
Da dove viene la tua poesia?
Da uno stato, una percezione, una modalità di sentire.
Dalla preistoria del diario e dalla storia del taccuino.
Per chi scrivi, come immagini il tuo lettore?
Scrivo per mio piacere e per chi si lascia prendere dalla lettura e dalla scrittura.
Come vivi, con te stesso e con gli altri, il tuo essere poeta?
Non mi sono considerato poeta fino a ieri e oggi non sono sempre sicuro.
Apprezzo la poesia e vivo.
Penso che, come dice Sanguineti, “la poesia è ancora praticabile, probabilmente: io me la pratico, lo vedi, in ogni caso, praticamente così:”.
Come hai iniziato?
Scoprendo le onde del sentire che si frangevano dentro il mondo che abitavo.
Scrivevo cronache, ammissioni di colpa, dichiarazioni d’amore e di scontentezza, preghiere, racconti.
Scrivevo, adolescente, in una stanzetta-deposito sul terrazzo di casa, come fosse una pratica proibita.
Un giorno, al quarto anno delle superiori, il prof. di italiano Aurelio D’Andrea lesse in classe delle poesie del fratello Ercole Ugo, un fuori programma che mi aprì lo scenario della poesia che esce dal libro e circola in forma di dattiloscritto autoprodotto, e aggiunse che la volta successiva avremmo letto le mie di poesie. Arrossii.
A diciassette anni, m’innamorai di Leopardi e di Rimbaud.
La frequentazione di chi praticava la scrittura insieme alla lettura dei poeti mi hanno accompagnato in un esordio silenzioso, una specie di prove tecniche di trasmissione che mi ha esposto alle critiche di solipsismo da poeta, come mi diceva Bruno Brancher che, lette le mie poesie, mi invitava a guardare il mondo fuori di me.
Continuai a scrivere credendo nel “fuori” che io ero e nel “dentro” che era il mondo.
Come la Dikinson che viaggiava tanto pur non essendosi mai mossa.
Come ti veniva insegnata a scuola la poesia, che ricordi hai?
L’insegnamento della poesia era interessante quando i “maestri” erano illuminati.
Imparare a memoria le poesie era una forzatura, ma riuscire a dirle era anche un bel gioco. Mi è sempre piaciuto quando qualcuno citava brani di poesia in una conversazione. Mi piace il vento che la poesia fa passare tra le pietre della conoscenza.
A chi fai leggere per primo i tuoi versi?
In genere e nell’immediato a nessuno perché, a parte rari casi, non ho un immediato leggibile. Leggo poi agli amici quando le ho riviste.
Usi la penna e/o il computer?
Uso la penna, perché un taccuino è tascabile e perché mi piacciono il foglio e la penna blu. Poi uso il computer, dove travaso.
Quanto viene di getto o è frutto di lunghe elaborazioni?
Di getto mi viene spesso, ma in forma grezza.
Poi provo l’abito, accorcio, taglio, incastro, metto a posto.
E’ un piacere tornare sulla scrittura e farla diventare voce dell’allora e qui, senza la paura di cambiare.
A parte le tue, quante poesie di altri pensi di ricordare a memoria?
Di altri ricordo alcune frasi. Tornerei a esercitare meglio la memoria con la poesia.
Un consiglio prezioso da passare agli altri.
Credere nelle proprie passioni e coltivarle con i mezzi a disposizione.
Leggere, esporsi, confrontarsi, ammutolirsi, sparire. Praticare insomma.
Credere nelle voci degli altri e nella propria.
Un poeta su tutti.
In tempi diversi:
Leopardi
Rimbaud
Gozzano
Campana
Dikinson
Ungaretti
Montale
Pasolini
Acmatova
Caproni
Cavalli
Valduga
Magrelli
Lo Russo
Sanguineti.
da: TURBINANDO (1984 – 1991)
***
Ai critici tocca tagliarsi le unghie.
La gente rifiuta istericamente
la costruzione di concetti.
Io gioco
e poi ho anche gli occhi gonfi.
Che ne sarà di te
oh, pila di una radio?
*
AL SOLE DI GALLIPOLI CHE TRAMONTA A MARZO
Spegni tutte le cere
d’Oriente.
Qui
la terra è umida.
