Improvvisi per… "Mumbai e Manganelli" di Marina Torossi

 

Siamo a Mumbai. India. Inquietudine prima di arrivarci. Una strana pace poi. Terra magica di colori e di sapori incredibili. Il mattino sorride, la sera scende presto. Ho con me il libro di Manganelli “Esperimento con l’India”, scritto negli anni 70, ma pubblicato due anni la sua morte, nel 1992. È un libro di viaggio ma soprattutto di dubbi, di perplessità. Perplessità che lo accompagnano per tutto il soggiorno e non lo abbandonano neppure al suo ritorno in Italia.

L’Oriente non si oppone, non affronta, non sfida. Esiste ed è intollerabile

 

Sarà intollerabile anche per me?

Una certa inquietudine prima di mettere piede sul territorio indiano è inevitabile. Sono perplessa mentre attraversiamo con un pullman guidato da un autista col solito spericolato e avventuroso piglio indiano un lungo tratto di campagna, in mezzo a una gran quantità di fatiscenti insediamenti, inseriti in una natura gradevole, almeno vista da dietro ai vetri e con l’aiuto dell’aria condizionata, punteggiata da animali al pascolo, vecchi e bambini seduti a terra.  Visitiamo templi. Ammiriamo panorami. L’aria che si respira è appiccicosa e morbida, impregnata di presenza umana e di escrementi, ma il tutto, con mia sorpresa, non è sgradevole, come potrebbe sembrare. È un’aria al contempo sporca ma vitale. Un’aria che “accarezza – per dirla con le parole di Manganelli – come la lingua di un animale appena uscito dalle selve”. Mi ritrovo in questa sensazione appiccicosa e umida. Osserviamo qua e là baracche costruite con fantasia, lamiere, legni, teli e una moltitudine di persone, spesso donne e bambini che si affacciano. Le finestre sono aperte e spesso senza infissi.
Si passa attraverso una doppia o tripla fila di casupole, messe insieme con pezzi di lamiera legni tele, ma casupole non sono, piuttosto tane mobili, covili erratici. Qualcuno qua e là ha dipinto con bizzarra ilarità dei festosi simboli religiosi” scrive Manganelli. Ma la sensazione che queste casupole provoca è stranamente liberatrice. Lo osserva Manganelli e lo condivido nella mia esperienza. Non c’è alcun tentativo in India di velare, di nascondere, di eludere la fondamentale sporcizia dell’esistere, “la sua qualità escrementizia e torbida”. “Io vengo – scrive Manganelli – da un mondo di gabinetti candidi e mi trovo lanciato in un mondo che non paventa di sfoggiare i propri escrementi”.

 

 

