
hungry sweet melody
sweet, sweet, my hungry sweet melody, sweet…
osserverò le piume alzate contro il vento che
il tuo gorgheggio solleverà nel vuoto intabarrato
e lì, a colpire dove il fianco è muto e
cola l’ombra – rovesciata –
sulla rotondità del giglio oscuro
reciderò gli stami
scivolando al fondo di quel ringhio d’altro canto
da serrare, tra le mie parole nude
erano i giorni delle unghie scheggiate
tra gli spazi tanto freddo e
il ruvidore precipitava l’ululo
a lisciarle sulla faccia ma, non era la paura
a stringere nei nastri l’andirivieni di quel fronte
che vedevo nei suoi occhi
piuttosto un velo, patinato su quel bianco
sopraggiunto come schiuma di
– distacco –
*
il latte sulla porta
come una marea
che – liscia e liscia –
passi questa tomba scabra
come bocca disseccata e
a nulla vale il latte sulla porta
l’andirivieni della notte con i suoi alterni opali
pasti indotti, di una giovane falena
tendimi la pelle
fanne un tamburo per giorni muti
quando a sgranocchiare ore non ci penseranno i denti
ma una lingua, che si farà lasciva
nel porgerti le scuse d’essere stata onesta
ti laverò dal mio peccato – non del tutto – originale
luciderò quella salsedine, trama su papille scure
sarà l’estinguersi del solco a brindare al ventre storto
*
Il balzo
Come una stretta (ma no, è fretta)
di polmoni latrati
e un cuscino appoggiato, a rapprendere il balzo
potrei morirmi tra le braccia – ora –
tanto stringo quanto manca
soffocando di parole inerti
restituendo al mondo quanto non ho tolto
– finalmente dirlo – nel lasciarlo andare
precipitarlo con un vestito sceso, scalciato sotto il letto
e chiuderò la stanza la pelle a raggrinzire
orrendamente offerta a quanto più non voglio
Sfregavo il ghiaccio e mi sfaldavo io
sopra giorni rattrappiti, schiacciati
come insetti sul soffitto
ne sgombrerò la vista con un gesto freddo
zucchero negli occhi asciutti
quanto il tuo restarmi dentro – eterno – d’umido sgranato
ex voto, cera dura a lume spento

oppure un
sarà come lavarmi il viso
sorprendere di fresco gli occhi chiusi
e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde
.
una goccia – estrema – capace di curvare l’angolo
che anche il fuso Rosaspina, inciso il polso
piange sonni e sangue immacolato, le voglie di paglia
la sete inappagata, hanno muso di sterpo e teche
a sorreggere le gambe, la corsa fuori
nuda oltre la tenda, ha voce di sabbia
.
“non avrei saputo dire il nome come simbolo d’amore”
un suono affastellato sulla lingua o rumore vicino l’ombelico
un pensiero di vento, oppure un vento che recita il tuo nome
all’improvviso, come vita in origàmi (o voli) sulla tua carne bruna
*
il ripiano
non conto più i giorni passati
i tasselli imprecisi, le scriminature – sostegno –
all’altra metà del vero
.
il gene d’ombra si congiunge in filigrana
quando sgocciola la linfa per lo sguardo che s’imbuta
“basta spostare la frangetta e gli scheletri scompaiono”
.
fissità perimetrali stile liberty (trompe-l’œil)
nasoboccacollo di dinieghi, ghirigori appassionati
come feti in formalina (dagli occhi puntuti, neri)
.
i contorni sono tagliole, lemmi da dottore
“fuori la lingua” a serrare permessi
che trillano, infantili, come già pazzi rettili osceni
*
MetroNOmia (tema di)
Nel molleggio ipnotico
di una coda bianca
metronomia toltami dagli occhi
scorre – poi – il cilindro della vita
.
alla tempia quel gennaio
ripetutosi nel rosso
divorante/dissipato tra le cosce
che i giorni contati (tiratura limitata)
sono proiettili di gomma “per signore”
filano e nemmeno te ne accorgi
.
non lo sapevo allora
lo credevo malattia, vincolo segreto
da scontare in mimetica d’assalto:
il grembiule d’ordinanza
giusto il fiocco esonerato
a pareggio forse, dello stesso colore
s e g n a l e t i c o tra i banchi
.