***
La mia è un grido, uno che ritorna.
Poesia dell’estremo lembo di terra
conquistata dai rumori del pensiero
ordinato.
Quale libertà ho che non la so?
Di questi tempi, in cui il pensiero si cela
nelle attività manuali e pratiche,
sento persone che stanno ferme
come scogli al mare
che si lasciano prendere
dal marino abbraccio.
Credo tante cose,
soprattutto quando ho fame,
quando lavo cucine, bagni e frigoriferi.
Vado avanti,
cioè affronto il capitombolo.
*
da: SENZA TITOLO, PER ORA (1991 – 1999)
TERRA MAGICA DI LUCE UCCIDI IL MIO NERO ASPETTARE
Per te
scogliera
dirompente
che frastagli
come corpo
il desiderio
di aderirti
schiantandomi
nell’acqua
fonda
azzurra
di colori piena
luce amarena
e melograno
e papavero
tufo
d’amore
a Gallipoli
altrove
ingoiando
partenze
immaginando
arrivi d’amore
pieni
***
Facendo la borsa per il viaggio
malvolentieri sistemo provviste,
libri, abiti.
Dimentico una giacca
azzurra.
Con la faccia di chi vive male
costeggio le ultime ore
prima di partire.
Mortifico i genitori
nel sacrificio dell’andare controvento.
Un saluto duro
lascio.
Un cenno di lacrime
e la sorte è tirata.
Partono carichi i treni che da Lecce
*
SULLA PIETRA BIANCA DI AURELIO D’ANDREA A CIVITELLA ALFEDENA
Tra boschi d’altitudini labirintiche ti cercai.
Sotto una fredda pioggia
dell’ultimo d’aprile
e un faggio che guardia ti fa.
Non ti avevo visto,
non avrei potuto,
non avevi lasciato traccia.
In un angolo, tuo padre
sembrava ghignare.
Poi indagando
chiesero di te i compagni in quel campo,
e gli occhi di quella donna si inumidirono,
mentre ci guidava verso
la tua pietra bianca di Maiella,
quasi tavola da apparecchiare,
senza nome e data,
accanto al tuo amico falegname.
Il punto era lì.
La fine del viaggio,
a ridosso d’un lago,
tra lupi invisibili e la tua voce
nelle mie orecchie di lince.
Ti ho trovato ancora
e ci siamo detti fingendo:
alla prossima!
mentre soli restammo
ognuno nei panni di chi sa.
Fermo come questa pietra,
col cuore che scioglie nodi di parole
orfane e gocciolanti,
mi giro e scatto la foto di chi non vedo,
nel lento tornare dei passi
su pietre colpite per caso.
*
X
Il pescivendolo Alfredo
in mezzo alla via grida fresco
pesce fresco pesce
fresco pesce
In un angolo
un bambino ripete pesce
fresco fresco fresco
L’altro più piccolo
che gli siede accanto fratello
esce ecco esce ecco
esce
Un gatto nero e bianco,
all’angolo di fronte,
sta
a guardare
D’estate
una cicala canta
blu.
***
I MAESTRI?
Io sono quello
che manca a me
dopo l’ultima volta
che ne ebbi
uno.
da: TACCUINO SCARSO (1995 – 1997)
***
Irreversibilmente
passando tra queste frasche salentine
osservo la vita fuori di me
e resto male, andando via,
come una cozza a cui hanno
spezzato il bisso.
***
E’ la faccia, la faccia
lo specchio di ciò che non dico.
A salutar saluto
***
“Lo scritto è il funerale dell’orale,
è la rimozione continua dell’interno”
dice Bene Carmelo.
Recidivo a questo morire scrivendo
non dico,
quindi rimuovo di nuovo
l’interiora.
***
Non pago, continuo a procedere
col fine di rendermi felice.
Non fili di lune
né orizzonti blu notte
poi questo insopportabile
dichiarare
da: FRITTI – poesie in pastella (1999-2001)
***
Piove
e io faccio cadere queste frasi sciroccate
su una coscienza bianca di foglio.
***
Il semplice mangiare che digerire non fa,
l’amaro digerire che al digiuno inchioda.
Quotidianamente torna
l’appuntamento col dolore.
