
Da SUDARIA del “VIAGGIO SELVATICO INCOMPIUTO”
I cucinati
Chi ha posto un coperchio di sole sulle teste
per incantarci col sorriso rado delle nubi?
Chi ha portato l’acqua cristallina alle porte
per frantumarci nel vetro dell’immobilità?
Chi soffia il vento bruciante in piena faccia
per soffocare gli ultimi neuroni del respiro?
Chi accende un fuoco di terra sotto i piedi
per spingerci all’ombra della nostra ombra?
Qualcuno ruota le pareti d’acciaio azzurro
nel soggiorno che aggiorna retoriche immagini,
qualcun’altro cucina i sogni e assaggia la cottura
sciogliendo il sale della menzogna sul fondo.
Nelle padelle dei vicini un olio bollente
continua a friggere polpi e inchiostri
ma la pentola a pressione chiamata Sud
presto per saturazione esploderà!
*
La giostra
Donna che vieni a guardare le finestre
e porti le nubi nella stanza arrossata
al tuo passo melodico la morte s’imbambola
gli orologi ritornano alle piazze solari
il campanile sentimentale canta tra i vicoli
liberando dalle funi la potenza del creato
nel nome della lingua che danza il suo nome
facciamo sinfonia di tutta la nostra terra
scambiamoci i corpi, le madri, le foglie
nel nome dei padri e dei figli che urleranno
chi entra radioso nel buio incendio
possiede già tutti i poemi celesti!
Vita che passi nell’arco del corpo
e raccogli i millenni come frutti nudi
e sbuchi dal ventre vestita di pioggia
chiamando la neve e la mistica rosa,
vita che scopri la nuca e ci sfuggi
vita che fissi l’abisso e sorridi
vita che giri e rigiri la vita.
*
Da ADAGIO LIMBICO del “VIAGGIO SELVATICO INCOMPIUTO”
Ora catalana
Facemmo sogni definitivi e volgari
come figli o feti dalle vetrate
alzammo mondi circolari, tombe
a orologeria, genocidi apparenti
con mani predisposte o pazienti
come ladri vani, con case curate
fino al furto, fino alle rate.
E il mio amore giocherà a carte
con la morte, senza barare
tra le bare, amore amore
cosa rubo se non il tuo nome?
Ci stenderemo nel fiato delle strade
nelle volte delle chiese che respirano
nella quiete catenaria, come minerali
come michelangeli d’aria tra le arcate
tra i colori monumentali di una specie
con le finestre più nere della pece.
*
Squarcio di materiali
Solo pochi soli hanno il calore
che non muore, e un cuore squarciato
dal giubilo del bruno che li assale,
il cielo della stazione non scorreva
emetteva partenze, anneriva, salutava
una panchina capovolta è decimata
nell’arrancare una visione con i freni
un arrivo del milleottocento stridente,
una volta c’erano gli uomini a vapore
che sbuffavano come carboni sorridenti
e stringevano le mani alle rotaie
un’amicizia di ferro battuto, scapola
e clavicola, una chiave segreta
di noi, che uscivamo dai toraci sudati
per respirare il secolo dormiente
tra i vagoni di un rapido resistere.
E voi che avevate le facce e l’odore
degli amici, abbracciavate il corpo
fino alle fusa, con la crudeltà degli amanti
come si fa con le navate innamorate
di un tempio, quando nessuno guarda.
*
Le viole
Suonate archi della prima volta
viole andanti come alberi al macello
su e giù per i visi che apparvero legni
bruciate le corde per una musica nuova
perdonati anni dove foste mitraglie
sulle spalle delle madri che ancora vi cercano
nei viali suonanti che furono nostri soli
e di quell’antica forza che tutto permeava
le lotte le fughe nate per ridere
tutta la vita che bevevano a fiumi
resteranno nel tempo di una sinfonia
eterna come il volto, come il leggio caduco
come l’ultimo accelerando del cuore maestro
sospeso come l’oceano da cui guardate.
*
Il vaso
Mondo è questa voce che toglie il fiato
più dello spazio logico è il seme
che scompare piantando la realtà nel suo vaso
una rosa senza spine può piegarsi ai fatti
il sangue punge sempre verso il basso
l’ubriaco è già bagnato sull’orlo della sera.
Escono come aghi dalla pelle punta
girano i tacchi e rubano le scarpe al tempo
le parole vanno vengono a carica lenta
ci ridono pagliacci dalle stupide colonie
ci fingono attori immensi come insetti
le coppie si agganciano nei circuiti amorosi
come quando non c’è più corrente
e ci si muove appena, come nascosti
nel rumore accecante di un labiale
un atto di bruciante fissità
dove ci si muore, per poco.
