
L’essenza del suono ne L’infanzia stipendiata di Sacha Piersanti
di Iolanda La Carrubba
C’è un affresco nei versi complici di antichi accadimenti in questo poema di Sacha Piersanti ed è composto da quei scorci di una Roma ormai svanita. Fatti dei giorni di ieri dove è la storia che straborda tra le via della memoria, si fa canto poi leggenda e ritorna frammentata, si dipana tra le arterie di una Roma bombardata e poi torna calda e forte tra vicende giornaliere. Non è fatto principale ascoltare la sua voce ma lo è ricostruire il suo semplice disastro di fatiche feste e sagre che negli occhi son racchiuse, mentre la bocca si prepara a tramandare ciò che dice e lo fa con qualcuno che è disposto ad ascoltare a rivivere come sue le vicende ormai sparite.
La voce elegantemente empatica di Sacha è in prestito, si fa medium per A, una donna nata nel 1930 che sin da bambina appunto, inizia a lavorare come sarta. Piersanti non si limita alla rievocazione, ma agisce come un tecnico della parola che organizza la memoria di una Roma pre e post-bellica, facendo di questa opera anche un’operazione di archeologia sonora e sociale.
La poesia qui, come in tutta la ricerca di Sacha Piersanti, affonda le radici in quella classica e sottraendosi ad ogni rigidità accademia, accoglie passaggi sperimentali restituendo al lettore la complessità catartica degli avvenimenti.
L’autore trasforma la testimonianza orale in un dispositivo letterario complesso che si colloca in un solco che unisce la lirica alla ricerca contemporanea. La sua capacità di inserire palindromi e strutture geometriche nei versi, riflette una visione della poesia come architettura che diventa strumento per restituire dignità storica a un’infanzia precocemente inserita nel “lavoro stipendiato”.
Qui c’è la storia della mappa di una Roma sparita, popolata da figure che non sono ombre ma energia vitale. Sfilano i volti tra le vertiginose accortezze metriche che riconsegnano vita ai vuoti lasciati dai personaggi di ieri, oggi divenuti Genius Loci. C’è er Sor Peppe, Lo Strillone, Margherita, Jhonny, Toby, Phill, la sorella, La Sora Marina e via via una sequela di persone che si presentano in scena ognuna nel proprio ruolo, ognuna in piena attività e la protagonista li incrocia in una dimensione mitica e popolare.
Di rado c’è sonno o stasi e quando accade si presenta un altro aspetto fondamentale quello dell’importanza della parola. Sì perché quando giunge l’ora del riposo con essa arriva anche quella del racconto che tramanda ninne nanne, filastrocche, l’oralità dé ‘na Roma custodita nella voce che di lei Dice.
Adesso Tutto è predisposto ai fatti, ogni cosa Ricucita all’essenza del suono che s’appresta roboante a presentarsi sulla carta. L’opera è pregna di stimoli uditivi: ci sono i cingolati, le grida festose per la fine della guerra, i suoni di una città che si rimette in piedi, saracinesche, carrelli sui sampietrini, i canti che provengono dagli appartamenti di rimpetto, le risa dei bambini, il Tutto fluidamente nostalgico, vivido a tal punto che si riesce a percepire anche l’odore del castagnaccio appena sfornato, delle caldarroste e di tanto in tanto si sente A che si affida alla saggezza popolana e irrompe ferma e fiera:
“ché ‘ste sere, nì, la guera/ce pareva ‘n’avventura.”
Ecco dunque il fulcro della storia gira intorno alla guerra, quella lì fuori tra le urla e quella intima celata tra le faccende di casa per la sopravvivenza di ogni giorno. Queste giornate diventano anche veicolo di quanto avvenne in quei tempi dove appaiono altri volti più noti rispetto ai personaggi precedenti. C’è “La vecchia che cantò / le ninne nanne a Cesare, / che regalo la sciarpa / al piccolo Nerone, / che fece pane e burro /a Stalin, a Mandela/ che raccolse su da terra,/che disinfettò i ginocchi / di Pericle o Karl Marx.” Per poi più avanti incontrare, tra gli anfratti dell’orrore, Hitler e il Duce e tanta fame.