Entriamo a Mumbai, la città più densamente abitata del mondo, una metropoli di oltre 20 milioni di abitanti. Venne costruita prima dai portoghesi poi dagli inglesi su un sistema di isole e paludi. Poi le isole furono del tutto saldate, tranne alcune e ne sortì questa città che, come recita la sua famosa porta, è la porta dell’India. Il suo centro è sul mare e da lì si è allargata e allungata, sviluppando un’enorme periferia. Stranamente è una città abbastanza pulita, almeno nella sua parte centrale, con i soliti crocchi di persone sedute sui marciapiedi, un traffico davvero infernale, ma miracolosamente senza incidenti, enormi edifici costruiti dagli inglesi e strade ampie e moderne. Lungo il percorso osserviamo numerosi monumenti inglesi, la grande stazione ferroviaria, il Chhatrapati Shivaji Maharaj Terminus, la cattedrale di St.Thomas, l’Università. Ammiriamo anche il Taj Mahal Palace, un enorme albergo che risale 1903, costruito in stile islamico e rinascimentale e completamente restaurato nel 2010, dopo l’attentato del 2008 in cui gran parte dell’edificio fu danneggiato. Abbondano i parchi, vastissimi, veri e propri polmoni verdi in una città così popolosa. Il centro si trova curiosamente in periferia e dal mare, da dove si è sviluppata, si estende per un raggio infinito. Il traffico è caotico e costituito soprattutto di pendolari, visto che la dimensione della città è davvero notevole. Ci sono stazioni traboccanti di vita disordinata con gente che mangia stesa al suolo e marciapiedi di sterrato da cui si alzano con agilità incredibile esili vecchi. Le stazioni e i mercati sono adoperati anche per dormire per mangiare per chiacchierare. L’odore di spezie è talmente forte da turbare il nostro olfatto schizzinoso di occidentali. Dappertutto si vendono stoffe, valigie, sigari, amuleti.
A terra sono seduti non solo i mendicanti ma anche molte persone comuni. Come scrive Manganelli “L’indiano non è sensibile, non è disgustabile, non si annoia e non conosce sensi di colpa.
Noi occidentali siamo l’esatto contrario.
A Mumbai, come anche in altre parti dell’India, visitiamo parecchi templi e possiamo toccare con mano l’atteggiamento molto rispettoso che gli indiani hanno per tutte le religioni. Ovviamente non per quelle monoteiste che, per i loro gusti, sono troppo fanatiche. In India i luoghi di culto si frequentano in modo quotidiano e rilassato. Tutti scelgono il loro tempio preferito e all’interno di quello le rappresentazioni disparate che simbolicamente rappresentano stati d’animo diversi in cui si riconoscono. Ci costringono a toglierci le scarpe per entrare.
L’India è la terra della vita e della morte, il luogo delle trasformazioni, la fabbrica degli asceti, la catena di montaggio delle reincarnazioni” scrive Manganelli “il deposito di sogni, l’unico luogo dove esistono ancora gli dei”. Mentre sfoglio il suo “Esperimento con l’India” mi chiedo perché non abbia pubblicato in vita queste sue interessanti note sul mondo indiano, perché abbia lasciato inedite queste carte. Forse perché negli anni Settanta, quando furono scritte, erano troppo fresche le immagini e i giudizi negativi che Moravia e Pasolini avevano dato sull’India…

 

 

