
Antonio Spagnuolo, Dissolvenze e sussurri, la Valle del Tempo, Napoli 2025, collana «Frontiere della poesia contemporanea», n. 37
Antonio Spagnuolo è nato a Napoli nel 1931 e ha esordito nel 1953 con Ore del tempo perduto. Nello stesso 2025 in cui esce Dissolvenze e sussurri la casa editrice ripubblica anche quel primo libro, in ristampa anastatica e con una lettera di Umberto Saba. Un inizio che ritorna e una raccolta che guarda alla fine: il cerchio si chiude quasi da solo, e il titolo del libro lo dice con discrezione. Dissolvenza è parola di cinema e di pittura. Indica la scena che si scioglie nella successiva, il colore che sfuma in quello accanto. Sussurro è la voce che si abbassa fino a farsi respiro. Messe insieme, le due parole descrivono il metodo del libro: niente viene gridato, tutto si ritira piano. Il poeta lo dichiara già nella prima poesia, Bluesky/word, che si chiude così:
In ogni dissolvenza c’è la traccia
di quella gioia che sorvola fantasie.
È un verso che vale come dichiarazione di poetica. Ogni cosa che svanisce lascia un segno, e la raccolta si propone di leggere quei segni. La prima parte del volume è la più singolare e anche la più irregolare. Spagnuolo porta nella lirica gli strumenti dello schermo, il mouse, la freccia, il fotogramma, e li mescola alla pittura. Succede in Ventagli, dove scorre «veloce la piccola freccia / lungo lo schermo amico» e dove la fotografia colpisce l’istante «come brocca assetata dell’eterno». Qui l’immagine è nuova, l’ironia leggera, e la poesia trova una chiusa giusta: «Il disincanto splende tra i riflessi / giocosa ricaduta dell’incanto». Anche la scala dei blu di Bluesky/word, cobalto, pervinca, indaco, oltremare, ha una precisione di colore che si legge con piacere. Ma questa zona del libro, a mio parere, soffre di un eccesso di aggettivi decorativi. Variegato, festoso, bizzarro, capriccio, cromatico tornano così spesso che perdono peso, e poesie come Triangoli, Astratto o Spazi geometrici parlano dei colori senza farceli vedere. Descrivono la pittura invece di diventare pittura. Il lettore sente la musica, ma cerca qualcosa a cui appoggiare lo sguardo.Il libro cambia passo quando entra il corpo, e con il corpo la perdita. In Sogno la donna amata ritorna nel sonno e il poeta compie un gesto che ogni clinico riconoscerebbe: verifica che sia reale.
Nel sogno riappare la tua carne.
Io con violenza la palpo
per accertarmi che sei di nuovo viva,
nuda tra i cuscini roventi.
Quel «con violenza» è la cosa più vera della poesia. È la negazione del lutto che si fa mano, il bisogno di toccare per credere che la morte non sia avvenuta. Poi il tono si addolcisce e la donna accetta «il lento brusio dell’abbandono». Altre poesie tornano sullo stesso fantasma con una fedeltà quasi ossessiva. Le dita del gelsomino, il crespo della gonna, le caviglie ricorrono in Memoria e in Sepolcro, e quest’ultima si chiude con un invito che è insieme tenerezza e rassegnazione:
Indossa questa sera i tuoi monili
un leggero crespo e gelsomini
per avvolgermi ancora in fondo al corno
di un romantico sepolcro.
Ripetere gli stessi oggetti è quello che fa il ricordo quando non vuole lasciare andare. Non è povertà di immaginario, è il modo in cui il lutto fissa i dettagli, e dà al libro la sua unità emotiva. Non tutte le poesie del corpo reggono. In Ricerche e in Lamento l’immagine si fa più brusca e la sintassi più incerta. «Scivolo la braccia tra le cosce / come tra rami spogli del tiglio» è un paragone che si regge a fatica, e il finale di Lamento sull’«apparente ossessione del tuo sesso» resta nebbioso. Colpisce però che in mezzo a questo disordine compaiano gli ellebori, l’antico rimedio della follia e della malinconia, e chi ha frequentato come me la psichiatria sorride di riconoscimento. Peccato che la frase che li contiene si perda in una costruzione troppo carica.Il cuore del libro, e il suo risultato più alto, sta nelle poesie sulla vecchiaia e sul tempo. Arco parte con una sorpresa che ha il passo di una confessione, «Trascorso in un baleno il patto / non ho fatto in tempo a capirlo!», e si chiude con cinque versi che non hanno bisogno di commento:
Ferito nella fede e disperso
nei millenni promessi dal credo
sfilaccio ciò che resta del mio corpo
sbavando gli ultimi solchi
del breve arco che mi fu concesso.
