Dalla postfazione di Lorenzo Spurio:
[…] Un caleidoscopio di lingue e di esperienze personali quelle cheStefanoni raccoglie con la sua opera critica che ci permette di allargare i confini rispetto alla semplice partizione tra poesia in lingua italiana e dialettale e che chiama in causa motivi storico-geografici-geopolitici e sociali per studiare i casi, le situazioni e le difficoltà delle varie minoranze linguistiche che, pur con difficoltà e grazie all’impegno di persone come gli autori citati, vengono non solo conservate ma promosse col fine di trasmetterne la tradizione alla posterità. (Lorenzo Spurio)
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Introduzione dell’autore:
Raccolgo in queste pagine una serie di interventi critici, di note a percorsi, figure, opere poetiche in dialetto e lingue minoritarie che ho avuto occasione di scrivere per lo più dalla primavera del 2021. L’occasione, perché d’occasione davvero si tratta, è nata col desiderio di conoscere la produzione in dialetto della Val Camonica in Lombardia, la terra di mio padre, e dunque nell’approfondimento un tentativo anche di riacquistarmi in qualche modo a lui in quella lingua di cui so intendere nel ricordo solo la tenerezza di qualche parola. Così l’affondo nel mondo con tanta sapienza e ardore riportato da Dino Marino Tognali da Vione, irto di fatica e di passione del vivere e per questo di amore, mi ha spinto ad allargare il cerchio della frequentazione in me già presente con la poesia in dialetto (avendola in precedenza analizzata a più riprese) riportandomi sull’onda delle direttrici in me ormai aperte nel quadro più autentico, regione per regione, di un dettato nel nostro paese vivissimo. Ho allora reiniziato da quegli autori presenti tra i miei scaffali per affinità a me vicini e cari nell’incisione di una parola ora nella sacralità dei suoi richiami (Marin, Pierro, seppure qui non presenti) ora nell’interrogazione civile del presente (Bertolani) ora nel guado (l’amato Pedrelli, Pittana, l’istrorovignese Zanini). Il tutto nel segno di una rappresentazione che andava via via rafforzandomi nella convinzione, anche per autori a noi più vicini se non coevi, di un dettato altamente incisivo nell’espressione di un contemporaneo non più nella interrogazione di sé ma nel naufragio della perdita cui di contro la stessa poesia in lingua sembra, adesso alla prova del millennio, non volgere più lo sguardo nell’insufficienza delle sue autarchie. Una pluralità di voci per accenti, toni, varietà di accezioni dalla poesia in patois di Marco Gal al sardo-corso di Giuseppe Tirotto passando per la dolenza in campano di Achille Serrao e l’urbinate della brava Maria Lenti a levarsi in un teatro di reminiscenze, rimostranze, strattonati richiami nell’imbuto di uno spazio chiamato a distendersi dalle nebbie di uno scontro, quello di una vita ancora libera- e vera- nelle sue appassionate espressioni ed una oscurità che piuttosto proprio nella strozzatura della parola- e della memoria- mostra il suo volto ringhioso. Diverso, seppure in parte e a seconda di quali e ovviamente degli autori, richiede piuttosto nei distinguo il discorso relativo alle lingue minoritarie. Espressione e veicolo di culture che proprio nella parola han saputo mantenersi in vita nella forma anche metapoetica della propria narrazione nel riferimento ai luoghi, alle figure e alle mitologie d’origine (vedi tra le altre la poesia in arberëshe di Schirò di Maggio o in croato molisano di Gliosca) o inversamente, come nei casi nel catalano d’Alghero di Canu e nel ladino della Val Badia della Dapunt, dove il legame della parola sa fare aderire per singolarità e personalità del canto i più stretti interrogativi del presente ai propri lontani e corali ma anche individuali, motivi.