Il poema è ben delineato dalla suddivisione in sezioni/capitoli dove compaiono in esergo: René Char, Il dovere. Aldo Busi, Guancia di Tulipano. Giovanni Pascoli, Canti di Castelvecchio. Milva, Nessuno di voi. Giovanni, Apocalisse, 22,12. Stendhal, Il rosso e il nero. Renato Rascel, É arrivata la bufera. Amedeo Minghi, 1950. Guido Cavalcanti, Rime XVIII. Anna Angelici. Francesco Petrarca, Canzoniere, XXIII, 4. Geremia, 6, 10-11. Nilla Pizzi, Grazie dei fior. Giuseppe Ungaretti, Il taccuino vecchio. L’opera di Sacha Piersanti si distingue per una struttura sapiente e stratificata, dove ogni introduzione composta da specifiche citazioni, diventa una bussola tematica e ritmica.
La selezione degli autori citati riflette la natura ibrida del poema: un dialogo costante tra la memoria individuale di A e la memoria collettiva del Novecento che diventa nuovo millennio, nuovo bug di sistema. Questi riferimenti non sono semplici ornamenti, ma rappresentano il perimetro intellettuale entro cui Piersanti muove la sua ricerca, unendo la letteratura alta, la tradizione popolare e la canzone d’autore.
Ma c’è ancora un’altra figura che si manifesta agendo come coprotagonista mentre attraversa i capitoli durante il susseguirsi degli eventi ed è la Dama di nero velluto che propaga favella dei popoli, la Morte. Nel suo sottrarsi è onnipresente compare a filo di verso per poi ridimensionarsi a sogno e funge da contrappunto ritmico. Determina il Tempo circolare in tutta l’opera, come il nome della protagonista, un palindromo che permette al passato di riaffiorare costantemente nel presente.
È agile la sua figura spettrale che si accomoda ovunque senza chiedere permesso poiché sa che c’è chi l’attende. Tende l’orecchio all’ascolto di chi la vuole congedare almeno per un altro po’.
In questo presenza/assenza, la Morte perde la sua carica terrorifica per assumere una funzione rigeneratrice. È la forza che, sottraendo, conferisce valore e sostanza a ciò che resta, suggerendo una vicinanza costante tra la parola viva e il silenzio definitivo. Dunque diventa il catalizzatore che permette alla cronaca di farsi leggenda e alla voce di A di diventare eterna come la sua città.
L’infanzia stipendiata di Sacha Piersanti è un viaggio straordinario in un documentario in versi che dimostra una rara capacità di annullamento del sé per dare spazio all’Altro. La voce del poeta non sovrasta il racconto ma presta la propria sensibile eleganza espressiva per nobilitare un’oralità popolare che altrimenti resterebbe muta, trasformando così la testimonianza biografica in un canto collettivo.
Il fulcro del pensiero di Piersanti è racchiuso nel concetto di “potatura”. Come espresso in questi versi dove la morte è la condizione necessaria per la vita:
Il nome
I
Solo lei, però, la terza
in ordine di età,
al più grande (morto prima)
dalla più piccola (a metà),
ha il nome sempre uguale
a se stesso se stravolgi
la direzione delle cose:
“Come ossesso
come osso
è come otto
e come ingegni!”
le dico spiego insegno
senza usare tecnicismi
che ostentano ma muti -
“A nì, lo so, ho capito”
risponde e segna a dito
una linea in mezzo all’aria
che scorre avanti e indietro…
II
Foss’anche lei com’è lui solo,
il suo nome che finisce
e poi riinizia sempre,
foss’anche lei com’è lui solo,
incastra nell’eterno -
“A nì, ma lascia perde!
Ricòrdate la linea:
chi non mòre manco vive,
ché senza potatura
non ce sarebbero l’olive!”