Gli occhi piccoli di papà,
castani come non mai,
la nobiltà del suo essere solo.
Così i giorni passano nonostante
le atmosfere di festa con prove di luci,
botti, tv, visite di parenti più o meno visitati.
Il mio modo di affrontare la vita
deve adattarsi alla nuova situazione;
intanto dolori allo stomaco
cominciano.
La carica degli amici è diventata
cerchio di conoscenze.
In questo la Buddità?
***
Niente biografia nella finzione del delirio.
Case su case, cose sotto le case,
case scasate, case mutuate,
case scarse.
Famiglia annoiata, scomposta.
Lavoro noioso.
Serata divertente,
silenzio sotterraneo,
scrittura che ricomincia.
Rapporto separato,
mutande mantenute, desiderio compito.
Una bella casa giù da finire,
una piccola su d’acquistare.
Ancora senza àncora.
da: TACCUINO BLU (2009-2011)
*
SENZA TITOLO
L’imperativo della parola
chiede una voce.
Sono come nella periferia
di un paese del Capo sul mare,
con una vista e un vento battesimali
e navigo come viaggiatore con radici
a strascico.
*
POSIZIONE
E’ sempre il solito tragitto imperfetto che percorro,
senza mai traguardare il primo, il massimo, il soprattutti
e poco spazio resta per il comunque.
Comunque vada, sarò.
*
LES AMIES
Mostrano denti con lo spazio in mezzo
e mani che chiudono a metà un ventaglio di sorriso.
I capelli biondi fatti ad arte sanno di varietà
e sbadigliano le facce senza conclusione.
Ai piedi hanno infradito discriminanti
e alle braccia orologini d’argento
a prova della successione degli effetti.
Immagini in uno specchio,
specchio di una certa qualità.
*
SCHEMA SEMPLICE
Che poi un colloquio non si nega
se c’è l’urgenza e la necessità
e allora ti ascolto accorto e accorato
per niente dileguato nella giungla delle voci
sostenendo appena un teorema che si spoglia.
*
CRONACA MINIMA
Esigono prese di tono e compostezza di gesti
le conversazioni ingenue che poi si guastano
con una manipolazione da fumetto.
Come dentro un’esibizione da cronache felliniane,
giocare all’oca e raccontare
una singolare sola unica storiella che non c’è
e in attesa di chiudere lasciare aperto.
*
BOLLE
Con una scrittura di parole povere,
indago gli stati dell’anima,
in un corpo che come macchina va.
Il tempo libero ricerca il massimo dal minimo
e al solito arriva,
mi sfrego allora le mani come un villano
sdraiato sul divano che espone le sue lamentazioni.
*
DUALE
Per perdermi mi sono perso
in una serie lunga di boccate di fumo.
Che eleganza!
A ritrovarmi ci provo,
solo per qualche ora
poi divento ladro
perché non mi perdo
l’occasione.
*
COME UN CAMMINAR ACCOSTATO
Ferite tostate come fiori da mangiare,
sorprese imbandite come involtini rivoltati
dall’incerto atmosferico tempo,
a primavera iniziata.
Quel che tira nella vita
è la pretesa di non muoversi,
disastroso proteggere sé stessi
dalle intemperie di sé stessi,
come un camminar accostato
lungo le case degli altri,
in cerca di quella
che sembra difficile abitare.
*
SENZA TITOLO
Qualsiasi parola va bene per iniziare un verso
anche se non trovo quella giusta per dire.
Sì, scrivo poesie.
Le scrivo in casa con quello che ho.
A volte sono ciambelle,
altre latte rovesciato.
Imbarazzanti quando sono franche,
dure quando scendono in basso.
Qualcuna sorride come avesse denti da mostrare,
altre invece vengono ammassate nelle casse
come foglie di tabacco d’esportazione.
E quando mi è negata la passione
mi scade subito il permesso
e chiudo allora l’intento linguistico,
per blocco formale.
Gli occhi intanto dormono
un sogno che poi non ricordo.
*
FIGURINE
Superata a mala pena un’angoscia da adorazione
per la povertà di supporti umorali, ieri sera.
Cosa non si fa per non avere pensieri che pesano,
ma quello che ci fa esitare non ci fa evitare
noi che ci troviamo a latere silenti.