L’idea dell’India come negazione del mondo materiale ricorre spesso nelle descrizioni che Moravia fa dei paesaggi, in cui domina la decadenza, la putrefazione, la morte. “Sulle aiuole si levano qua e là alberi enormi, dai tronchi membruti, carnosi, morbidi, carichi di un fogliame pesante e grasso. Corvi neri e grossi in grande quantità, come se in luogo del parco pettinato ci fosse un campo di battaglia sparso di cadaveri, svolazzano pesantemente da un albero all’altro, gracchiando con voci sonore”.
E Pasolini di fronte allo spettacolo della miseria di massa che l’India offre negli anni Sessanta  osserva: “Eravamo mezzi dissanguati dalla pena e dalla pietà. Ogni volta che in India si lascia qualche persona, si ha l’impressione di lasciare un moribondo che sta per annegare in mezzo ai rottami di un naufragio. Non si può resistere a lungo a questa situazione”.
Ovviamente la situazione ai giorni nostri è ben diversa, anche se la miseria è in molti luoghi brutalmente visibile. L’India di oggi non si presta più agli innamoramenti equivoci di una volta, nutriti di atmosfere coloniali, illusioni di fuga dal mondo o pietosa carità cristiana. Come scrive Rampini “Senza aspettare i pellegrini occidentali, è lei che si impadronisce del nostro mondo, ci invade, cambia le regole del nostro gioco.” “Chi lo immaginava? eppure zitta zitta, mite mite, l’India ha un numero di miliardari superiore a Cina e Giappone e le sue imprese si stanno allargando in modo rapidissimo in tutto il mondo”. “Ecco il perché di uno sviluppo rapido e costante: i guadagni stratosferici di queste aziende vengono anche occultamente reinvestiti in formazione ed in aggiornamento dei dipendenti, in ricerca e innovazione dei prodotti. In questo modo il primato delle imprese indiane rimarrà saldamente nelle loro mani. C’è un livello di scolarità altissimo che non riesce ad essere assorbito interamente e quindi molti “cervelli” migrano in altri Stati, indiani e non, per poi, cosa che sta iniziando a verificarsi, tornare con competenze professionali ancora più elevate” scrive Rampini. L’esatto contrario di quello che noi facciamo. Indubbiamente ascrivibile al grande amore che gli indiani nutrono per la loro terra, a cui, anche se emigrano, sono sempre legati. Lo sviluppo globale dell’India, assieme a quello della Cina, segnando in maniera fortissima la storia del nostro mondo.
Ho l’impressione che l’India sia un luogo ad alto tenore di dio, scrive Manganelli, una foresta che produce scimmie, pavoni e asceti, qui esistono ancora i maestri, i profeti e quando si parla della verità non si allude a un caso giudiziario, ma alla verità totale, cosmica. Ecco l’India non sarà mica un paese cosmico? Per noi che di cosmico non abbiamo più niente potrebbe essere un trauma intollerabile”. L’arguzia di Manganelli ci evidenzia un elemento da cui non possiamo prescindere. L’India è un paese profondamente religioso e ricco di alcune dimensioni che la laicità dell’Occidente non riesce più a cogliere. Il carattere della religione dei Veda consiste nel riconoscere il mondo come una mera apparenza, l’esistenza come un male, l’accettazione come via di salvezza. Molti occidentali nei secoli hanno letto questa accettazione come rassegnazione e hanno dato la causa alle religioni buddista e induista dell’arretratezza indiana e di una presunta passività atavica. Non ho questa sensazione. Ho anzi l’impressione che ci sia molta saggezza e molta salute in queste religioni e in generale nell’atteggiamento indiano. Passiamo accanto al lavatoio pubblico dove i gli uomini – sì, curiosamente questa volta sono gli uomini – i dhobi ghat – lavano i vestiti dopo averli ritirati a domicilio. È molto pratico, ci spiega la guida, io consegno una volta alla settimana i vestiti e me li riportano lavati e stirati. Ci sono negozi con marchi internazionale di buon livello accanto a fatiscenti negozi locali. Tutto e il contrario di tutto. I bus procedono con le porte aperte e c’è  sempre qualcuno che sporge. Anche i treni suburbani hanno grappoli umani debordanti. I semafori hanno il conta secondi, cosa strana in un paese in cui credevo non ci fosse il senso del tempo. C’è anche una lunghissima spiaggia ma, visto il caldo, non ci va nessuno. Solo alla sera si anima. Mumbai è anche la capitale del cinema indiano, una sorta di Hollywood asiatica, ma di questo nessuno curiosamente ci parla. Il traffico urbano sta diventando un vero inferno. Tutti suonano e i rifili coi bus locali dai musi gialli e rossi sono continui. Paradossale caos urbano che coesiste con la lentezza pacata e rispettata delle mucche ci qua e là brucano sugli spartitraffico o si spostano da una parte all’altra della strada. “… macilente ma pacate lievemente surreali scrive Manganelli le mucche conferiscono alla selva umana una pia lentezza”. Visitiamo le torri del silenzio, un luogo che in qualsiasi altra parte del mondo risulterebbe sinistro ma che qui in India stranamente non lo è. Qui i Parsi, seguaci della religione di Zoroastro gettano i cadaveri dei loro morti perché vengano mangiati dagli avvoltoi che in effetti si vedono girare numerosi sulla zona. Ma noi stranamente giriamo sereni per quei luoghi come ipnotizzati e arresi all’evidenza della vita nel suo assurdo perpetrarsi.

Quel soggiorno sulla corriera protetta dal volo cruciforme degli avvoltoi sarebbe condizione affatto sinistra, ma a Bombay è stranamente eccitante – scrive Manganelli – come se fossi approdato a un pianeta dalle luci ignote e impossibili”. Proprio così.

 

photo Marina Torossi

 

MARINA TOROSSI TEVINI nata a Trieste è laureata in lettere classiche e ha insegnato materie letterarie nei licei triestini.

Ha pubblicato nel 1991 la raccolta di poesie “Donne senza volto” (Italo Svevo) – 3° classificato al Premio Cesare Pavese 1993. Ha ricevuto nel 1993 il I premio al concorso letterario “Il leone di Muggia” con il racconto “Una donna senza qualità” (pubblicato sulla rivista Borgolauro). Nel 1994 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il maschio ecologico”- finalista al Premio Carrara Hallstahammer 1995, nel 1997 la raccolta di poesie “L’unicorno”(Campanotto) – Premio speciale della giuria della giuria al Premio Felsina 1997 e finalista al Premio Via di Ripetta 1998. Nel 1998 è stata inserita in Lichtungen, pubblicazione dell’Università di Graz. Ha pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti “Il migliore dei mondi impossibili” finalista al Premio Letterario Europeo Penna d’Autore 2002, nel 2004 il romanzo “Il cielo sulla Provenza” (Campanotto), nel 2008 “Viaggi a due nell’Europa di questi anni” – menzione speciale al Premio Trieste Città di Frontiera 2008 e nel 2010 “Le parole blu” vincitore del Premo Golfo di Trieste 2013. Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti “L’Occidente e parole” (Campanotto) vincitore del Premio Contemporanea d’Autore 2013 nell’ambito dell’Alexandria Scriptori Festival. Nel 2015 ha pubblicato “Rotte d’Europa”(Hammerle editore- I libri del Pen Trieste).

