
Saverio Bafaro, Osicran o dell’Antinarciso, Il Convivio, 2024
Nel suo recente Osicran o dell’Antinarciso, Saverio Bafaro affronta il mito di Narciso da una prospettiva radicalmente sovversiva, animata dall’intento non di aggiornare e modernizzare quella tragica fantasia arcaica, ma di capovolgere il senso profondo in essa custodito da secoli. Già il titolo, specchio infranto del nome originario del protagonista, si pone come atto fondativo di una poetica: Narciso, di cui Bafaro assume la voce e inscena il dramma, si allontana dall’iconografia stereotipata consegnata da una tradizione che ha in Ovidio il suo illustre antesignano, per presentarsi non più negli usuali tratti del giovane svagato e vanesio, rapito nella contemplazione della propria immagine perfetta, ma trasfigurato in emblema della fragilità dell’identità contemporanea, oscillante tra desiderio di permanenza e necessità di dissoluzione.
La raccolta si articola come cornice di un percorso iniziatico, in una progressione rituale che si snoda attraverso una catena di elementi verbali ricorrenti e densamente simbolici: l’acqua, lo specchio, il corpo, la ferita, la resurrezione. Al centro della meditazione poetica si impone l’enigma della struttura del sé, che interpretata in senso convenzionale – compatta, monolitica, autosufficiente – appare ormai viziata da un errore ontologico, rivelandosi inganno, maschera, finzione. Il gesto di Narciso, così come il poeta lo rilegge, mina le basi di una secolare mistificazione che ha in Cartesio il suo paradigma: il soggetto unitario, fedele ai comandamenti del cogito, si disarticola ed esplode di fronte all’epifania del carattere plurale e metamorfico della propria natura più intima. La forma chiusa, ferma, fissa in cui l’individuo è abituato a concepirsi non è verità, ma simulazione, e si disintegra a contatto con la dimensione equorea, archetipo della fluidità: corrisponde all’illusione di Narciso che si ritiene uno, quando in realtà è già scisso, già duplice, già molteplice. La coscienza insegue a lungo e con ostinazione il proprio segreto, tentando di mettere a fuoco un volto sulla mobile pagina delle onde, ma quella insistita, ossessiva ricerca è frustrata dal “nascondimento” con cui il suo oggetto del desiderio elude lo sguardo che vorrebbe stanarlo; l’io si spoglia della salda armatura ideologica che assemblava i diversi stadi della vita interiore in una compagine psicologicamente coesa, e si accorge di non saper più coincidere col proprio riflesso, ritrovandosi frantumato in una sequela di simmetrie invertite, intrappolato nella dialettica ripetitiva, estenuante, priva di sbocco tra i due poli dell’ “apparire” e dello “sparire”, a cui i testi rimandano come in una galleria di specchi.
Il Narciso ovidiano era raffigurato assorto nella venerazione sterile del proprio aspetto e perciò relegato alla solitudine mortale di una “stanza priva di chiavi”; il suo modello antropomorfizza una fase dello sviluppo psichico in cui la personalità è ancora indivisa, mentre il gesto con cui sorprende sulla riva una figura speculare alla sua segna l’inizio della scoperta dell’autonomia del sé, e ha dunque come conseguenza la caduta nella condizione lacerata tipica della nevrosi. Narciso muore perché presta fede all’immagine che lo stagno gli restituisce: è punito perché crede alla forma e si piega alla mera superficie delle cose, perché convinto che quella apparenza sia lui, ma non fa che confondere un fantasma fuggevole con il sé vivente; egli scambia per reale quella proiezione, non distingue il volto dal suo riflesso, e si arrende a lasciare che un vuoto simulacro congeli e soffochi il respiro della sua anima: l’annegamento è l’esito inesorabile della sua hybris. Osicran, al contrario, rovescia il mito: si salva non quando vede, ma quando smette di vedere, non quando si riconosce, ma quando rinuncia al riconoscimento. L’Antinarciso non è un’entità distinta da Narciso, ma Narciso stesso, nel momento in cui desiste dal cercare conferme, dalla pretesa di essere uno, dall’assegnare patente di realtà a una parvenza seducente ma esangue: accogliendo il proprio doppio e fondendosi a colui che lo osserva dall’acqua, egli si affranca dalla prigionia di un io dai connotati rigidi, statici, definiti.