E’ vero dunque che la calma rende forti
se si aspetta che passi la notte come una buona pena.
*
QUEL TRAM VIOLENTO DI ROTAIA
Quel tram violento di rotaia
gira strada e cambia via
lungo i marciapiedi la cioccolateria
a rubare sguardi che fanno scendere
chiamare forte e non sentire mai
cadere a terra e poi morire.
Versi fermi al rosso questi
gialli e verdi come pappagalli
senza penne e pure galateo
che sanno confondere nel cucire corpetti
di carta azzurra di un azzurro Cina.
Scendere di scala e rimanere cicala
trasparente e vuota
di metamorfosi kafkiana
e buona sia la notte
che è passata un’acrobatica giornata.
*
SENZA TITOLO
Voglia di fare zero in condotta
quella che porta dall’altra parte del mare
che lo sembra a Lisbona il fiume che divide
e che fa mettere alla finestra a guardare.
Non fare per piacere dualistico e morale
andare in centro e poi tornare
prendere il tram e dunque scricchiolare,
come dal Zivago la corsa a piedi citare
dietro a un visionario possibile amore.
*
HO MESSO IN VETRINA UN PO’ DI VERSI
Ho messo in vetrina un po’ di versi,
frasi impastate e lievitate molto
che appena cotte hanno acquistato colore
pur con una forma un po’ sbilenca.
Ho aperto quindi bottega questa sera
e qualche passante ha chiesto a me notizie
di quella massa che non sembra sfami
le pance bianche degli intenditori.
*
SENZA TITOLO
Dopo giorni di casa
a sistemare le piante in giardino,
le carte di famiglia, le mie,
parto per Roma
lasciando – tra rossi papaveri
e margherite di campo –
chi amo e chi no
e chi un po’ soltanto.
*
SENZA TITOLO
Non so se l’attenzione che occorre
nel girare una pagina –
quando fitta aderisce alle altre –
sia bravura che si acquisisce
dopo l’errore di girarne due
(di pagine), oppure sia
trepidazione di non seguire
lo svolgersi delle parole scritte.
Forse però è un problema
di umidità della carta
o delle mani vuote di aggettivi.
L’appuntamento con Poetry Lab ha preso inizio nel settembre scorso e ci ha donato, con un intervallo più o meno di una settimana tra una proposta e l’altra, le riflessioni di diversi poeti sul loro fare poesia. Un piccolo spaccato di pratica poetica che si è rivelato un laboratorio aperto per tutti noi . Non tutti gli invitati hanno risposto subito, e del resto non ci siamo imposti affatto limiti di tempo; questa è la ragione per cui non ho mai completato il mio (mi riesce difficile forse fermare per un attimo il flusso e riuscire a dire qualcosa che “duri”) e questa è la ragione per cui ho deciso di proporre la pagina dedicata a Vincenzo insieme a tutte le poesie scelte. Potevo dirgli che per Poetry Lab chiedevo tre poesie appena, di fronte alla sua generosità? A Vincenzo mi unisce la stessa striscia di terra, il Salento, mi sento così di casa nei suoi versi, da distingure la sua parte di mare, quella jonica, di Gallipoli per intenderci, dalla mia, l’Otranto/ Santa Maria di Leuca . Grazie Vincenzo per questo tuo preziosissimo contributo.
Abele
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Abele,
ti ho quasi lasciato vicino casa questo pacco e sono andato via.
Mi sono preso un pò di tempo nel prepararlo, per il tuo stesso motivo: fermare il flusso.
Credo però sia difficile e perciò ho messo insieme riflessioni e poesie (più di tre) e te le ho “portate”.
Grazie per il movimento che crei.
Un abbraccio.
Vincenzo
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E’ sempre nuova, questa piccola, antica felicità che crea palpitazione.
Leggere è sentire l’immagine
leggerti è realtà che si fa immaginazione,
filo di spago che vibra tra parola e parola.
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Antonella,
tu dici “filo di spago” e io ti ringrazio per tutto ciò che piacevolmente evochi.
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Un’ammirata scoperta queste poesie. Complimenti. Un autore da seguire.
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Grazie Loredana.
Un saluto a te.
