Ho già dedicato diversi post su Neobar alla poesia dei lavoratori migranti cinesi, mi sembra interessante ora presentare questo libro che affronta più dettagliatamente il contesto in cui essi operano.
“Morire per un iphone”- edizione Jaca Book, 2015, descrive il lato oscuro della vita di questi lavoratori in particolare di quelli che operano nella multinazionale Taiwanese Foxconn, la cui attività principale consiste nel produrre e assemblare dispositivi elettronici in appalto per conto di clienti internazionali. Il cliente principale è la Apple, ma suoi clienti sono anche Hp, IBM, Google, Cisco, Dell, praticamente tutti i maggiori marchi del settore informatico e tecnologico.
Nel 2010 sono successi dei gravi episodi che hanno posto la Foxconn al centro del dibattito internazionale nel mondo del lavoro. In quell’anno si sono tolti la vita, gettandosi dai piani alti, diciotto lavoratori, tra i quali anche il giovane poeta Xu Lizhi (sul quale ho pubblicato un post con diverse sue poesie), e questo per un intrico di cause che vanno dalle dure condizioni di lavoro, all’orario di lavoro che supera anche le 12 ore, il basso salario, la solitudine e l’ambiente malsano, eccessivamente stressante e fortemente concorrenziale. Il gesto veniva vissuto come un estremo di rifiuto di queste ingiustizie, in alcuni casi ci sono state anche minacce di suicidi collettivi.
Nello stesso anno come reazione a questa situazione nove sociologi cinesi riuniti in un gruppo indipendente chiedevano al governo e all’azienda di mettere fine a questa tragica sequenza di morte. Si è costituito successivamente un gruppo di 80 persone tra studenti e docenti sia della Cina Continentale che di Hong Kong e di Taiwan per studiare il contesto, in particolare le scorrettezze delle aziende, di questo gruppo fanno parte gli autori del presente studio che si concentra sulla Foxconn, che in Cina ha più di un milione di dipendenti.
Il volume è corredato da una ricca bibliografia e di ogni dato riportato viene citata la fonte.
Bisogna ricordare però che i lavoratori migranti cinesi sono 150 milioni e sono impiegati nelle più svariate attività e in tutti i settori industriali, dall’edilizia alla meccanica all’elettronica. Partiamo da un aspetto importante che non viene affrontato nel libro, ma che è all’origine della disuguaglianza tra lavoratori e dello sfruttamento dei migranti.
Voglio parlare del documento di stato civile chiamato hukou (户口) che è di importanza vitale per i Cinesi, è una sorta di passaporto interno che li vincola alla loro località di nascita. Tutti i servizi sono erogati dal governo locale ai loro abitanti, i diritti e le prestazioni sono diverse secondo la ricchezza del luogo. Al di fuori della località indicata nell’hukou per le persone non ci sono prestazioni di nessun tipo. Si distinguono nettamente gli hukou urbani che comportano maggiori vantaggi e benefici sociali da quelli rurali con protezioni più deboli.
È un sistema istituito nel 1958, ma in realtà è un retaggio medievale, sistemi simili erano presenti nell’impero cinese per le chiamate a militare e per le tassazioni.
Serviva alla Cina di Mao per controllare il flusso di persone dalle campagne alle città, per evitare un loro sovraffollamento e per mantenere i contadini al loro posto dato che il loro lavoro serviva anche per fornire l’alimentazione alle città. I cinesi che si trovano al di fuori della loro provincia d’origine non hanno diritto a nessuna prestazione sia sanitaria che scolastica che previdenziale. Qualche decennio fa venivano rimandati nei loro villaggi come specificato nell’hukou.
Con la riforma dell’“arricchitevi” di Deng Xiao Ping le città cominciarono ad avere bisogno di manovalanza e attirarono contadini dalla campagna trasformandoli in operai, non venivano più rispediti nel loro paese, ma il loro hukou continua a rimanere legato al villaggio, quindi è come se fossero migranti irregolari nella loro stessa nazione.
E questo è ancora lo status della maggior parte dei lavoratori migranti cinesi che lavorano in genere per le società tecnologiche occidentali. In Cina sono anni che si dibatte sul cambiamento dell’hukou, ma non si è ancora fatto nulla, la resistenza maggiore proviene dal fatto che le città non sarebbero in grado di fornire le prestazioni sociali adeguate a tutti.
