VIRTÙ BOREALI E VIZI AUSTRALI
Saliscendi critico per Polline di Donato Ferdori
Fuorilinea 2025
____1. Il romanzo è morto e gode di ottima salute. Beninteso, la constatazione funebre spetta al romanzo industriale, levigato e confezionato come un sanvalentino, pronto e acconcio per il fast food di troppi punti e virgole e frasi a effetto.
L’inno alla vitalità della scrittura in prosa, on the contrary, afferisce al dis-romanzo, al romanzo-saggio aperto a raggiera, radioso di suo, che immilla (inquietando) significati e senso, sostanza infiammabile per anime e menti in evoluzione.
È il caso (direi proprio di sì) di questo regesto al vaglio ermeneutico, Polline di Donato Ferdori, un libro che l’autore si scrive fisicamente addosso, sbizzarrendosi a parodiare, a manipolare, a falsificare la realtà per farle dire cose che la realtà non si sognerebbe mai di dire di se stessa.
Per fortuna Donato Ferdori non ci vuole blandire con una storia più o meno intrigante, non intende catturarci con i cartoccetti dei baci perugina, anzi molla fendenti e uppercut, pugni diretti allo stomaco del lettore, altrimenti imbozzolato nella sua immarcescibile catatonia (“Il padre afferra il manubrio e con un grande sforzo si solleva, mentre lui gli tira giù contemporaneamente pantaloni, mutande e pannolino e Janis Joplin dalla cucina canta a volume altissimo… Le feci sono spalmate sul pannolino, sulle mutande, in parte anche sui pantaloni. Anche la tazza del water è già sporca. Demetrio ha un accesso di vomito ma riesce a contenersi”).
Se analizzato secondo le colonne d’Ercole della seriosità e della solennità, Polline si affloscia e può riuscire illeggibile. Se, invece, ci si indirizza verso le rotte del grottesco e del sarcastico, allora le pagine si mettono a ciacolare leggibilissime e godibilissime.
L’intento narratologico non riguarda tanto l’organizzazione del contenuto, quanto l’inseguimento della forma, la necessità di individuare una cornice credibile dentro cui inscrivere i mille piani di un mondo (sotto gli occhi di tutti) frantumato, sfuggente, ambiguo nella sua inconcussa opacità. Per questo motivo il Nostro lancia la sua rete a strascico e acchiappa di tutto, squali e pesciolini, il cinema filosofico del regista russo Tarkovskij e le melodie westcoastiane di Neil Young (Four Strong Winds), le imponenti arcate concettuali kantiane (La critica della ragione pratica) e i repellenti giochi da tavolo accademici (come ottenere una Borsa da ricercatore senza svendersi a Mefistofele), le ruote karmiche e le giravolte delle stagioni, la stanzialità dei corpi e il nomadismo delle coscienze (“A Bologna non c’è il mare. Bologna è il contrario di una città di mare. Per questo c’è il Nettuno in piazza a ricordare i cieli in movimento, il profumo del vento che non c’è”).
- Polline attraversa un mare dopo l’altro, dove i personaggi (Demetrio, Melania, Salvo, Damiano, Manuela) beccheggiano tra desiderio e smarrimento, tra libertà visibile e dipendenza invisibile. Costretti alla nausea dalle onde del destino, sentono affiorare alla gola una domanda angosciante: che cosa comporta davvero l’essere liberi?
La risposta, dichiarata apertis verbis, consiste nel separare l’obbligo inautentico e il dovere autentico: il primo riguarda le minuzie di piccole individualità frignanti, le loro pavide paure, il loro ossessivo bisogno di approvazione; il secondo sgorga sorgivo da una fedeltà profonda a se stessi. Stare semper et ubique dalla parte della giustizia non è un sacrificio: è un atto di verità. Anche quando non conviene. Soprattutto quando non conviene.
Qui l’antiromanzo ferdoriano travalica in un rovesciamento potente: il dovere si impone paradossalmente come la premessa stessa della libertà, anche se si tratta di un dovere incarnato, sporco di vita, tempestato di esitazioni, errori, contraddizioni.
Solo a queste condizioni la libertà smette di essere un’apertura indefinita e diventa una direzione.