Ha curato la pubblicazione postuma del romanzo del padre “La valle del ritorno” (Campanotto, 1997).

Fa parte del direttivo del Pen Club Trieste e di altre Società Culturali. Collabora alle riviste Arte&Cultura, Stilos, Zeta.

Riferimenti dal sito personale  QUI

 


2 risposte a "Improvvisi per… "Mumbai e Manganelli" di Marina Torossi"

  1. Il benvenuto di Neobar a Marina Torossi che con questa pubblicazione inaugura una nuova sezione dedicata: “Improvvisi per…”, citando lo splendido titolo di un celebre libro di Giorgio Manganelli. Improvvisi dal viaggio, divagazioni culturali e letterarie, istantanee personali, pensieri e considerazioni. Comincia Marina Torossi che fa da madrina a questa nostra nuova rubrica, si parte da Mumbai e Manganelli, buon viaggio…

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  2. davvero un bel modo di scrivere e di raccontare. le parole di Marina Torossi, insieme a quelle di Manganelli, di Moravia e del mio amato PPP, mi hanno trasmesso tutto lo straniamento del turista occidentale di fronte a una realtà tanto ricca culturalmente quanto obliqua rispetto al sentire “occidentale”. non ne farei però solo un discorso di “laicità dell’occidente” versus “profonda religiosità indiana”, o meglio, più che nella *religiosità* in senso stretto, la contrapposizione sembra emergere più che altro nella “filosofia di vita”, concetto leggermente differente. gli occidentali, peraltro, a me paiono tutt’altro che laici, visto che oltre a professare mistici rituali di massa (vedi san Feisbuk), adorando un dio scontrino, credono nella resurrezione del PIL e invocano il mercato eterno (amen).
    in tal senso (e qui perdonami, ma non posso evitare una nota critica), le parole di Rampini suonano davvero irritanti (erano indispensabili, in questa sede?).
    mi spiego. possibile che non si possa fare a meno di decantare le mirabilia di un’economia mercantilista, ricca di virtù soltanto agli occhi dei vari Rampini e del giornale di confindustria? “L’India è una luce nel buio dell’economia mondiale” – titolava il Sola24Ore qualche mese fa riprendendo un articolo di Martin Wolf sul Financial Times – “è l’economia mondiale che cresce più rapidamente”! uau! e infatti, ci rendiconta Rampini “in India si produce, si fanno tanti soldi, si reinveste in ricerca, in innovazione, la scolarità è altissima, i cervelli in fuga ritornano”! ri-uau!!!
    peccato che se da un lato l’India ha registrato negli ultimi decenni tassi di crescita del PIL quasi sempre superiori al 5% (con punte di oltre il 9%), dall’altro è il paese in cui la povertà è diminuita di meno (nei risultati contro la povertà l’India non solo viene surclassata da altri paesi in forte crescita, come la Cina, ma viene superata addirittura da paesi “poveri” dell’Africa sub-sahariana e dell’Asia!!)
    basta consultare i dati dell’Oxfam o della Banca Mondiale: nel 2010 il 68% della popolazione viveva ancora con meno di 2 dollari al giorno…
    eccolo il miracolo economico per cui si sdilinquiscono il Rampini e il Sola 24Ore: un modello di sviluppo neoliberista, non inclusivo e non sostenibile nel medio-lungo termine, dove i miliardari, quelli sì, diventano sempre più ricchi mentre la maggioranza delle persone o resta ai margini, in povertà quasi assoluta, o viene *sfruttata* dall’élite economica (non è “l’innovazione” a miracolare un paese, ma una folta manovalanza di lavoratori sottopagati, come ci insegna la Germania).

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