Plinio Perilli: Qua nel silenzio bianco, per Marzia Spinelli

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QUA NEL SILENZIO BIANCO
 
UNA TRAMA DI PACE COL MALE
È LA MEMORIA
 
 
Roma, 15 Maggio 2018

Da cosa nasce davvero una poesia? – tante nobili pause rimessesi in moto fino a un intero libro, che sia nuovo e vero: testo in fieri e al contempo anche in progress, di cui ogni settimana o quasi, evocare, cadenzare un frammento, una pagina, uno svolazzo stropicciato o, molto più, una porzione di radice pronta ad essere rincalzata e interrata meglio, perché rigemmi il verde, la linfa che raddoppia il suo sangue di Storia e di Natura, ed ora magari ce lo dona, struggente come un dono dell’epos e del talento…

Che siamo senza amore?
lucciole vinte
nell’abitudine al buio.

Conosco e seguo da tempo Marzia Spinelli (Roma, ’57), talento tra i migliori della sua generazione: e non epigonale, non abbandonato alla corrente usuale, limacciosa o affettata, vagamente pavida, dei suoi colleghi impazienti, vanitosi, oh ben poco solidali… La leggo almeno dal suo bell’esordio del 2009, Fare e disfare (Lietocolle): e fui lieto di dedicarle una recensione, doverosa perché frutto di una lettura propizia, ed anche un po’ rara: come tutta quella poesia che esce dagli schemi, solfeggia i propri versi e insieme se ne libera, li affranca da tutti i canoni e i luoghi comuni di cui la poesia non ha mai bisogno, per vedersi concedere plausi e attenzioni, in verità, sempre più plasticate o peregrine.

“Anni ‘70”

Non hanno più colore i morti dei nostri anni giovanili,
le bocche rosse e nere di fragole e ciliegie

anche noi siamo stati potati…

vestiti come fossili, né morti, né redenti
non siamo stati liberati, solo figli d’un salto benefico,
solo figli dovevamo restare
come ultimi d’una bellica coda,
la calamita di tutti gli errori

Bella infatti questa poesia – oggi come allora – che tanto più s’addensa, o si snoda (quasi un altro decennio è già trascorso), e tanto meglio si erge a testimonianza, epocale e interiore nello stesso modo; e soprattutto fa ben dimenticare d’essere… fiorita da cuore, corpo e mente di donna – dopo fin troppi appelli (certo nei tempi andati, sacrosanti) di poesia “femminista”, o comunque di una produzione “al femminile” che spesso invece ci ricorda le tirate di Sylvia Plath contro quel pietismo in gonnella che non serve più a niente, né alla causa lirica né a quella sociale, o meglio, diciamo così, antropologico-culturale…

13 ottobre, martedì.  Oggi molto depressa. Incapace di scrivere. Gli dèi sonno minacciosi. Mi sento esiliata su una stella fredda, in grado solo di provare uno spaventoso torpore vulnerabile. Guardo giù nel caldo mondo terrestre. Nel groviglio di letti di amanti, culle di bambini, tavole apparecchiate, tutto il solito viavai vitale di questa terra, e mi sento estromessa, chiusa dietro una parete di vetro.

(da Sylvia Plath, Diari, Adelphi, Milano, 1998)

Marzia Spinelli, per fortuna, ha ancora voglia ed estro per ricordare i morti dei suoi e nostri anni giovanili – e ancor più che niente e nessuno ci ha davvero liberati, ma semmai solo potati (ahinoi, anche dei rami migliori). Né morti né redenti, scrive, in questa società liquida che ha accentuato in realtà tutti i divari, eletto a totem il benessere, scelto il “pensiero unico” (quello del consumismo), ed eletto perfino la crisi a bolsa e amara formuletta sociologica, mantra giornalistico – che lei in qualche modo ribalta con gli strumenti e la sequela d’una autocosciente preghiera laica…

solo figli d’un salto benefico,
solo figli dovevamo restare
come ultimi d’una bellica coda,
la calamita di tutti gli errori

Ma qui, oggi – 2018 – il salto è ancora più netto, lucido e coraggioso: Trincea di nuvole e d’ombre. Come l’idea (l’esigenza, il bisogno – metà intimo, metà storiografico) di dedicare un intero libro alle trincee, insieme, dell’esistere e del resistere, della Storia che è stata e di quella che brulica, ferve, lievita e accade: da qui all’eternità, da oggi a dopodomani…

 Tornavano i volti dei vivi, la mappa dei macelli
   tra le rughe. S’allontanava il fronte e la resa,
   dimentico il corpo all’angolo della Storia.
 
   Così giovane e fiera e assurda la morte vera.
 
   Andavano lungo lande sconosciute
   del ritorno, anche per chi non sarebbe tornato,
   a passi smarriti in un confine incustodito,
 
   da una pena indicibile per sempre, via
   da un presente dove straniero anche il pianto.