Torniamo alla Foxconn, nel mondo ha 1.400.000 dipendenti, ed è presente in molti paesi, ne cito alcuni: Taiwan, Stati Uniti, Messico, Brasile, India Indonesia, ecc. In Europa è presente in Austria, Olanda, Finlandia, Germania ecc. Non è presente in Italia. In Cina ha un milione di dipendenti con delle fabbriche enormi come quella di Zhengzhou nella provincia di Henan e di Chengdu nella provincia di Sichuan, effettuano assemblaggi per la sola Apple, ciascuna ha già più di 200.000 dipendenti,
ma l’azienda afferma che: “compirà ulteriori investimenti in modo da fare di questa fabbrica (Chengdu) una delle basi produttive fondamentali a livello mondiale”.
A me, che pure ho sempre lavorato nell’industria, sembrano inconcepibili queste dimensioni, non riesco ad immaginare fabbriche grandi come le nostre città. Il modello cinese è quello di avere lavoratori migranti da poter spostare velocemente e a migliaia nelle sedi dove si assemblano i diversi prodotti solo per il tempo che serve, e di fornire loro i dormitori e le mense, il cui costo è trattenuto sullo stipendio già di per sè basso, il risultato è che il lavoratore non riesce a risparmiare nulla, per racimolare qualcosa è costretto ad accettare molte ore di straordinario.
La frustrazione è dovuta anche al fatto che i giovani delle campagne pensavano che lavorando in città avrebbero avuto anche dei soldi da inviare ai genitori rimasti nel villaggio, invece questa speranza viene subito infranta. I salari hanno una certa variabilità geografica e aumentano anche se lentamente nel corso degli anni, rimanendo comunque molto bassi.
A titolo di esempio nella fabbrica di Chengdu nel 2011 il salario base mensile era 950yuan (100 euro ). Una maggiorazione come premio di produttività 400yuan (42 euro). In totale 1350yuan (142euro). La fonte di questi dati è la campagna di assunzioni della Foxconn per il 2011.
La Foxconn effettua un’attività a basso valore, come si vede nella figura seguente, che rappresenta tutto il valore nella produzione dell’iphone. Per guadagnare l’azienda deve avere commesse con numeri elevatissimi, con costi molto bassi e quote orarie di produzione molto stringenti e imposte dai clienti. Questo vuol dire enormi catene di montaggio, ricerca operativa estrema con tempistiche ossessivamente osservate, misurate e ricalibrate nei singoli gesti.
Gli operai sono controllati da un sistema di vigilanza con posti di controllo in ogni edificio. Dice un operaio intervistato dagli autori: “Ho perso la mia libertà. la Foxconn ha la sua forza armata, così come un paese ha l’esercito e la polizia. Il sistema di vigilanza è un potente strumento di dominio dell’impero Foxconn”.
Un altro operaio descrive il suo lavoro: “prendo una scheda madre dalla catena, faccio la scansione del logo, metto la scheda in una tasca antistatica, le attacco un’etichetta e la rimetto sulla catena. Ciascuno di questi movimenti richiede due secondi. Ogni dieci secondi compio cinque movimenti.”
Il tempo di lavoro è anche scandito da riti che hanno lo scopo di inculcare la disciplina.
Dice un operaio che fa saldature laser: “Prima del turno si sentono tre fischi in sequenza. Al primo, dobbiamo alzarci. Al secondo dobbiamo prepararci al lavoro e indossare i guanti speciali o prendere l’attrezzatura specifica. Al terzo, ci sediamo e lavoriamo”.
Bisogna dire che il governo locale è tutto dalla parte dell’azienda, così come l’unico sindacato che è quello statale.
Lo studio sulle condizioni dei lavoratori è stato effettuato tra il 2010 e 2015, anni nei quali il governo centrale ha cercato di spostare queste grosse fabbriche in luoghi fino ad allora poco industrializzati, nelle zone dell’ovest e in quelle centrali, le province più economicamente sviluppate sono invece quelle costiere. Questo ha portato una certa euforia nei governi locali che si sono attivati per fornire le infrastrutture e lanciare campagne di reclutamento. Un certo vantaggio c’è anche da parte dei lavoratori, vengono reclutati quelli più vicini e gli spostamenti si accorciano, per contro in queste aree depresse si accontentano di salari più bassi.
