Improvvisi per… “La Patagonia e Daniele Del Giudice” di Marina Torossi

La Patagonia e Daniele Del Giudice di Marina Torossi

Il regno del vento assoluto, delle nevi che scendono fino al mare, delle montagne su cui volano i condor, il regno dei pinguini, dei guanaco, dei leoni marini che trovano qui il loro habitat ideale: la Patagonia, una terra per chi desidera fuggire dalla civiltà con le sue promesse posticce, da chi vuol confrontarsi con l’immane forza della natura allo stato puro.

 

 

 

 

 

 

 

 

I pinguini sono dappertutto. Mi meraviglio quando, da un pulmino scomodissimo, veniamo catapultati nella colonia di pinguini che popola il lato nord della penisola di Valdes.

Una guida dalla testa simile a quella di un guanaco ci ha portato a visitare la Patagonia argentina e ci troviamo in una tozza penisola affacciata sull’oceano Atlantico, dove vivono sterminate colonie di pinguini. Almeno sessantasei mila esemplari.

Abbiamo percorso una landa di duecento chilometri,  duecento chilometri di strada sterrata, che ci hanno consentito di vedere molti animali allo stato brado (guanachi, lepri, armadilli) e ora, sul mare, ci perdiamo ad ammirare pinguini e leoni marini.

“I pinguini sono dovunque, non c’è bisogno di cercarli, con Jeremy li incontriamo spostandoci da una base all’altra, mentre camminiamo, presi ognuno dalle sue preoccupazioni, il tempo meteorologico, la direzione giusta da seguire” scrive Daniele Del Giudice in “Orizzonte mobile” splendido resoconto di viaggio nel più profondo Sud del mondo, ma anche narrazione delle spedizioni che, in epoche diverse e con diverse fortune, solcarono le acque insidiose che circondano l’immensa distesa di ghiacci dell’Antartide. “Troviamo due adulti e un piccolo sulla riva del mare – scrive sempre Del Giudice – ci furono curiosità reciproche e convenevoli finché i due adulti si tuffarono in acqua, scomparendo. Tra tutte le espressioni di cui i pinguini sono capaci quella della desolazione è irresistibile, perché è una desolazione senza rimedio; l’animale piccolo, il pulcino rimasto solo, cominciò a gridare camminando lungo la riva, guardando in ogni direzione. I pinguini vedono meglio nell’acqua, dove gli scende una seconda membrana trasparente, una specie di lente a contatto naturale che li protegge dal salso e corregge la loro ipermetropia. Vedevo benissimo i suoi genitori, impettiti sulla riva, un centinaio di metri più avanti, e cercavo di indicarglieli ma lui incespicava sui sassi senza più badarmi con quell’aria affannata da “I ’m late, I ’m late” finché dovette convincersi che i suoi genitori erano partiti via mare lasciandolo lì. Soltanto allora si voltò verso l’acqua e, pieno di sconforto e disgusto, si buttò”.

La scena descritta da Del Giudice, pur con qualche antropomorfizzazione, narra un momento fondamentale nell’evoluzione del pinguino, il momento in cui il piccolo viene costretto dai genitori ad abbandonare la terra ferma e a cercare quello che sarà il suo nutrimento, il krill e il plancton, nelle acque. Anche noi abbiamo potuto assistere a queste scene parecchie volte con emozione.

 

 

 

 

 

 

I pinguini sono animali molto intriganti. Monogami, come una discreta percentuale tra gli uccelli, restano fedeli fino alla morte e le coppie si ricostituiscono ogni anno con una mirabile capacità di ritrovare il proprio partner in mezzo alle migliaia di altri pinguini. Occupano una minuscola tana che difendono con grande zelo, tenendo lontano gli estranei con grandi mazzate di ali.

Da Port Mandrin scendiamo lungo la costa in direzione di Capo Horn. Man mano che procediamo il clima si raffredda, l’oceano diventa più inquieto e già prima dell’imbocco del canale di Drake la nave comincia a rollare in tutte le possibili direzioni.

