"La finestra di Ames" di Giacomo Maria Leoni (gramuglio)

photo Matteo Verre
photo Matteo Verre

Christine non è altro che un’ennesima bionda, ma ha dimenticato tutto. Com’è iniziata, il vino bianco, casa mia, la festa nel palazzo, la corsa in taxi. Ha detto che l’unica cosa, sì, tra Am Brill e il ponte della stazione centrale, qualcosa è successo, che era tutto un po’ molle, indefinito, amorfo, come quando gli occhi si inumidiscono sotto la doccia.  Dice che il taxi ha rallentato e siamo diventati tutti una melma fluorescente, traslucida, e da lì la sua memoria è sparita. La prima volta dopo così tanto tempo, e Christine ha dimenticato tutto. Il mio bagno interessante, le scale pericolose, l’uomo del treno che, in tutta onestà, era identico al soggetto di un quadro che sta in casa mia da prima che nascessi, quello del prete che tira a canestro, impercettibile. Christine non ricorda nemmeno i due Campari Spritz sulla terrazza dell’Atlantic Hotel, anzi, ha tutta l’aria di non sapere minimamente di che luogo si tratti. Mentre penso che ci vorrebbero delle cinture di sicurezza anche a letto, Christine dice, hai ragione, e lo scandisce bene, guardandomi coi suoi occhi glaciali dritto nei miei occhi traslucidi. Hai ra-gio-ne, piano. Eppure non ricorda neanche quello che ci siamo detti la mattina, tre ore, mentre guardavamo l’orologio ogni venti minuti per capire quanto tardi saremmo riusciti a fare. Christine ha dimenticato perfino di avere un orologio enorme sulla parete sopra la porta d’ingresso di camera sua, un orologio così grosso che può leggervi l’ora anche senza occhiali. A dire il vero, Christine non ricorda nemmeno che il suo nome, per essere precisi, è Kristine. Mi chiede, ma il tempo, normalmente, scorre in quattro quarti?, e non ricorda le uova strapazzate alle tre di notte, il cuscino ripieno di noccioli di ciliegia, il discorso delle scimmie e delle banane. Il maglione di suo padre, enorme, di lana pesante rossa, le cade fin sotto il pube, lento. Spuntano solo le sue lunghe gambe affusolate, per il resto è nuda e porta gli occhiali da vista neri. Mentre penso che dovrei farle una foto, Kristine dice, non ci pensare nemmeno. Ieri sera Kristine aveva un tatuaggio, nella parte interna della caviglia, sotto il malleolo. Strano a dirsi, ma le metteva in risalto le sue giunture sottili, quel suo camminare sempre sul limite, sulla linea di confine tra il sole e la pioggia. Mi dice che il taxi si è fermato e la poltiglia fluorescente è diventata sempre più fluida fino ad essere una specie di fascio di luce potente che correva verso di lei, che non era più lei, praticamente verso la sua anima, la sua coscienza, una se stessa che non sa definire. E il flusso sembrava produrre un suono come di risate ovattate, attutite, come se ci fosse vita all’interno di questo laser che le entrava dentro, piano. Mentre penso che la mia storia è completamente diversa, Kristine dice, c’eri anche tu. Il taxi è scomparso e sopra il flusso, da qualche parte, c’ero io, che non ero più io, praticamente una presenza, la mia anima, un me stesso che non sa definire. Mi chiede, l’uomo del treno, il prete del quadro insomma, fa canestro? È la domanda più difficile della mia vita, non lo so, me lo sono sempre chiesto. L’uomo del treno, lo ricordo bene, quel vecchio avanzava piano col deambulatore, come se vivesse nel rallenty di se stesso, e muoveva i piedi a scatto, come in una specie di marcia nuziale, ma sempre col sinistro avanti, bestemmiando come un camion, una pena anche per chi lo guardava. Mentre penso che non abbiamo pagato il taxi, Kristine si fissa sul mio ciglio sinistro per una frazione di secondo, poi un’altra, poi dice la ragazza italiana, lei ti ha rubato il bancomat dal portafogli mentre stavi seduto sul ciglio del binario, sul confine tra i tuoi occhi e l’acqua della doccia. Le tre ragazze italiane, dice, le hai approcciate tu, io. Una mi ha detto da dove vengo, mi ha detto che sono nato e cresciuto a Livorno, rimasto lì per pigrizia. Io ho risposto che no, non è vero, se sono alla Hauptbahnhof ci sarà una ragione diversa. La ragazza che non era più italiana, la sua anima, una se stessa indefinibile mi ha detto io ti ho già incontrato, eri qui col tuo amico, io so chi sei. Kristine dice le ragazze italiane ti hanno preso anche la patente, poi sono andate a prelevare. In quel momento la luce, il flusso, erano diventati come una sfera, una cosa sferica densa, una palla praticamente, e