Ora servo una cortina
si studiano le mosse, se si brucia è d’immenso
si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli
solo – si osa – abbassare lo sguardo
così, come un grilletto
C’è in questa raccolta di Doris una certa distensione del verso, pur rimanendo intatto il suo dettato “spigoloso” e di attraversamenti, il porsi “tra” e l’anelito ad andare oltre; quell’ uscire dal corpo che ne fa una poesia tattile: tendimi la pelle/fanne un tamburo per giorni muti/.
Intatta è l’attenzione al ritmo, la raffinatezza dell’allitterazione. Trovo inoltre un recupero di echi, che dall’intreccio fitto e vorticoso apre a a una luce rasserenante: sarà come lavarmi il viso/ sorprendere di fresco gli occhi chiusi/ e sbatterli di nuovo (e ancora) menta fino al verde/. Anche in questa raccolta emerge l’impronta “visuale” (il ripiano), il tutto con-tenuto nel lucido “tirare i fili” di sempre: MetroNOmia (tema di).
Grazie Doris.
Abele
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La poesia di Doris è inconfondibile, sua, spigolosa a volte, come dice Abele, ma proprio in quella segmentazione si respira l’affanno del vivere, la sua capacità di scalare le stesse parole, travolgerne il significato con la passione di chi l’esistenza la vive centellinando emozioni, trattenendo il respiro. Si avverte l’eco del grido, essendo quello abilmente celato tra i versi, ma a un cuore attento, a una mente che ascolta, non sfugge, e aggiunge altra significanza alla sua poesia.
cb
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c’è una storia dentro ogni storia, e la racconta come fosse sasso.
e ce lo scaglia, come fossimo noi il suo peccato.
sì, tira i fili, ma non li spezza. e mi spezza il cuore, la bellezza che vedo, in ciò che ho letto.
grazie cari, abele e doris.
simy
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Un grazie di cuore ad Abele. Per l’attenzione dedicata alle mie “dimensioni parallele”, al suo modo preciso e sensibile di raccontarmene la percezione derivata, in modo che io stessa possa comprendere meglio la radice dei miei “apparecchiamenti”.
A Cristina, anche a lei, per avermi così ben – sentita – riportandomi quella dimensione stessa che provo quando scrivo.
A Simonetta (Simibumbi), è vero, il sasso, sì, credo di sì, sento la necessità di scagliare le parole, fortissimamente (mi hai commosso anche tu).
Grazie amici cari, un saluto, anche per chi passerà magari più tardi… ciao a tutti. Doris
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doris, sempre bravissima e acuta..
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Nella Poesia di Doris, trovo molte delle ansie, urgenze, spigolature che popolano anche i miei versi. E’ una specie di riflesso che mi porta in un territorio a me non sconosciuto. Sembrano senza dolcezza alcuni passaggi, una ruvidità impietrita nella difesa, un modo per reclutare ogni possibile spiraglio con la forza di chi non ha paura di guardare. E’ una Poesia che definirei coraggiosa, che si ferma a tirare sospiri di sollievo di tanto in tanto, per poi proseguire dritta alla conquista di un significato vero e senza fronzoli. L’uso della parola è preciso, stilisticamente perfetto, ermetico o chiarificatore al giusto momento. Grazie Doris e grazie Abele per la proposta
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Quando su Neobar c’è la poesia di Doris, io di certo non me la perdo! Come non perdo l’occasione per segnalarla – anche in questo spazio – come una delle voci più dotate, espressive, raffinate e moderne nel panorama poetico contemporaneo.
Dice bene Abele: la poesia di Doris è “spigolosa”, ma ogni spigolo è sensibile: costringe sempre a un cambio di visuale, a una svolta percettiva in un contesto frammentato – straordinariamente delineato – di dettagli e primissimi piani.
Doris è anche maestra del tocco. Capace di rallentare il tempo, di indirizzare la mente sul gesto, di affilare al massimo il verso nella sensualissima e femminile, perenne e strenua lotta tra passione e gelo.