Siamo nel mare più arrabbiato del mondo, ci dicono dal ponte di comando, nel braccio di mare dove si scontrano le acque dell’oceano Atlantico e quelle del Pacifico. Man mano che ci avviciniamo al capo, a causa della differenza di fondale, che passa bruscamente da 100 metri a 4000, si formano onde anomale. Si aggiungono forti venti che raggiungono i 200 km alla ora, mentre l’acqua ha una temperatura prossima allo zero e possiamo veder galleggiare iceberg alla deriva.

Gli iceberg per fortuna sono piccolini, ma la navigazione intorno al capo, che circumnavighiamo per sport, perché la nostra direzione è il canale di Beagle e il porto di Ushuaia, non si rivela facile.  Anche dopo aver superato lo scoglio a mezzaluna, che segna la separazione tra i due oceani, le acque rimangono inquiete. Non è facile addormentarsi.

“Durante il tragitto, prima di toccare Ushuaia, dovemmo ancorare addirittura tre volte perché forti uragani di terra ci assalirono in modo brusco e repentino, senza darci tregua” – sono ancora parole tratte da Orizzonte mobile. – “Poi, quando tutto è calmo e cielo e mare non sono turbati da alcun soffio né fremito visibile, un mormorio sordo scende dalle cime dei monti, rotola lungo i fianchi come una valanga rovinosa, e un sibilo stridente si insinua tra le antenne, inclinando la nave tutta da un lato. Ma dopo qualche istante ogni cosa rientra in una calma perfetta”.

Alternanze insospettabili di elementi, scatenati in una realtà quasi irreale, di cui facciamo, almeno tangenzialmente, esperienza. La Patagonia è davvero una terra estrema, dove gli elementi naturali sono sempre tesi a dare all’uomo una lezione della loro potenza.

Sbarcati a Ushuaia troviamo a sorpresa una ridente cittadina che sembra un paesino di montagna. Ci sono sullo sfondo ghiacciai e lo stile delle case è decisamente nordico. Salvo l’odore di mare e gli uccelli marini sembra di essere in una valle alpina. Abbiamo questa sensazione anche quando   prendiamo il treno “della fine del mondo”  e ci inoltriamo nel parco della Terra del fuoco. Ci sono margherite, tarassachi e un mix di fiori che ricordano le nostre valli alpine. Il treno è il modello di quello che trasportava i carcerati a raccogliere legna. Lo zelo dei detenuti ha reso purtroppo quella zona una sorta di foresta fantasma. Rimangono solo i moncherini degli alberi abbattuti.

Visitiamo il museo sugli antichi abitanti del luogo che ci racconta la loro sventurata colonizzazione. “Nel 1831 Robert Fitzroy venne in contatto con gli indigeni Yagan. Non erano cannibali ma nemmeno dei santi. Tenevano i fuochi accesi anche nelle canoe e come gli Alakaluf vivevano di pesca, mentre gli Ona cacciavano il guanaco con delle fionde ricavate da un ossicino a forcella di balena. Per questioni di donne o di clan si massacravano spesso tra loro. Avevano una lingua complessa e poetica”.

La gente che vediamo nelle strade di Ushuaia è un mix tra argentini, attirati negli ultimi anni da incentivi, e abitanti autoctoni che si riconoscono per la rotondità della faccia e il colorito olivastro. Paradossalmente l’inquinamento è notevole. Come in tutta l’Argentina la scarsa qualità della benzina e del diesel rende irrespirabile l’aria.

Usciti dal porto di Ushuaia, dopo una breve navigazione, imbocchiamo un fiordo che ci consente di ammirare da vicino i ghiacciai che scendono fino al mare, immani cascate di ghiaccio, enormi lingue illuminate dal sole del tramonto. Uno spettacolo di grande bellezza. Navighiamo nel canale di Ballenero, poi nel fiordo O Brien e infine nei canali Cockburn e Magdalena.

I fiordi cileni sono stupendi e li percorriamo per diversi giorni ammirando i ghiacciai che allungano le loro lingue enormi fino al mare, mentre piccoli iceberg si staccano e vagano nelle acque. La nave volteggia, si avvicina ai ghiacciai per farceli gustare meglio, per consentirci di godere quel panorama superbo. La montagna e il mare si uniscono.