Kristine dice l’uomo del treno, il prete del quadro, ha tirato la sfera densa dentro di lei che non era più lei, in quel momento, dice, tu eri il dentro, il vecchio del treno, e sei corso fuori dalla stazione, in cerca di ogni bancomat nelle vicinanze, in cerca di ogni ragazza italiana nelle vicinanze, lento. Kristine non ricorda il mio maglione a strisce, il suo bagno un po’ scassato, Janna che aspettava inutilmente il suo ragazzo nella stanza accanto. Sono passati mesi dall’ultima volta, e Kristine non ricorda nemmeno il bicchiere di vino lasciato sulla scrivania, la coperta di fortuna che mi ha porto, il reggiseno spaiato. Kristine dice la sfera, la cosa sferica di luce è entrata dentro, è arrivata in ogni minuscolo capillare della sua anima, la sua coscienza, quel qualcosa di lei impercettibile. Mentre penso a com’è più bello sentirsi dire, invece di “non fare tardi”, Kristine dice che sono scattato fuori dalla stazione e lei ha gridato “torna presto”, mentre il vecchio del treno cadeva dal ciglio del binario, lento, con il suo deambulatore sulla cosa sferica che non era più sferica o fluida, era più come una cosa irrigidita, come una lastra di cristallo dentro quel qualcosa di lei. Kristine dice l’uomo del treno, lento, ha tirato il deambulatore, che non sembrava più nemmeno un deambulatore, era più il rallenty del rallenty di un deambulatore sulla cosa di cristallo, una pena anche per chi guardava, mentre il vecchio continuava a cadere sul binario e la sua faccia cambiava, piano, diventava un ghigno come il ragno che piange di Odilon Redon, poi deforme come lo studio per testa di vecchio di Leonardo da Vinci, poi inquietante come il mostro con la testa di uccello che sta nel giardino delle delizie di Hieronymus Bosch, poi sempre più lento e orribile e disgustoso. Kristine dice la lastra di cristallo, che non era una lastra di cristallo, si è frantumata in mille pezzi dentro di lei, con una colonna sonora di violini spezzati e voci francesi, tedesche, inglesi, che sibilavano “dove vai?”, esattamente come dopo la metà di Providence. Mentre penso a Providence, Kristine chiede dove vado. Dice che mentre correvo in cerca di banche, il flusso era tutto sopra di noi, tanta luce che sembrava giorno, e ho incontrato questo tizio asiatico. Kristine dice il tizio asiatico, urlava come un pazzo furioso verso di me, lento, ma non si sentiva più niente, era tutto ovattato, e il tizio asiatico strillava senza strillare, uno sforzo incredibile per non dire niente, il viso completamente rosso, le tempie che pulsavano, la vena al centro della fronte gonfissima, mentre il qualcosa di lei era sopra tutto questo. Mentre pensa “torna presto”, io mi giro e il tizio asiatico urla sempre più forte, il vecchio inizia a toccare il binario, lento, la palla si stacca dalle mani del prete, piano, e io cammino al centro dell’immenso viale che porta al fiume, impercettibile. Kristine dice, ci sono gli asini. Sono sei o sette, si muovono sui vari incroci del viale e si guardano da un semaforo all’altro con cattiveria. La scena è sempre più silenziosa, il tizio asiatico strilla come un pazzo, sempre più lento, e sfuma sul bianco mentre la vena gli scoppia talmente piano che sarà tutto bianco prima che si possa anche solo immaginare del sangue. Kristine dice che lei è al mio fianco e camminiamo e parliamo, piano, sempre più bianchi, sempre più impercettibili. Io le dico, voglio che gli asini raglino, Kristine dice che mi metto a ragliare per provocarli. Uno alla volta, gli asini iniziano a ragliare, poi si tolgono la maschera da asino che portano e sbiadiscono, si attenuano, hanno un’altra faccia d’asino, sfumano al bianco, evaporano. Il flusso,
dice Kristine, il flusso non c’è più e il sole è sempre più grosso sopra l’enorme porta inutile di fronte all’Osterdeich. Mi giro, mentre sotto al portico della traversa di Martinistrasse una signora legge i necrologi. Mentre il vecchio si adagia sul binario, lento, le tre ragazze italiane prendono il treno e sfumano, si sgretolano, piano, e la palla svanisce nella sua traiettoria, impercettibile. Il vecchio esplode in mille pezzi, lento, Kristine dice è tardi, piano, torna presto, e non riesco a sentirla, torna, mentre apre la porta, torna presto, impercettibile, e scompare.

*

gramuglio (Giacomo Maria Leoni) è un soppalco.

altre pagine dedicate qui

Photo Matteo Verre _ D E M O P H O B I A


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