Quel «sbavando» è un coraggio. Spagnuolo non nobilita la decadenza fisica, la nomina. Allo stesso modo Vecchiaia sceglie il sottovoce:
Presenza al tocco dei silenzi
senza parole sussurrando appena
è brina al vetro quando fuori è sera
e il focolare ha ceneri pressanti
dei fragili ricordi.
e conclude con un’immagine di rara semplicità, «Le semplici carezze più volte / sanno fondo di bosco». Qui la lingua del poeta, che altrove abbonda, si fa essenziale, e il risultato è una pagina che potrebbe stare in qualsiasi antologia. Dies irae è un’altra delle poesie più riuscite. Il cigno che «attende Leda / ormai divenuta una chimera» porta il mito greco dentro la vecchiaia con un’ironia amara, e nel testo compaiono gli «scotomi scintillanti», parola del lessico neurologico innestata con naturalezza nell’immagine delle sere in abbandono, come fa chi sa che il corpo che invecchia ha il suo vocabolario. Il finale è audace e senza consolazione: «ma fissato il giorno della dipartenza / scommetto che anche Cristo mi rifiuta». Una scommessa, non una preghiera. Mi pare il punto in cui il libro è più onesto con se stesso. In Pulviscolo desiderio e consumazione stanno insieme («Sotto ceneri argento nascondiamo le rughe / mentre il sangue risponde al desiderio»), la carne, già nella prima strofa, «diviene memoria», e l’ultimo verso porta a compimento il titolo del libro: le regole si sciolgono «in pulviscolo». È la dissolvenza in senso proprio. Il discorso cambia nelle poesie civili. Gerusalemme, Egli tace e le due poesie intitolate Libertà e tragedia guardano alla guerra, al potere, a una religione che tace. Funzionano quando restano concrete. In Gerusalemme il bambino che «ammira le stelle / e chiede smarrito il silenzio» è un’immagine che sorprende, perché non chiede la pace ma il silenzio, cioè la fine del rumore delle armi. In Egli tace il «guinzaglio del potere» che immobilizza la fede è una formula dura e pulita. Quando invece la poesia passa alla dichiarazione, come nella seconda Libertà e tragedia, il verso si piega all’enunciato. «Libertà non è assenza di dolore. / È scelta, rischio, abisso» è bello da dire ma somiglia a un motto, ed è lontano dallo stile delle poesie sul tempo, dove il pensiero passa sempre per un’immagine. Un discorso a parte merita Quattordici anni, che mette in scena un omicidio. Parte benissimo, con frasi secche, quasi di cronaca: «La pietra. Un colpo. Sangue fra i capelli». Più avanti l’impulso diventa «atto necessario, / inevitabile, dettato dall’onnipotenza», e onnipotenza è una parola che la clinica conosce bene. Ma dopo quella partenza asciutta la poesia si ammorbidisce in formule consuete, la «fanciulla dagli occhi di cielo», e il finale si diluisce in astrazioni. Le poesie scritte per mostre di pittura, Mare e Monti, Frontiere, Tra dipinti e illusioni di estate, sono lavori d’occasione e si sente. Sono cortesi e luminose: «Il mare chiama, la montagna attende», «Ogni pennello sussurra un’emozione». Tramonto rosso, pur nel suo repertorio tradizionale, si salva con la chiusa: «una bellezza che non implora, / ma si spegne, fiera, nel fuoco». Il libro si chiude con una poesia che pone una domanda, «Chi spunterà fuori dalle tenebre?». Il poeta immagina poi un «recensore per solitudini vissute / nel gelo crudele e rozzo dell’indifferenza» capace di raccontare «le cicatrici che non hanno spazio». È un invito appena velato a chi legge, e va raccolto con serietà . Dissolvenze e sussurri non è un libro uniforme ma quando Spagnuolo lascia i colori e guarda dentro il corpo che si spegne, trova versi asciutti, veri, a tratti sorprendenti, e una libertà di tono che si concede soltanto chi scrive da oltre settant’anni. Sono le poesie su cui tornare: Arco, Vecchiaia, Dies irae, Pulviscolo, Sogno e Sepolcro. Basterebbero da sole a giustificare il libro.
Cipriano Gentilino