La sua è Poesia d’istinto che, a un certo punto, accade! Vera, inesorabile e senza sconti. Per leggerla bisogna essere disposti a lasciarsi travolgere in un vortice, a esplorare tutti i toni del rosso, a bruciarsi e, non di rado, a tagliarsi.
Grazie Doris, per i tuoi versi. Ti sarò sempre debitrice di tanta emozione!
(Paola Puzzo Sagrado)
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“La sua è Poesia d’istinto che, a un certo punto, accade! Vera, inesorabile e senza sconti. Per leggerla bisogna essere disposti a lasciarsi travolgere in un vortice, a esplorare tutti i toni del rosso, a bruciarsi e, non di rado, a tagliarsi.” (Paola Puzzo Sagrato).
Cito Paola perché, a mio avviso, con questa affermazione, è andata a toccare il centro brulicante di passione parossistica della poetica di Doris, il luogo dove il sangue rimane fluido e si autogenera per vibrazione, scontro e fusione di grafemi e fonemi. Doris Emilia Bragagnini è l’estensione della sua stessa poesia, condensazione di un astratto che diventa materia e poi parola!
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Stamattina, rileggendo questa raccolta, mi è venuta in mente una melodia di violino vigorosa, dalle preponderanti note basse che fanno da sfondo, quasi una in una simbiosi viscerale, all’aprirsi di tanto in tanto a sonorità più delicate, acute e chiarificatrici. Una melodia direi sperimentale, fuori dal comune che si spinge oltre, senza paura. Paure come quella ad esempio, che molti scrittori hanno, di coniare nuove parole, fondendo significati e sonorità. Espediente in cui Doris riesce in modo potente, magistrale e innovativo.
Ebbene sì, secondo me la poesia di Doris è un sapiente mix di angosce e schiarite come lampi, una poesia immersa nel vivere quotidiano intrisa di quella femminilità che si strugge e s’interroga per quanto avviene al di fuori e dentro di sè. Poesia che interiorizza ogni tipo di rapporto, soprattutto quello amoroso, e successivamente lo traspone alla realtà, che viene guardata attraverso questi unici e solo suoi, occhi speciali. Uno sguardo dotato di quell’attaccamento e di quell’affetto che mai si risparmia di fronte alla vita.
Ciao Doris, grazie per il tuo scrivere. 🙂
Fernando
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Per ora, ma avrò certo modo di riparlare di queste e altre poesie di Doris, mi soffermo sul titolo, perché, a mio avviso, contiene un elemento specifico di questa poetica:
l’elemento dell’ accoglienza che nutre (il latte, sulla porta che si presume si apra, così come si apre la porta della scrittura ad accogliere il bianco della pagina che nutre e si lascia, a sua volta, nutrire) e quello del distacco (di nuovo la porta, che in questo caso lascia fuori il latte, ciò che nutre dolce, mettendo in risalto il taglio, la lacerazione (che diventa poi verso di lamina sottile, ancorché sonora) come detto dagli stessi versi in questo passaggio bellissimo:
“si contano le pecore, si ammaliano gli agnelli /solo – si osa – abbassare lo sguardo /
così, come un grilletto / ”
Osservo che le pecore-agnelli riportano al bianco, al loro vello caldo e dolce….che scorre setoso come latte…
Per ora questo e un grazie alla poesia di Doris, alla sua capacità di accoglierla (intendo la poesia tutta, anche quella degli altri autori) e ridonarla.
un caro saluto!
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Roberto, Federica, Pao, Sebastiano, Fernando, Marg, anche per voi , mi è sempre difficile dire qualcosa accanto al “corpo del reato”… perché un po’ (per me) è violare la mia voglia di nascondermi, quella di dirmi, anche se in poesia. Impossibile credo, sia darvi l’idea di cosa significhi la vostra lettura, sappiate che salvo le vostre parole, in un file, su un foglio, ma soprattutto nel cuore. Lo so, sdolcinata, poi mi punirò :-), giuro! Ciao, grazie amici.
Doris
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tu non sei miele, Doris, sei linfa!
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