Osicran è l’ombra junghiana, il lato di sé, muto e ferito, che Narciso non era preparato a vedere e che aveva perciò rigettato: è il femminile rimosso, il tassello psichico complementare che, una volta integrato alla coscienza, ripristina la condizione androgena originaria; solo quando finalmente accetta la parte umbratile e infera di sé, Narciso riesce ad abbracciare la totalità del proprio essere e quindi resuscita nelle sembianze del suo rovescio. Come Narciso è il mito della superficie e della forma, così Osicran è il mito della profondità e della metamorfosi: il primo perisce per far sì che il suo gemello viva; l’uno chiede “al tempo di non passare”, mentre l’altro rivolge il proprio assenso al doloroso trascorrere dei giorni e delle stagioni; e lo specchio è la frontiera che li divide e insieme li unisce, la loro linea di separazione ma anche di contatto. Se la superficie è inganno e il fondo è verità, Narciso si redime solo per mezzo del sacrificio più alto: deve abdicare alla propria immagine ed uccidere il proprio riflesso, deve immergersi nell’indistinto e nell’informe che le acque rappresentano, perché Osicran, al culmine della propria anabasi, prenda il suo posto. Mentre il Narciso classico sprofonda perché si fissa, Osicran sopravvive perché scampa alla menzogna che fa corrispondere il sé ad un volto: le acque lo inghiottono e la sua soggettività cessa di essere forma, abbandonandosi alla metamorfosi; e il lago si fa a quel punto scenario di una serie di passaggi: dal fanciullo al ragazzo, dal corpo all’immagine, dall’immagine al fantasma, dal fantasma al fiore che “ha sfidato la luce del dio”. L’identità non è più circoscritta entro confini certi e atemporali, ma si risolve in processo dinamico: Narciso scopre chi è quando, nel proposito di congiungersi al proprio alter-ego, diventa una cosa sola con lui, scomparendo come individuo finito per rinascere come momento transeunte del divenire cosmico e del suo infinito rinnovarsi; la sua parabola ricalca, in modo evidente anche se non dichiarato, l’itinerario salvifico di diversi culti misterici dell’antichità. Il fondamento tragico del mito racconta la difficile lotta che porta il soggetto, a prezzo del sacrificio personale, a sganciarsi dal principium individuationis – quella cortina fallace che isola il singolo e lo riduce a frammento distinto dal tutto – per aprirsi al gioco della incessante metamorfosi, nel quale la morte non è più annientamento dell’essere, ma semplice cambiamento di stato. L’Antinarciso è il sé che si scrolla dalle paludi di un asfittico individualismo, che si stacca di dosso la pella morta di un ego fittiziamente estraneo al destino di mutamento che coinvolge ogni creatura, per innalzare a partire dal proprio martirio l’altare di una inattesa primavera: imita il destino del fiore, che – in un linguaggio dai toni che riecheggiano quasi una formula alchemica – è sempre “frutto / di una resurrezione”, possibile solo dopo aver attraversato lo specchio.
L’acqua svolge una funzione decisiva all’interno dell’opera, sia simbolica che strutturale: emblema polimorfo e semanticamente stratificato, si carica di allusioni all’inconscio, che dispiega il suo “teatro sommerso” sul torbido fondale sabbioso dello stagno, ma anche alle effimere e pericolose seduzioni della bellezza sensuale, come all’incessante vicenda di trasformazione di ogni cosa che scorra, che evolva, che rifiuti di assestarsi in una modalità esistenziale definitiva. In questo senso, la poetica di Bafaro intrattiene un dialogo fecondo con la fenomenologia di Gaston Bachelard, nella quale l’acqua era associata all’attività creativa dell’immaginazione e valorizzata come fertile linfa della réverie e della produzione onirica; ma Bafaro compie un passo ulteriore: non più soltanto energia generatrice di sogni e fantasie, l’acqua offre a Narciso un canale che gli permette di perdersi per ritrovarsi, di dare compimento alla propria catarsi, di assecondare quel “desiderio infinito/ verso ciò che si nasconde”, in virtù del quale egli trascende i limiti individuali ed accede ad un oltre che non conosce: nell’atto di annegare, egli non muore, ma si libera. Non più semplice schermo riflettente, ma alveo materno che assorbe e rigenera, l’acqua rappresenta un limen, un confine che non istituisce distanze ma connessioni, e dischiude una soglia, tanto della morte quanto della vita che ciclicamente ritorna, dell’alterità (il “me che sfugge” che Narciso scorge scrutando il proprio volto riflesso) come degli innumerevoli destini solo sognati e mai realizzati (il “gorgo in cui si disperdono le vite possibili”). L’elemento liquido è gorgo di annullamento e insieme grembo di rinascita: luogo dove l’identità si spezza e si ricompone, sipario di una palingenesi personale, è in esso che Narciso si inabissa, ma è sempre da esso che Osicran riemerge, in parallelo alla decisione con cui il semidio acconsente a scendere nel fondo. Lo specchio è invece l’opposto dell’acqua: nel primo, l’identità si rapprende e si coagula in una forma morta; nell’altra, si scioglie e si moltiplica. Artificiale riproduzione dei corpi, simbolo della fissità che paralizza, figura di una scissione, che porta l’io a duplicarsi nel momento in cui la coscienza lo pensa, lo specchio tradisce la fisionomia del volto anziché restituirla nella sua vitalità che cangia ad ogni istante, sabotando la certezza che il soggetto nutriva di sé, invece di confermarla; e si mostra “conficcato nel fianco”, costituendo perciò una prova di lacerazione. Lo specchio, per Narciso, è condanna; per Osicran, strumento di liberazione: è la porta della sua resurrezione.