Così, tra le pieghe di un post romanzo che parla di giovani, di relazioni, di ricerca, si nasconde una delle intuizioni più esigenti in contrapposizione al de-pensiero imperante: non siamo liberi quando facciamo ciò che ci piace, ma quando scegliamo ciò che riconosciamo come giusto, anche contro noi stessi. E in quel momento, solo in quel momento, il dovere smette di pesare e comincia, incredibilmente, a somigliare a una qualche forma di assurda felicità (“Demetrio si allena da anni a reagire in situazioni così: anche quando vede qualcuno fumare in un luogo in cui è vietato o sputare per terra in mezzo a un treno o buttare bucce di frutta o cartacce in mezzo alla strada. Si allena a rimproverarli per sfidarsi, perché pensa che se si tira indietro di fronte a cose così piccole non potrà dedicare la vita alla lotta per i diritti umani”).
- Polline è un metaromanzo demetriocentrico (dal nome del personaggio-perno attorno a cui gira la sarabanda delle esistenze gloriose degli altri personaggi).
Di Demetrio conosciamo l’apparente vuoto, l’irrimediabile frammentazione del suo io, la follia intercambiabile con una iperlucida razionalità. Seguiamo il tentativo poco riuscito di rintanarsi nella mente, preconizzando una nirvanica condizione di sospesa, salutare, salvifica spiritualità. Eppure Demetrio non riesce a non pensare i suoi pensieri, non riesce a evitare la spinta interiore verso l’esteriorità, verso l’engagement, verso l’impegno, sebbene anche lui parto maschile di un’epoca sterile, bolsa, odiatrice seriale del noi.
Demetrio, dunque, funge da novello Sisifo con la sua enorme sacca pollinica sulle spalle, gravida di microspore sentimentali e di ogni possibile azione concreta per sovvertire il côté spaventosamente banale, terribilmente superficiale della nostra tarda modernità, afflitta da ignominie di ogni tipo, a cominciare dalla povertà del linguaggio, qui rovesciata nel ricorso a nomi sovrabbondanti (uno su tutti, Tano Fatima, il direttore del Dottorato del Dipartimento di Filosofia, ircocervo di gestore mafioso degli incarichi e dispensatore del verbo accademico, come se fosse toccato da un mistero divino).
Demetrio, un uomo con buonissime mezze qualità, un Oblomov tediato dal suo stesso tedio, un Raskolnikov che ha ucciso una parte di sé ed è in conflitto con la parte rimanente, ma anche uomo-pesce che prova a rimanere a galla tra i flutti perigliosi della musica rock e le tumultuose ondate kierkegaardiane (“Demetrio, fatta eccezione per brevi periodi in cui ha infilzato con gli spilli foto importanti su pannelli di polistirolo, non trova mai immagini abbastanza fondamentali da meritare di occupare le pareti. In realtà è perché si odia e quel bianco inguardabile lo testimonia”).
- Polline va attraversato con un misto di disincanto e di fascinazione, come si attraversa una zona di confine: con cautela, con circospezione e, soprattutto, senza illusioni. Si profila pagina dopo pagina un complicato campo di forze: la tensione fra sessualità e spiritualità, i due poli magnetici, consapevoli, o inconsapevoli, di qualsiasi esistenza. Donato Ferdori costruisce un dispositivo narrativo che mostra le fasi cruciali del proprio esperimento. Il più maturo Demetrio e, in misura minore, i più giovani Salvo e Damiano sono corpi che sentono male e menti che pensano troppo. Nel loro oscillare tra desiderio pungente e tentativi di liberazione, tra fame di vita e possibile rinuncia a tutto, consumano le loro energie vitali e si consegnano stremati, ma autentici, al lettore di turno.
La sessualità, in Polline, si rivela tragica in senso classico: produce catarsi, eleva, illumina, pur presentandosi come un eccesso senza forma, una compulsione, uno specchio perfetto dell’iperliberismo che mette i corpi al lavoro, travestendone le pulsioni. I corpi non si cercano solo per incontrarsi, ma per verificare di esistere. L’altro è davvero l’altro, ma anche un dispositivo di conferma, un test di realtà.
In questo senso il Nostro sembra portare alle estreme conseguenze una riflessione che inizia con Georges Bataille, per il quale l’erotismo, a dispetto della volgarità e della mercificazione imperanti, conserva una sua dimensione sacrale, una vertigine che, pur distruggendo, apre una dimensione autentica dell’esistere. All’interno di Polline la vertigine non si esaurisce mai. Il desiderio infrange limiti: si muove in un campo desertificato, dove ogni gesto può apparire inutile, ma non perde mai di significato (“Salvo si spoglia in fretta, s’infila sotto il lenzuolo e la trova completamente nuda. È eccitato più dalla situazione che da lei. Poche carezze alle cosce e sale sul suo corpo estraneo, la penetra entrando fin troppo facilmente pensa. Le dice «Be still» pensando di gestire meglio la situazione e comincia a spingerle dentro il sesso con forza. Un minuto scarso ed è finito tutto. Nel buio i volti sono ormai visibili e si sfuggono… Maria gli gira le spalle e lui si abbraccia alla schiena della donna ritrovando presto il dolce calore infinito di quando il dorso era quello di sua madre”.)