*
Gli arrampicati
Sulla schiena della sera arrampicati
per un soffio, una sillaba, un digiuno
mentre l’ombra ritorna nei suoi vicoli
con i fogli nelle tasche l’occhio fugge,
non guardate non seguiteci oltre
perché le case cedono il giorno
e gli amici sbucano dalle pareti
per ricordarci che l’ora è giunta:
*
In morte della Luna
Lasciò un bacio di otto anni e mezzo
sul comodino, per illuminare il letto
e il vuoto della specie, partì
con la notte, per offrire il suo cuore
ai macellai dell’alba, nel metallo intenso
di una corazza, come l’ultimo eroe barocco.
Intorno gli automi adescavano conigli rosa
dai fossati, ritornando come prede
alle famiglie meccaniche; i più casalinghi
avvolgevano il ventre in una videocamera,
gli innocenti più facoltosi avevano corpi
murati, nei palazzi di piombo dorati
e giornali per rivestire le pareti parlanti
con silenzi morti masturbanti bianchi.
L’atleta della luce ha tre giorni!
*
La nave dei fratelli
Ritorno al confine più sconfinato
oblio, amico mio, non ricordi
la trama transatlantica, le colonne
d’Ercole issate a poppa, la crociera
di una croce, gli invitati come spuma
nell’occidentale processione dell’acqua,
un pianoforte battesimale e notturno
tutti i toni del bianco e donne andanti
che venivano e divenivano note
e partiture nude della luna sonante,
la nave errante rigettò i suoi remi
per danzare con l’oceano in libertà!
Andammo nei mari delle morti sublimi
con l’accompagnamento dei delfini
col sorriso estivo ed eterno dei bagnanti
verso la nuvola dei paterni capodogli
che come dannati a vapore fumavano
sulla faccia azzurra della balenottere
e le ciminiere erano ancora una città
l’ultimo avamposto delle danze celesti
e dalla stanza accanto i vicini mortali
ciechi come orbi, dalle conchiglie armate
e dai muri acquatici, ascoltavano.
*
Acquatica
Dove nessun acquario in piena faccia
nessuna trasparenza infrangibile che guarda
nella luce delle branchie, dove piano si respira
liberando le correnti, risalendo o mutando
come l’acqua all’unisono tra le rocce
come cristalli in bilico tra l’altezza
e il suolo, quando il vento attraversa
e sfiora, perché fuggiva dal padrone
e dall’alba, come un ladro di raggi;
ed ecco l’infinita pazienza del movimento
la vita ansimante, corallina
che murena dal buio, sfreccia, brama
nella fornace dell’acqua che agita
che tutto avvolge e mesce e cresce
nella moltitudine verticale del vuoto
senza porte o finestre o mura o morte.
(Ma dove il cane nero galleggia o giace
si perde la lingua e la razza, qualcuno s’affaccia
come un braccio una rete dall’ombra
lo scaraventa al sole tramonta.)
*
Grafie della fusione
Le fotografie alle ombre perfette
del tempo – fermare voragini
allunga le braccia e le sue figlie
ogni luce geometrica è spezzata,
perché le terrazze hanno la luna
fino al gotico? La cattedrale è un viaggio.
Anche la pietra ha i sogni contati
eppure volto, quelle ombre siamo noi!
Avevo troppi amori e troppe vite
per salutarti, sapevo solo essere
l’ultimo, un giorno soltanto.
E quel fiore appassiva e fioriva
aveva un prato d’aria che adunava
non una terra terra, né una piccola casa;
ti avevo detto della mostruosità
l’avevi venerata, accolta, cullata
da tutta la vita, e ora furia
cosa trascini alla luce del sole?
È mezzogiorno in punto: uccidi!
*
Il Signor T detto Tempo
Sapeva accendere la morte a memoria
portarla alla bocca e baciarla, ad occhi chiusi
fino alla caduta, alla terra promessa
lasciando la vita come cenere al vento.
Sapeva sedurre con mani gotiche
con cattedrali di capelli mobilissimi
facendo cantare i corpi fino alla resa
al silenzio onnivoro del campo, alla brace.
Sapeva saltare nel baratro di un volto
scalare le altezze del fuoco e del fondo
e lanciarsi a picco nei meandri dell’enigma
come una cascata dalle rocce, come un mulo
dilatando le narici fino allo schianto, al volo
dell’angelo nel cassetto del macellaio.