Per rispondere ai picchi di attività la Foxconn ricorre anche ai tirocinanti, cioè studenti degli istituti tecnici cooptati stringendo accordi con le scuole. Gli studenti sono usati come una manodopera flessibile e a costo più basso di quello degli operai. Sono obbligati a svolgere mansioni che non hanno nessuna attinenza con il loro percorso di studi.
“Alla Foxconn abbiamo completamente sprecato un prezioso periodo di sette mesi”. Questa è l’opinione più comune tra gli studenti, che intanto hanno assemblato chissà quanti iphone e ipad.
Un capitolo è dedicato ai rischi di infortunio che sono molto elevati, per contro è difficile per i lavoratori vedersi riconoscere un indennizzo o almeno le spese sanitarie. I lavoratori spesso sono lasciati soli e senza indennizzo perché non riescono a dimostrare “scientificamente” la colpa dell’azienda nell’incidente, la colpa viene fatta ricadere sempre sul lavoratore.
Scrivono gli autori: “Gli standard lavorativi in Cina sono notoriamente bassi, ma nel caso della Foxconn due elementi fondamentali li spingono ancora più in basso. In primo luogo, la multinazionale è protetta da complessi legami con il governo cinese a livello locale. Il desiderio di crescita economica, a beneficio dei politici e degli imprenditori, supera la preoccupazione per la saluta e la sicurezza dei lavoratori che, data la vasta popolazione cinese sono in gran parte sostituibili.
In secondo luogo le aziende clienti di Foxconn, compresa la Apple, esercitano una forte pressione sui loro fornitori per raggiungere le quote di produzione stabilite, provocando un’immensa pressione sugli operai e mettendo a rischio la loro incolumità e sicurezza”.
I lavoratori cercano costantemente di chiedere l’intervento di Apple e degli altri clienti, considerandoli corresponsabili delle situazioni sanitarie e anche del danno ecologico che queste fabbriche-mostro causano, ma ottengono solo interventi di cosmesi, di fatto scaricano tutte le responsabilità sulla Foxconn che a sua volta le scarica sui lavoratori.
L’ultimo capitolo tratta delle lotte e delle proteste operaie. L’unica federazione sindacale riconosciuta in Cina, che di fatto è anche dalla parte delle aziende, non ha diritto di proclamare uno sciopero, lo stesso vale per gli operai. Quello che possono fare i lavoratori sono manifestazioni, sommosse, proteste, rallentamenti dei ritmi di produzione e blocchi stradali. Queste iniziative sono considerate dal governo come “incidenti di massa” e vengono repressi dalle forze di polizia. Nel 2012 nella fabbrica Foxconn di Tayuan gli addetti alla sicurezza picchiarono due lavoratori perché non avevano mostrato il cartellino, la situazione era già tesa per il malcontento di aver ricevuto al rinnovo del contratto un aumento da dieci yuan (1,2 euro) a un massimo di 100yuan (12 euro) al mese.
Una trentina di operai si sono rivoltati e hanno fatto fuggire le guardie. Queste poi sono ritornate in forze verso il dormitorio per un’azione punitiva. A questo punto migliaia di operai si sono ribellati, sono scesi per strada, hanno distrutto i bus della sicurezza e saccheggiato i market della fabbrica. Tutte queste azioni di protesta non riescono a coordinarsi secondo una logica sindacale, anche perché non è nemmeno concesso agli operai di associarsi in un sindacato.
Tutto viene fatto passare alla stregua di liti e violenze tra persone del tutto scollegate dalla situazione nell’ambiente di lavoro, e almeno in Foxconn queste azioni non portano a niente, i lavoratori non ottengono mai nulla. Gli autori pensano però che le nuove generazioni di lavoratori più scolarizzati, con aspirazioni e competenze tecniche più alte sapranno meglio portare avanti la loro lotta per la giustizia e l’uguaglianza.
Queste situazioni rafforzano in me la convinzione di come il pericolo principale dell’umanità sia il capitalismo, che dovrebbe essere eliminato per garantire un futuro al mondo, ma ho anche la coscienza che gli esperimenti nella storia per eliminarlo siano finora miseramente falliti.
Dulcis in fundo un video che mostra la vita nella fabbrica Foxconn di Zhengzhou, tra l’altro c’è la Apple che dice di avere perso “billions” per le proteste operai e che vorrebbe spostare parte della produzione in India.