Uccelli piccolissimi e giocherelloni accompagnano la nostra navigazione mentre la nave beccheggia  nel canale di Magellano.  Arriviamo infine a Punta Arenas, la capitale della regione di Magellano e dell’Antartide cilena. È una città di 130.000 abitanti, un vasto agglomerato urbano abbastanza squallido. Case fatte di legno rivestito da lamiera, un panorama da anni cinquanta con pochi negozi, situati tutti nella via principale, e costruzioni anche pubbliche molto modeste. La ricchezza della regione è data dalla presenza di giacimenti di petrolio e di gas, ma gli abitanti del luogo non ne beneficiano e vorrebbero staccarsi dal Cile per poter avere delle agevolazioni.

In generale le persone autoctone sono poche e ancora meno sono i discendenti delle antiche popolazioni, i Patagoni, nelle loro varie etnie, che vennero decimati nel momento in cui la loro società, che era organizzata in maniera molto semplice, venne a contatto con i bianchi.

I Patagoni vivevano cacciando i leoni marini e mangiandone la carne e allevando i guanaco, di cui utilizzavano tutto: pelle carne tendini, – la pelle per fare dei tessuti, i tendini per avere dei fili robusti con cui assemblare i vari pezzi delle barche, le ossa per fare coltelli e altri utensili. Vivevano per lo più sul mare e per riscaldarsi e proteggersi dal vento, che qui soffia sempre impetuoso, accendevano fuochi nelle barche stesse. Il nome Terra del fuoco deriva proprio da questo. I primi esploratori, vedendo tanti fuochi sulle barche chiamarono così questa regione.

I Patagoni, nelle varie etnie, Ona, Yagan e altre, furono decimati dalle malattie che contrassero a contatto con i bianchi, soprattutto dalla polmonite che paradossalmente li colpì perché i bianchi pretesero che girassero vestiti e non nudi.  Quando erano nudi, unti solo di grasso di leone marino, erano più protetti mentre, costretti a vestirsi, finivano con l’avere sempre gli abiti zuppi e fradici, per l’inclemenza e imprevedibilità del clima, e si ammalavano.

Continuiamo la nostra navigazione nei fiordi cileni molto frastagliati e fiancheggiati da molte isole che man mano che procediamo verso nord diventano meno scoscese, più erbose e presentano delle valli abbastanza pianeggianti che consentirebbero insediamenti umani. Invece non c’è anima viva. Che spreco di spazio in natura, penso. Ci ammassiamo in città sempre meno a misura d’uomo, tra smog e rumore, disordine e sporcizia e in questa splendida natura che domina incontrastata non viene un cane.

“Non so se ho molto da raccontare a proposito di questo viaggio – scrive Daniele Del Giudice –  perché è stata soprattutto una storia di paesaggio. Mi sono fermato spesso per fare fotografie, erano come degli appunti visivi”. Così è stato anche per noi. La sensazione di un contatto con una natura estrema. Difficile da esprimere a parole. Parole e immagini rendono un po’ ragione dei luoghi, anche se mancano elementi come gli odori e i suoni soprattutto, che virano dall’inquietante vento onnipresente, ai borbottii dell’acqua, ai versi di animali sconosciuti.

Bruce Chatwin – che viaggiò nella zona e scrisse “In Patagonia” – descrive così la sensazione provata sulla Carretera “Strada dritta, grigia, polverosa. Vento implacabile che ti porta via. L’unico rumore che si sente è il verso del guanaco, simile alla voce di un bambino che piange e sternutisce allo stesso tempo. Lo vedo lontano cento metri, un maschio, solo, più grande e aggraziato di un lama, con la pelliccia arancione e la coda dritta all’insù. La strada comincia e finisce in un grigio miraggio”.