***
GIANPAOLO G. MASTROPASQUA Medico e Maestro di Musica (clarinettista) è nato a Bari, vive migrante tra la Porta del Mediterraneo, il Colle di Santeramo e la capitale dell’Andalusia. Ha pubblicato Silenzio con variazioni (Ed. LietoColle, 2005, Premio Internazionale “Nuove Lettere”, Istituto Italiano di Cultura, Napoli, 2007) e Andante dei frammenti perduti (Ed.Lietocolle,2008), raccolto in una notte e in un’alba di cinque anni prima. Ha diretto il Lietocolle Sud Tour Artisti contro il Bavaglio, curato l’antologia fuori commercio Se/dici/anni e co-curato per l’editore comasco LietoColle l’Antologia Taggo e ritraggo sulla Poesia ai tempi di Facebook. E’ presente in Antologie, Riviste Specializzate, in Quotidiani, Blog Letterari e Radio-Tv. Ha 31 anni.
Ho avuto il piacere di conoscere personalmente G.G. Mastropasqua, non posso fare altro anche qui che apprezzare il suo talento poetico.
Grazie agli amici di neobar per averlo proposto.
un caro saluto
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Parto dalla bellezza del titolo, dal sud ossimoro di sudore e aria, e che di sud si tratta non viene non solo ribadito ma reso chiaro come un manifesto: Nelle padelle dei vicini un olio bollente/ continua a friggere polpi e inchiostri/ ma la pentola a pressione chiamata Sud/ presto per saturazione esploderà! “Cucinati” sì, nel nostro stesso brodo, ma anche una carica dirompente che sconquassa i versi: scambiamoci i corpi, le madri, le foglie/nel nome dei padri e dei figli che urleranno/. Una visione barocca che parte da Lorca e ricorda Bodini. Grazie Pasquale per questo post, un poeta che seguirò.
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Poesia davvero straordinaria! dove la musica viene percepita e scandita come attraverso le vetrate e gli archi maestri di una cattedrale gotica. Luce e ombra che si fanno pietra. Illuminante il verso :” La cattedrale é un viaggio” come la vita sale si inarca, monta, e dall'”abisso fissa e sorride”. “Vita che gira e rigira la vita”.
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Giampaolo Mastrapasqua ha scritto un’opera importante che ho avuto l’onore di leggere in anteprima. leggetelo non ve ne pentirete.
v
p.s.
un abbraccio ad Abele
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Anche io ho avuto il piacere di conoscere Giampaolo Mastropasqua, persona , medico, amico, musicista straordinario…modi essere che sicuramente influenzano il suo modo di vivere la vita e di comunicare….
complimenti….
Benedetta
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di fronte al talento ci si sente felici di esserne venuti a conoscenza.
e grati della condivisione.
grazie
cb
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Ringrazio NEOBAR e Pasquale Vitagliano per l’invito, gli autori compagni di viaggio per gli interventi (Sblando, Tontoli, Bove), in particolare Vincenzo Mastropirro per l’onore mio di ospitare suoi spartiti inediti nel libro… e Benedetta, indimenticabile amica e musa di notti andaluse…nell’opera che verrà, come direbbe Campana, c’è tutto il sangue del fanciullo!
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Il frullato
Allora
un salotto di stucchi
di mezzibusti e specchi
era la via.
Il battito di un cuore
artificiale o vero
era poesia.
Scorribande di nuvole
non di streghe
erano un quadro,
la fistula il fischietto il campanaccio
dei bovi musica.
Ora c’è stata una decozione
di tutto in tutti e ognuno si domanda
se il frullino ch’è in opera nei crani
stia montando sozzura o zabaione.
Accorcia l’ultimo tuo straccio
Bernadette, beccafichi! ora che tutto oscilla
come il latte alla portoghese,
nessuno potrà dirti chi sei, chi eri,
se fosti vivao morta, se hai saputo
che il vero e il falso sono il retto e il verso
della stessa medaglia, accorcia, butta via,
non sostituire,
lasciati andare sulle tue creme,
a fondo non andrai,
c’è chi ti guarda e chi t’insegna
che quello che trema è il tic tac
di un orologio che non perderà
tanto presto la carica!
Dal Diario del ’71 di Eugenio Montale
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Sono molto contento di aver presentato Gianpaolo G. Mastropasqua ai lettori di Neobar. Anch’egli è in “lotta” con l’eredità poetica del Novecento. Musicista con talento teatrale, la sua poesia risente di questa sua plastica dinamicità. I suoi versi si offrono con efficacia alla recitazione; sono tridimensionali. Hanno una potenza visionaria che li lega all’eredità orfica di Campana. Il costante ma discreto tono (auto)ironico ne segnano tuttavia una consapevole e promettente distanza.
PVita
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L’ha ribloggato su alessandrapeluso.
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