Il mito di Narciso, nella versione in cui Bafaro lo riscrive, dilata gli orizzonti della narrazione favolistica – in cui era stato tramandato da una lunga e prestigiosa ma ormai scontata consuetudine letteraria – e si distacca dagli schemi di una ingenua ricognizione moralistica sulle debolezze umane, convertendosi in espediente poetico per mezzo del quale il soggetto interroga la propria ombra e misura la vastità dell’enigma che lo pervade: non più prevedibile apologo sul tema della vanità, esso si eleva a coraggiosa epopea dell’arduo cammino che comporta ogni ricerca interiore che si ritenga onesta, sincera, disposta a pagare l’impegno della conoscenza con l’abnegazione e con la rinuncia, prima fra tutte quella ad una concezione di sé stabile e risolta, illusoriamente dotata di solidità e consistenza, e con la vittoria sulle catene dei propri attaccamenti. È quando le acque lo ricoprono, che Osicran scopre che ogni identità è passaggio, ogni volto un varco, ogni fiore una promessa di vita nuova; è guardando sul fondo del lago, che egli incontra la propria parte sommersa e apprende ciò che lo specchio non gli aveva mai rivelato: la precarietà del sé, la sua pluralità, il suo rigenerarsi senza fine mentre si disfa.
Guglielmo Aprile
***
Desiderio infinito
verso ciò che si nasconde
nell’acqua e in ogni oltre
desiderio infinito
verso il me che sfugge
***
Dentro la cornice uno specchio
dentro lo specchio un ritratto
del Tempo in veste di Bambino,
i suoi occhi sembrano aver voce
e invitano a sostare e ammirare
la figura dentro l’abito della festa,
dentro lo stagno una magnifica trasparenza
da lì in poi attrasse i sorrisi degli uomini…
Ma venne un vento a increspare più forte
la superficie dell’acqua e lasciar intravedere
frammenti molto più in basso dell’immagine
scenari torbidi e larghi di fondi sabbiosi
dove si perde lo sguardo e cancella il ricordo
di strani esseri interdetti in pose ed epoche
che sempre ne popolano il teatro sommerso
***
Quante vite albergano in me
alcune sono naufragate
scivolando al largo, disperse
e rubate dalla corrente
ad altre tendo il braccio
per farle salire a bordo
mentre procede il viaggio
verso cieli nuovi e nubi
compagne di vele issate
***
Scopri l’essere allo specchio
nel giorno di primavera
resuscita a ogni passo
sul bordo del fiume
distingui la terra dall’acqua
restando nel corpo
come dentro il tronco
di un albero fiorito,
solitudine complessa
dell’eterno momento
in cui nessuno guarda.
Una foglia si stacca e cade:
«È soltanto la tremula superficie»
***
l fiore più bello
ha instillato
il più grande timore:
la sua fierezza
è un involucro tragico
la sua erezione
una violenta presenza.
Quali misteriose trame
cela il suo giovane sognare,
quali la sua magnificenza?
E nelle sue pupille
viste da vicino
quale figura si nasconde
vivendo in parallelo
un destino capovolto?
Con quale prodigio
e sotto quale condizione
si uniranno il fuori col dentro
in un essere più completo
che non muoia nel nascere
e che non nasca nel morire?
***
Si faccia pure
deserto più totale
rimangano di fronte
Dio ed Io
a scambiarsi ori e fango
con tutte le pene
e con tutte le gioie
avendo già superato
molte vite
nella fusione assoluta
nel bacio innominato
***
Vai oltre la riva
con passo calmo
rallenta il respiro
snoda la barca
attraversa il fiume
e sentiti pieno
di tante parti
come tanti semi
davanti al Giardino
per essere pronto
alla grande visione:
«Ogni fiore è frutto
di una resurrezione»