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pag 38
Angelo Michele Pittana
e l’ardore delle sue fiamme
Su Chês flamis
(Edizioni Casagrande, Bellinzona, 1988)
(Friuli Venezia- Giulia)
La raccolta Chês flamis, (Queste fiamme), appartiene in ordine cronologico alla produzione centrale dell’opera poetica di Angelo Michele Pittana, figura di rilievo della cultura ladina del Friuli, spesasi nella sua attività di autore a tutto tondo anche in prosa e nelle vesti di saggista e traduttore per la valorizzazione della sua lingua madre, quel ladino di cui (nativo di Sedegliano) fu decano dell’Union dai scritôrs Furlans e di cui, vivendo e lavorando in Svizzera come ingegnere civile per il servizio cantonale ticinese, ebbe cura di seguire i contatti coi ladini dei grigioni. Nella raffinata edizione per la Casagrande di Bellinzona, questo libello composto di quattordici testi è accompagnato oltre alla versione in lingua italiana di Grytzko Mascioni (altro intellettuale di valore a cavallo di più culture) anche da quella in inglese di Douglas B.Gregor. Scomparso nel duemilacinque, uomo attento dal suo punto d’osservazione privilegiato a quell’Europa delle minoranze, degli autonomismi e dei popoli il cui dibattito si è poi di fatto più acceso in questi ultimi anni, rivela in questi versi un’attenzione alla terra che se come ben sottolineato dallo stesso Mascioni nella introduzione è quella di chi se ne sente esule per condizione universale, pure, e non potrebbe essere diversamente, non cessa di celebrarne liricamente la presenza nella immanenza di una natura che nel comprenderci ci rammenta e dischiude. I luoghi, cari, sono quelli di un’ordinata geometria di spazi in cui a prevalere nel richiamo acceso delle figure è il dominio dell’acqua: del mare soprattutto, con la laguna di Grado e l’isola di Veglia ma anche del fiume, l’Isonzo e del lago, Locarno. Così è nel microcosmo, e in quello d’origine soprattutto nel cui corpo sa nel motivo la sua espansione, la privilegiata dimensione di una tensione cui l’uomo è chiamato per potersi riconoscere a riapprendere. L’indicazione, subito, è data dal primo testo, «Li cialis te pinede» («Le cicale nella pineta»), sotto il cielo della pineta di Grado nel ritrovamento di un insieme ancora saldo, dilatato e dato per sicurezza e rispondenza di segni in una stabile e mai conclusa armonia di mondi. «Antighis jachis dal timp» («aiuole antiche del tempo»), nel musicalissimo ardore della cornice dei suoi elementi, la pineta le cicale il mare, nella geografia dimenticata di un immaginifico che ritorna carne, e parola allora nel canto libero del suo silenzio. Respiro che si riaffaccia dunque, come di nuovo a Grado, in cui la laguna stessa al netto stridere delle rondini torna a vivere rompendo le ombre nell’eco di una lingua che non si infrange, raccolta nella luminosità di case e di ortensie che di lontano attendono. Sono queste le fiamme di cui Pittana ci parla, nella terribilità e nella dolcezza di tutto ciò che, e noi con loro, va a vivere e morire nel groviglio di un fluire ora nella trasparenza dell’argento ora del sangue cui solo la preghiera, più che la poesia, nel suo mistero forse può davvero sostenere evocando nella giusta forza al giorno nuovo. Nelle «ricordanze sottili/ dell’adesso e del qui» («ricuardanscis sutîls/di cumó di chenti» «) potremo salvare qualcosa? Oppure la vita come la natura nel suo pulsare, sguscia via così senza rispondere, non restando che un brivido o un urlo nella «nestre Jerusalem provisorie» (nella «nostra provvisoria Gerusalemme»)? Interrogazioni che pur nell’urgenza non hanno in questi versi l’impronta del peso ma dello stupore che sa risolversi, e affidarsi, proprio là dove nasce nel dono di una congiunzione che viene da Dio e a cui uomini e donne sono chiamati in quella luce che come in «Matine d’Unviâr» («Mattina d’inverno») disegnandoci il bosco ci corre