Sotto lo stesso tetto
Non m’importa che tu vada a puttane
in fondo chiami puttana anche me
sotto lo stesso tetto ogni giorno
strappandomi di mano le camicie
buttando la mia cena dentro al secchio
cercando un compare in nostro figlio
che ridacchia delle mie cosce gonfie
e del mio culo troppo grosso.
Non m’importa sotto lo stesso tetto
gli inferni s’inabissano
le parole si confondono
livide rabbiose unte
come le mie mani
che alla domenica controlli
perché nessuno veda lo sporco
che mi hai infilato a forza nelle unghie.
Non mi aspetto nulla sotto lo stesso tetto
è tutto lecito e anche logico come
la vergogna
ospite nella stanza delle scope
non ha altro posto dove andare
e lo sciacquone copre il suo lamento
si mischia alle tue urine.
Ed ora stendo le lenzuola a pizzi del mio corredo
e impreco su mia madre e sulle donne e su me stessa
e sui letti su cui dormi veloce con la schiena sudata
lontano da questo tetto in cui hai murato il mio cuore.
*
Il fioraio
Accanto alla via del cimitero
mi apparecchio due volte a settimana
un piccolo negozio sul fiorino
ho crisantemi, dalie, margherite,
ogni colore per anime ferite.
Ma se potessi, Rosita,
fiore sbiadito che per la strada
fai la vita, li donerei soltanto a te
che nei giorni d’inverno
sembri una foto su un altare
e ti tremano i fianchi da far male.
Che se ne fanno i morti, di quei fiori,
perché non vedono i passanti che tu muori
accarezzando un corpo sconosciuto
ti sposerei, ma tu non hai voluto.
E allora vago all’imbrunire in questo coro,
parlo coi volti affissi su una lapide,
mi confido con loro, che sembrano capire.
L’attesa qui è un silenzio senza fine.
Rosita, vieni a casa, due stanze con balcone,
io non guadagno molto ma per te potrei rubare
toglimi i fiori che non riesco a respirare.
Vieni Rosita, si può ricominciare.
L’hanno detto anche i morti che soli si sta male.
*
Canti di paese
Cara Irma, da quando mi hai lasciato
la cucina si è incrostata di caffè
il pavimento è diventato il calendario
dei miei giorni di Alzheimer,
nessuno che cancelli il tempo andato.
Irma cara, ti avevo promesso
il ritorno in paese, un piccolo orto
e una pensione operaia,
ma tu cocciuta te ne sei andata prima
non c’era robustezza ma solo volontà
nel tuo corpo invecchiato.
In questo alveare morirò, accostato
al pane che mi restituisce in briciole
questa grande città, non l’abbiamo
mai amata ma ci ha dato i figli
che ora mi visitano come si visita
una tomba, ogni domenica
o anche il martedì, quando va bene.
Io vado e vengo, soprattutto aspetto,
coi miei compari di panchina
che la morte si allontani,
e quando torno a casa, sull’ascensore,
se salgo con qualcuno non voglio salutare
e mio malgrado un braccio tremante mi tradisce.
A volte in questo immenso rifugio di cemento
vedo corpi di donne ma sono uomini,
a volte hanno un colore oscuro o acerbo
a volte portano il velo o strani cesti
e non so se sono donne, o uomini.
Forse sono solo i miei fantasmi,
Irma cara. Mi visitano nelle ultime ore
abitando oltre questa parete
da cui salgono i canti sconosciuti
di chissà quale paese ignoto
cui non faranno ritorno, come noi.
***
L’ultimo libro di Paola Musa,
“Ore venti e trenta”: un TG della sera in versi.
“Accarezza la terra del figlio che verrà, perché il figlio che è andato non abbia costruito invano il suo passaggio” con questo inno “ecologista” Paola Musa apre, con il prologo dal titolo “Civiltà”, il suo ultimo libro, dal titolo “Ore venti e trenta”
continua qui

“un TG della sera in versi”, dicono le note, incluse nel post, che accompagnano il libro di Paola Musa. Immagine non proprio azzeccata anche se aiuta a indirizzare il lettore sulle tematiche che affronta il libro, o piuttosto su un certo realismo che lo contraddistingue. Queste tre poesie, molto belle, ci propongono una prospettiva che va oltre quanto e’ semplicemente testimonianza, presa di posizione. Hanno, infatti, il dono di tracciare dei sentimenti e raccontare delle solitudini annullando le distanze tra noi e l’altro; grazie a un lavoro, molto riuscito, di immedesimazione e controllo della forma.
Un grande grazie all’autrice e a Maurizio per avercela proposta
Abele
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Poesia di autentica vita, emerge dai versi il canto attento, empatico, partecipato di un anima che con compassione testimonia la bellezza intrisa del pane della sofferenza.
Grazie
Antonella
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Che bellezza. se potessi aggiungere direi un TG della sera in versi che guarda gli sguardi.
Veramente un grazie per questa proposta che in questo momento mi serviva e ri.appacifica alle parole.
Paola, bravissima.
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Non lo conoscevo…le sue parole colpiscono dritto al cuore, come i grandi poeti sanno fare.
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Davvero tre scritti stupendi. C’è tanta umanità in questi versi. Complimenti! Piacere di conoscerti Paola!
Fernando
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…un pugno allo stomaco, com’è la vita di ogni giorno… così è la poesia.grazie.
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Dal dolore nasce la poesia e questi tre componimenti sono tre pugnalate al cuore di chi sa scrivere versi reali
complimenti a gli autori
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Grazie di cuore per i vostri commenti partecipati…l’idea della raccolta e’ quella di raccontare gli individui, le piccole storie del quotidiano, le periferie – per parafrasare Pier Paolo Pasolini – nella loro ‘disperata vitalità”,
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Grazie, gentilissima Paola, di questa poesia che fa proprio quello che io mi aspetto: come dice lei, raccontare gli individui, le piccole storie del quotidiano, le periferie… la poesia necessaria, quella che serve, insomma… Nella mia città, Parma, in questi giorni, si tiene un festival della poesia. Lo facciamo ormai da anni, io offro il mio piccolo contributo leggendo i lavori dei poeti che vivono e lavorano qui da noi, ma arrivano anche importanti ospiti stranieri, poeti ormai…laureati. Sarebbe bello averla tra noi, il prossimo anno: cercherò il suo libro, lo proporrò ai nostri organizzatori. Mi ci sento… a casa, nella sua poesia. La saluto cordialmente, Rosanna Varoli
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Cara Rosanna, leggo solo ora il suo post…grazie per le belle parole. Se non dovesse trovare il libro, mi scriva al seguente indirizzo: paola.musa@libero.it. Faro’ in modo di spedirglielo. Un caro saluto. Paola Musa
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