell’adolescenza sono comunicati con la forza di Schiele o di Bacon), si combatte l’afasia (non ci si arrende al non-detto o all’inesprimibile, lo si affronta a “muso duro”, si cerca di dare un senso a ciò che “un senso non ce l’ha” per dirla col cantautore di Zocca, eh), si caccia il dito nella ferita del nucleo polposo della vita (la verità non si scopre tra le pagine di un libro… a meno che quel libro non sia la nostra vita o “tutti i racconti” di nonno Franz).
: ))
e questo è quanto. sperando di non essere risultato né saccente né noioso.
un abbraccio di cuore dal nano a Luisa Zambrotta, che ha acceso il mio sproloquio, e a tutta la (silenziosissima) comunità neobara.
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Grazie di cuore per avermi fatto l’onore di condividere le tue considerazioni, sottili ed erudite
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