All’interno, attraverso la Patagonia cilena, corre la Carretera austral. “La Carretera è asfaltata solo a metà, l’altra metà non ha buche particolarmente grandi, ma è cosparsa di ghiaietto che le ruote sparano contro la carrozzeria, con un rumore di mitraglia, costringendoci a limitare la velocità” scrive ancora Del Giudice. Passano poche macchine e uno può usare tranquillamente la parte asfaltata sia per salire che scendere verso Sud, rientrando nella sua corsia se vede una macchina nell’altra direzione “Ma non sempre funziona –  racconta sempre Del Giudice “ visto il gran numero di lapidi, uno ogni quindici o venti chilometri, che ricordano le vittime degli incidenti”.

Incidenti forse dovuti anche a una sorta di ipnosi da paesaggio che induce tutti a una rilassatezza folle. È un paesaggio che nella sua vastità annienta l’uomo e lo inchioda a una sorta di fascinazione.

 

*

 

photo Marina Torossi

 

MARINA TOROSSI TEVINI nata a Trieste è laureata in lettere classiche e ha insegnato materie letterarie nei licei triestini.

Ha pubblicato nel 1991 la raccolta di poesie “Donne senza volto” (Italo Svevo) – 3° classificato al Premio Cesare Pavese 1993. Ha ricevuto nel 1993 il I premio al concorso letterario “Il leone di Muggia” con il racconto “Una donna senza qualità” (pubblicato sulla rivista Borgolauro). Nel 1994 ha pubblicato la raccolta di racconti “Il maschio ecologico”- finalista al Premio Carrara Hallstahammer 1995, nel 1997 la raccolta di poesie “L’unicorno”(Campanotto) – Premio speciale della giuria della giuria al Premio Felsina 1997 e finalista al Premio Via di Ripetta 1998. Nel 1998 è stata inserita in Lichtungen, pubblicazione dell’Università di Graz. Ha pubblicato nel 2002 la raccolta di racconti “Il migliore dei mondi impossibili” finalista al Premio Letterario Europeo Penna d’Autore 2002, nel 2004 il romanzo “Il cielo sulla Provenza” (Campanotto), nel 2008 “Viaggi a due nell’Europa di questi anni” – menzione speciale al Premio Trieste Città di Frontiera 2008 e nel 2010 “Le parole blu” vincitore del Premo Golfo di Trieste 2013. Nel 2012 ha pubblicato la raccolta di racconti “L’Occidente e parole” (Campanotto) vincitore del Premio Contemporanea d’Autore 2013 nell’ambito dell’Alexandria Scriptori Festival. Nel 2015 ha pubblicato “Rotte d’Europa”(Hammerle editore- I libri del Pen Trieste).

Ha curato la pubblicazione postuma del romanzo del padre “La valle del ritorno” (Campanotto, 1997).

Fa parte del direttivo del Pen Club Trieste e di altre Società Culturali. Collabora alle riviste Arte&Cultura, Stilos, Zeta.

Riferimenti dal sito personale  QUI


4 risposte a "Improvvisi per… “La Patagonia e Daniele Del Giudice” di Marina Torossi"

  1. Bellissimo e avvincente questo viaggio di Marina Torossi con Del Giudice come viatico tra i pinguini che tanto ci assomigliano. “L’orizzonte mobile” di una terra sterminata, un senso di agghiacciante spaesamento/spostamento… un Sud-iceberg che si allontana e il grido del piccolo del pinguino che rimane inascoltato.

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  2. davvero un ottimo affresco di mondo (amo particolarmente la Patagonia). a Ushuaia ci vivrei davvero molto volentieri, anzi, se mai abbandonerò l’Italia (il paese più bello del mondo), è in cima alla lista dei luoghi dove potrei emigrare.
    una nota di “colore”, poi: mi ha fatto sorridere (in senso molto positivo) l’aggettivo “intriganti” quando descrivi la monogamia quasi ossessiva dei pinguini.
    : ))

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    1. Ah ah, Malos! Però non ti consiglio di stabilirti a Ushuaia, è di una noia mortale. Ci portavano i detenuti una volta :), ora ci vanno gli argentini incoraggiati da cospicui aiuti economici. Comunque la Patagonia per viaggiarci è meravigliosa. Natura allo stato puro. E i pinguini sono buffissimi…

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