Siamo osceni nel nostro non chiederci mai come ci arriva per le mani quello che ci possiede e noi fingiamo di possedere.
Eterni lattanti convinti che ci sia l’albero dei cartoni del latte, la piantina degli iPhone e simili.
Eterni lattanti o Montezemolo qualunque nell’imitazione geniale di Crozza.
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articolo prezioso come (e addirittura più) di altri tuoi, soprattutto perché dotato di una visione d’insieme potente, quasi *tridimensionale* nel senso che l’analisi spazia tra dimensione umana/poetica (dunque sociale), quadro giuridico (hukou urbano come motore legale di vulnerabilità) e geopolitica della produzione (vocazione “imperiale” e deresponsabilizzata del grande capitale)
mentre leggevo, pensavo in parallelo a come anche in Italia il precariato, il tempo determinato e lo “stagismo” abbiano eroso e continuino ad erodere i contratti di lavoro a tempo indeterminato; a come anche in Italia i turni di lavoro massacranti con straordinari spesso non pagati siano diventati la norma; a come anche in Italia i minimi aumenti salariali non coprano l’aumento del costo della vita anche a causa dello smantellamento dello stato sociale (sanità in primis). certo non siamo (ancora) al livello dei suicidi a catena degli stabilimenti Foxconn, ma…
insomma, la condizione dei lavoratori italiani e quella degli operai Foxconn non sono uguali, ma stanno convergendo verso uno stesso modello di vulnerabilità strutturale.
e la massiccia automazione/robotizzazione che è in corso e sta velocizzandosi in modo esponenziale grazie all’AI, è destinata a ridurre ancora di più il “potere contrattuale” dei lavoratovi via disoccupazione strutturale di massa…
il *controllo* del capitale sul lavoro è diventato totale: sia in senso spazio-temporale (lavorare, mangiare, dormire… tutto avviene all’interno dell’azienda secondo gesti/funzioni cronometrati) che da un punto di vista *soggettivo* (disciplina, ritualità, spersonalizzazione, alienazione, omologazione…)
un disastro umano di cui nessuno è mai responsabile (ma tutti sono complici): se ci pensi il capitalismo transnazionale delle “filiere” è un po’ come la catena di comando di un esercito (generale->colonnello->maggiore->capitano->tenente->maresciallo etc), dove gli esecutori degli ordini che arrivano dall’alto comando (ovvero dal mercato) agiscono a cuor leggero in quanto strutturalmente deresponsabilizzati…
un disastro umano in cui l’obiettivo principale del T’inCulPop è quello di inculcare via media nelle nostre menti l’idea che il mondomercato capitalista sia naturale/normale, accettabile/ inevitabile e funzionale/efficiente.
“Non contano solo le disponibilità di risorse e di materie prime, quanto piuttosto le capacità organizzative e la velocità di aggiornamento al processo tecnologico (…) apparati militari professionali non dissimili da una moderna organizzazione produttiva”.
chi lo scrisse/disse?
non sembra un vero e proprio manifesto del modello Foxconn?
ebbenesì, la testa pensante di quanto sopra, nel 1972, è Eugenio Cefis (quello di “La mia patria si chiama multinazionale”, tanto per capirci), ignobile profeta nostrano non solo dell’anti-umanesimo del capitale, ma anche dell’agghiacciante binomio potere economico + forza militare.
ovvero quello che vediamo in azione in questi tragici giorni.
quel “nuovo potere” già denunciato da paPàsolini (dunque non più così *nuovo*, oggigiorno), che ormai sta conquistando (e forse ha già conquistato) il mondo.
che ne dici, fuggiamo su Marte? dovremo pur avere qualche speranza in più sul pianeta *rosso*!!
: )
tornando seri, la domanda anti-Cefis che mi pongo – e che giro anche a te – è la seguente:
cosa può ricostruire una *patria*, quando lo Stato è… Stato svuotato?
e non mi riferisco, ovviamente, a patria e stato intesi come vessillo del militarismo *nazionalista*, bensì come dimensione comunitaria (cultura, identità, rete sociale e politica a misura d’uomo) attorno a cui si aggregano e ruotano i dettami Costituzionali.
un abbraccio forte, fratello!
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