La sessualità continua a essere una liturgia, ripetuta con l’ostinazione di chi non ha dimenticato il significato del rito e continua a officiarlo.
Quando entra in gioco la spiritualità, l’Autore compie il suo gesto più tagliente: non la contrappone all’eros, la espone semplicemente come suo doppio rovesciato. Dove la passione brucia, la spiritualità brucia ancora di più: entrambe conducono verso una qualche forma di verità, verso una dimensione estetica, intesa in senso etimologico come giusto sentire.
La dualità di sessualità e misticismo alimenta una dialettica aperta, suggerendo con i tratti del sarcasmo che l’individuo contemporaneo dovrebbe reimparare ad abitare poeticamente il corpo e l’anima: dovrebbe ridiventare una soggettività intermittente, che si accende e si spegne senza mai stabilizzarsi, ma finalmente viva e consapevole di sé.
Il titolo, Polline, si porta dietro una leggerezza dolcemente ingannevole, un tono palesemente ironico. Il polline non è solo ciò che feconda: è ciò che si disperde, che invade, che provoca allergia. Si diffonde ovunque, invisibile, inevitabile. E alcuni organismi, certamente i più sensibili, non riescono a tollerarlo.
I personaggi di Donato Ferdori sono, in questo senso, allergici alla vita, tuttavia mantengono una coerenza che rasenta una salutare autocrudeltà: non hanno alcuna intenzione di smettere di cercare, di sentirsi vivi.
- Il Nostro reitera nelle pagine una precisa idea di linguaggio, rifiutando le gerarchie della bella forma, del livello alto e basso, dell’umile e dell’aulico, del sublime e del quotidiano. A ciascun reperto linguistico viene attribuita pari dignità, che si tratti del Ding an sich kantiano, o degli schizzi di merda dell’anziano padre di Demetrio.
La strategia della scrittura muove dalla informalità del parlato alla fitta occorrenza di inserti biologici, antropologici, musicologici, religiosi, sociologici, politici.
Architetture paratattiche e nominali, rapide e enunciative, vengono alternate a tranches filosofiche, a citazioni letterarie, secondo un uso polifunzionale della lingua, che spollina festosa, contemperando allusioni, elusioni, reticenze, epifonemi di varia natura (“Ha addosso una stanchezza difficile da descrivere. Non è semplice stanchezza fisica, affaticamento mentale o stress e nemmeno propriamente depressione. Sente come se ogni angolo del suo sangue fosse stato caricato di detriti e il midollo spinale fosse interrotto da zone vuote, buchi di pesante niente”).
Abile mantrugiatore di carte, Donato Ferdori antepone filtri grotteschi e visionari alla lente analitico-realistica. In un’oltranza allucinatoria sa, con maestria, dirigere lo sguardo verso zone inesplorate della realtà, preferendo la forma corrosiva dell’inoptum alla linearità delle abusate connotazioni.
- Lungo 316 pagine e sei capitoli si dipanano le vicende di Demetrio (insegnante di liceo, tormentato, sospeso tra filosofia e vita concreta), di Salvo (il cugino ventenne, inquieto, quasi nichilista) e di Damiano (adolescente disturbato, immerso in una relazione amorosa estrema). I tre intrecciano le loro storie tra una deformata educazione sentimentale, una ricerca filosofica non decorativa e uno scintillante disagio esistenziale. Il tutto sullo sfondo di una comunità buddhista introdotta dalla stramba figura di un metanarratore che interviene, cuce, commenta, alter ego del narratore ufficiale. Ben vengano perciò il buddismo , la buddità, John Travolta, i Pogues, Charles Baudelaire, Le Spleen de Paris, Simone Weil e tutti i sintomi registrabili di questo nostro incoercibile presente.
Ben venga questo a-romanzo sconsiderato che si mostra più nudo del re nudo, che insiste fino allo sfinimento su un assunto tanto banale, quanto rivoluzionario: nessuno può dirsi felice se non aumenta la felicità degli altri.
Donato di Stasi
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