incontro. Azione che però, sottolinea Pittana nella sua lezione, viene dall’ascolto, e dal silenzio come detto nelle cui liturgie è possibile il riapprodo a quella sacralità perduta di cui il moderno è colpevolmente responsabile come un altro friulano, Pasolini, ebbe già a sostenere. Si legga « Intal fladâ dal mâr» («Nel respiro del mare»), forse il testo più intenso, alla foce dell’Isonzo dove è nel silenzio l’apertura di quella voce, bambina perché eternamente rinascente, che dal fondamento del suo Tempio risalendo «cjante/e cjantant al rientre tra la Storue» («canta,/e cantando penetra la Storia»). Storia d’amore, nell’accezione anche etica e civile della parola evidentemente, che Pittana sa riportare, perché non scissa, alla cronaca del presente quella cronaca illuminando per reciproca comprensione all’insegna di un convivere civile che ha nella terra il suo presente e la sua direzione. Per questo il dettato che si leva da questa poesia va oltre la poesia stessa cogliendo nel segno, il dire in versi innalzato nella sorvegliante incisione del suo divenire, la riflessione di un piccolo lembo in una lingua per il mondo minore («pura e primitiva» nei suoi «incanti ancestrali» come l’ha definita Mascioni) come espressione esemplare, e dunque non minore, di richiesta e confronto di senso a fronte di quelle questioni tra due millenni (il 1988 è l’anno di uscita del libro) poi sfuggite in tutte le negazioni e le compressioni che ora andiamo vivendo. Un canto questo ricchissimo, in conclusione, luminoso, acceso nelle sue trasparenze e nelle sue ombre, mai descrittivo ma sempre nella piena dilatazione delle sue invocazioni nel quadro di una creaturalità in cui è racchiuso tutto il nostro affidamento e la nostra comprensione. E per questo è un canto che resta.
Uscita su «I poeti del Parco» il 28 aprile 2021
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poeti presentati nel libro:
Marco Gal
Remigio Bertolino
Guido Leonelli
Dino Marino Tognali
Renzo Favaron
Angelo Michele Pittana
Sante Pedrelli
Nazario Pardini
Maria Lenti
Anton Carlo Ponti,
Camillo Coccione,
Enrico Meloni
Crescenzo Del Monte
Eugenio Cirese
Achille Serrao,
Vincenzo Luciani
Rocco Brindisi,
Enzo Agostino
Davide Cortese
Maria Grazia Cabras
Giorgio Orelli
Dubravko Pušek
Fernando Grignola
Renata Giovanoli-Semadeni
Anna Maria Bacher
Norbert C.Kaser
Roberta Dapunt
Ligio Zanini
Andreina Cekova
Nicola Gliosca
Antoni Canu
Giuseppe Tirotto
Salvatore Tommasi
Giuseppe Schirò Di Maggio
I poeti gallo-italici di Piazza Armerina
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Gian Piero Stefanoni, nato a Roma nel 1967 dove si è laureato in Lettere moderne, ha esordito nel 1999 con la raccolta poetica In suo corpo vivo (Arlem edizioni), cui son seguiti di-versi titoli, l’ultimo dei quali La co-stanza del cielo (Il ramo e la foglia edizioni, Roma, 2024). Presente in volumi antologici, suoi testi oltre che essere stati pubblicati in antologie e riviste del settore sono stati tradotti in Spagna, Malta, Grecia,Cile, Venezuela, Argentina. Sulla sua poesia con Francesco Di Ciaccia è del 2023 Di novembre (alveo) e la poetica dell’aderenza (Stampa Eliografica Correggio, col supporto nominativo dell’Archivio dei Cappuccini Lombardi, Milano, 2023). Già collaboratore con “Pietraserena” e “Viaggiando in autostrada” è stato redattore della rivista di letteratura multiculturale “Caffè” e, per la poesia, della rivista teatrale “Tempi moderni”. Dal 2013 sempre per la poesia è recensore di poesia per «La Recherche.it» (per i cui ebook è uscitonel 2017 il lavoro sulla poesia in dialetto della provincia di Chieti Laterra che snida ai perdoni) e dal 2014 giurato del Premio «Il giardino di Babuk Proust en Italie». Tra i riconoscimenti ama ricordare i più lontani, il “Via di Ripetta” e “Dario Bellezza” nel 1997, entrambi per l’inedito, e l’ultimo nella sezione poesia religiosa di «Arte in versi»nel 2021.