Vincenzo
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Mi sembra una poesia che ha le caratteristiche del parlato più che dello scritto, ma non un monologo, un dialogo sembra ci sia sempre un interlocutore che a suo modo risponde, interlocutore che forse è costituito dai frammenti di cose e parole del mondo, ciotoli di mare, grida di pescivendoli che si attaccano al discorso come una calamita man mano che procede per la sua strada.
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Sì! E’ vero, Giancarlo, è più parlata che scritta questa “storia”.
Grazie per aver scorto l’interlocutore che risponde, le calamite.
Saluti cari.
Vincenzo
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“Scoprendo le onde del sentire che si frangevano dentro il mondo che abitavo” sembra essere l’inizio di un poema: quello che vincenzo Errico ha scritto e che ancora scriverà nel suo percorso di autore e di uomo. C’è in questa risposta un’unità metrica che sottende un modo spiccato di essere e che consiste nello stare in ascolto, nel sentire, nel percepire le onde di un mare vasto e sonoro che ci ri-suona dentro e che ci rende vivi ovunque noi siamo, in qualunque circostanza.
Un saluto,
Rosaria Di Donato
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Rosaria,
ti ringrazio per il commento e prendo bene l’augurio di continuare a scrivere all’interno di un percorso…
Un saluto a te.
Vincenzo
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Vincenzo Errico è poeta “quotidiano” sensibile ma metallico, generoso ma tagliente. Poesia-Viatico. Grazie.
PVita
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Pasquale,
grazie per ognuna delle parole dette.
Un abbraccio.
Vincenzo
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Una piacevole sorpresa, mi sono messa in ascolto e lenta, come una voce che quietamente dispone il mondo tra le cose familiari, ho visto che andava configurando una casa in cui nulla mancava. Grazie all’autore e ad Abele. fernanda f.
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Fernirosso,
è bella l’immagine della casa che si configura in cui nulla manca (un pò il viatico di cui diceva Pasquale). Grazie a te.
Vincenzo
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al di là delle atmosfere di una comune origine, di Vincenzo mi muove quel sotterraneo insistere su un’ acuta richiesta di senso, che fa alta la sua scrittura, come da:
“Quotidianamente torna / l’appuntamento col dolore”.
una poesia la sua, su cui fermarsi a riflettere, per coglierne la luminosa umiltà e il sapore quotidiano d’ironia-destino :
“Sì, scrivo poesie./Le scrivo in casa con quello che ho./ A volte sono ciambelle,/ altre latte rovesciato.”
a presto rivederti e “scambiare”, Vincenzo!
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E’ bello quello che dici, Annamaria, e ti ringrazio.
“Il sotterraneo insistere, la richiesta di senso, il sapore quotidiano d’ironia-destino”: sembra esserci questo nella scrittura che si è manifestata e che attrae il mio interesse.
Un abbraccio e a presto.
Vincenzo
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Ho letto quest’intervista e le poesie che la seguono con vero piacere. Conobbi Vincenzo Errico molto tempo fa e apprezzai la sensibilità che sapeva esprimersi in selezionate e distillate parole. Ha continuato dimostrando la sincerità del suo impegno verso la scrittura (e verso se stesso).
Un caro saluto.
Salvatore.
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Sono particolarmente legato a Salvatore Colazzo che ha voluto offrirmi, un pò di anni fa, la bella occasione della prima pubblicazione…
Mi fa piacere leggerti qui e ti ringrazio per l’energia che infondi.
Un caro saluto a te.
Vincenzo
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E sempre magico sederti accanto ed ascoltare le tue parole alate…
Grazie dei tuoi cieli e di quel fiore di campo che non ne vuole sapere di appassire.
A presto
Vincenzo
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Un grazie anche a te, Vincenzo, per le tue parole “alate” e per tutti quei fiori di campo che continuano a nascere.
A presto.
V.
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“Continuai a scrivere credendo nel “fuori” che io ero e nel “dentro” che era il mondo” (Vincenzo Errico).
Trovo rivoluzionaria questa cosa, credo che la adotterò nel pensarmi e nel pensare al mondo.
E il lampo abbagliante nel definire la poesia di Vincenzo Errico, da parte di Pasquale Vitagliano? “… è poeta “quotidiano” sensibile ma metallico, generoso ma tagliente”, sensazione che io stessa ho avvertito da subito, la poesia di Vincenzo è fatta di luce e calore ma scrive scattosa di taglio, tende a sorprendere il tempo, che incide di lato, un po’ come i gatti in guerriglia (un po’ ridenti e un po’ tremendi, quando schizzano in diagonale).
Felicissima che tu non ne abbia lasciate solo tre Vincenzo, è stato un vero piacere leggerti.
Doris
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Doris,
che dire se non grazie per la “rivoluzione” che pensi di adottare, per il “lampo abbagliante” di Pasquale Vitagliano che condividi, per lo “scatto di taglio” e per il gatto.
Un caro saluto.
Vincenzo
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La poesia mi è sempre sembrata una lingua molto straniera e certamente non fra quelle che ho praticato, ma non credo di sbagliare se lascio anch’io una piccola testimonianza, non sulla poesia di Vincenzo, ma sui commenti degli altri. O meglio, su quello che mi hanno insegnato.
Di poesia ne ho letta, ma mai veramente compresa, come se non ne indovinassi mai il registro o ne ignorassi il segreto codice, restando spesso perplesso come un profano di fronte ad un’opera di arte astratta.
Oggi invece, come uno Champollion e la sua Stele di Rosetta, scopro nel confronto e nella coincidenza fra le analisi sulle poesie di Vincenzo in questi commenti e la mia esperienza di convivenza con lui, la natura della scrittura poetica: dev’essere una lingua dell’anima.
Comprendo ora che chi scrive e chi legge parla con l’anima di anime: la propria, l’altrui, quella del mondo e delle cose.
A voi “addetti ai lavori” parrà una scoperta banale, ma innanzi a me si è aperto oggi un nuovo e favoloso universo.
grazie
pierpaolo
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“Credere nelle proprie passioni e coltivarle con i mezzi a disposizione.
Leggere, esporsi, confrontarsi, ammutolirsi, sparire. Praticare insomma.
Credere nelle voci degli altri e nella propria.”
Queste parole sono l’inizio, la scintilla che sta alla base dell’attività di ogni poeta e scrittore. Ho riconosciuto nel Poetry Lab e nelle poesie scelte di Vincenzo un fondersi indissolubile tra vita e poesia. Direi un non “accettare mai il compromesso” tra vita e poesia, ma unirle insieme passo passo, occasione per occasione, riflessione su riflessione, dialogo su dialogo, silenzio su silenzio … Un “Praticare insomma” a tutto tondo. 🙂
Ciao e grazie!
Fernando
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Grazie, Fernando e buona pratica a tutti noi.
Vincenzo
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I tuoi versi sono un alito di vento che viene da lontano e che riassaporo volentieri perché mi parla di Vincenzo..perché è Vincenzo.
una bella emozione.
grazie
Irene
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Ciao Irene,
sono contento di sentirti qui.
Un abbraccio.
Vincenzo
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ciao, Vincenzo.
ci sono.
leggo
la bellezza della tua poesia.
cb
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Ciao Cristina,
un abbraccio.
V
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di solito quando leggo poesia di oggi non capisco nulla e di conseguenza non mi piace… anzi, mi irrito pure….non capisco e mi irrito. Parole astruse e nessuna emozione..
Quando invece le poesie dicon veramente qualcosa si fanno capire e sono pure belle… non c’è niente da fare…..
E i tuoi giochi di parole sono proprio carini…
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Grazie Filippo,
amico dei giochi di parole.
Un caro saluto.
Vincenzo
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“Scoprendo le onde del sentire che si frangevano dentro il mondo che abitavo”
anch’io sottolineo la stessa frase indicata da Rosaria, e certo, Abele, non si poteva “dire di no” a queste poesie, che mi sono piaciute per il loro “lievito” fresco, per l’impasto finale quotidiano e ironico e anche per la loro messa in forma.
Per usare i versi stessi:
“Ho messo in vetrina un po’ di versi,/frasi impastate e lievitate molto/che appena cotte hanno acquistato colore / pur con una forma un po’ sbilenca”
“Io gioco /e poi ho anche gli occhi gonfi. /Che ne sarà di te / oh, pila di una radio?”
Grazie
un saluto a tutti
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Grazie Margherita,
un cao saluto a te.
Vincenzo
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