Eccolo, il nostro consueto ma tuttavia inopinato porto sepolto dentro le more e secche del quotidiano; la nostra ereditata allegria di naufragi che però non addita più il grande Ungaretti, né si srotola o lampeggia sul mitico manuale comparato del Guglielmino… Nei nostri odierni anni del dopo-Storia (che già Pasolini rubricò, paventò come Nuova Preistoria), nessun testo scolastico (o peggio, reportage giornalistico) potrebbe meglio celebrare, senza alcuna enfasi ma tanta onestà civile ed educata positura psicologica (id est, ansia espressiva), quest’incredibile centenario di una Grande Guerra, del suo anno finale, vittorioso (il 1918!)…

Conflitto che contò, solo per noi , seicentomila morti, un’infinità di feriti, patimenti e jatture, perdite e sopraffazioni, ma comunque ci riconsegnò un paese, un’Italia – al solito – temprato da quel dramma che fu il primo vero atto della Modernità europea, e ne uccise la retorica proprio mentre il suo Futurismo interventista imbracciava le armi belliche, e s’apostrofava con le sue uniformi, scambiando le parole in libertà per goffa mimesi lessicale dei bombardamenti d’Adrianopoli, e goffi voli o quadri d’aeropittura…

Marzia Spinelli, qui dolcemente ardimentosa, rievoca, rivive e rigira quelle scene:

  chissà se
   un saluto, una stretta, uno sguardo
   prima dell’attacco,
   nel macello,
 
   chissà se un ramaiolo di brodaglia…
 
   non hanno mai saputo
   la doppia elica di sangue che congiunge
   settant’anni dopo e qualche giorno.

Coraggiosa e fiera come Bradamente, lei combatte da maschio e si nasconde nell’armatura; poi disarcionata la perde, o se la toglie, insomma duella alla pari (altro che quote rosa!, nell’arte proprio non valgono…), e fa tesoro – forse senza saperlo – di un’ars dictandi che non ha più paura di niente, meno che mai di ricordare quelle “Trincee”, quei nonni, quei bisavoli, quei soldati del ’99 che forse ancora ci stanno in cuore, non solo nella marmorea, italica toponomastica di borghi e metropoli in debito storicistico…

  Qua sotto il monte a Val Parola
   al passo del Museo e dei tormenti
   vieni a visitarmi,
   ora che ho cent’anni e resto
   fosso, stretto corridoio,
   pertugio mondato dei morti  
 
   qua m’hanno ripulita,
   resa tomba bella
   dove crescono fiori
 
                                                               *******

Incredibile dictu, lei fa parlare il fosso – il fosso che resta forse “stretto corridoio”, evangelica “porta stretta”…

   ma qua stavano i ragazzi
   della Guerra Grande:
   il nonno soldato semplice
   il suocero capitano
 
   tornati entrambi
   e poi spariti
   ciascuno il proprio carro diverso delle stelle
 

Ecco: far la pace col Male e con la sua irruenta, perfida e inesauribile Banalità. Questo forse il comando, l’ordine migliore: non più dello Stato Maggiore, del Comando Supremo, ma del fulcro iniziatico e incrollabile del nostro cuore. Motto e credo che è certo…

Meglio tacere adesso…
 
   ai figli del millenio non appartiene
 
   quel fango d’ossa
   e il gelo nel ghiaione
   il buio in galleria del secolo breve

Cara Marzia, che ancora – giustamente – si sente in guerra e la combatte colle parole, coi sorrisi, coi gesti di una libera “cittadina” (il linguaggio francese della Rivoluzione!) la quale s’incarichi di registrare questa guerra ancora in atto (Guerra Grande dell’Io, della Psiche, della stessa evoluzione sociale, anche della crisi economica, sempre maldestra e tronfia), annotando, divinando versi sui bei quaderni o il candido diario delle sue vicende, e speranze, progetti, spleen et idéal, ivi compresi i malesseri, assolutamente moderni

Riprendo in mano alcune vecchie, preziose lettere di Giuseppe Ungaretti a Giovanni Papini – epistole molte delle quali sono davvero state scritte al fronte, in prima linea, addirittura in trincea. Come soffriva, sentiva la Guerra, un poeta, e ne parlava di vero cuore a un altro poeta?!
18 luglio 1917

 

   … Sono soverchiato dalla guerra, da questa tremenda sofferenza. Posso anche cantare; è un modo infernale di piangere  che la natura ha dato in dono alla gente battezzata dal sole; che è la gente più malinconica; di cui ogni momento  è la nostalgia del momento passato; la nostalgia ch’è il fiele della malinconia …

Difficile infatti questionare sulle proprie nuove stagioni all’inferno… in tempi, ripeto, di globalizzazione selvaggia e di ipermercati… Anche d’informatica e definitivi orizzonti (o paesaggi mentali) digitali… Del resto, gli Archistar come Fuksas progettano una nuvola o un centro commerciale per lo stesso motivo, nella stessa area, in lode (pregio e sfregio, forse), del medesimo Immaginario con la I maiuscola.

Lo diceva, lo poetava da par suo Ingeborg Bachmann (Il tempo dilazionato esce nel 1953) in versi che erano in fondo già allora il disincantato, stoico bollettino da guerra di “Tutti i giorni”… Non certo firmato Diaz o prima ancora Cadorna, ma immaginiamolo letto a voce spiegata da una Eleonora Duse immaginaria eppure abrasa di commozione,

ufficiale medico finalmente Donna, terapeuta e trageda, mai più crocerossina con la cuffietta inamidata, il camice inamidato e un vago profumo di violetta di Parma, mentre in corsia – nelle bianche trincee ospedaliere – è perenne orario di visita…

La guerra non viene più dichiarata,
ma proseguita. L’inaudito
è divenuto quotidiano. L’eroe
resta lontano dai combattimenti. Il debole
è trasferito nelle zone del fuoco.
La divisa di oggi è la pazienza,
medaglia la misera stella
della speranza, appuntata sul cuore.

A parte la grande lezione di Ungaretti, “uomo di pena”, e poi nell’ultima guerra le interminabili ore di prigionia di Vittorio Sereni, il chiaroscuro fiero e melanconico del Diario d’Algeria, e pochi altri degni guizzi femminei, saggi nel diffidare dei falsi, sbrodolati discorsi di pace – ricordo pochissimi poeti-donne calati attenti nelle loro trincee, a oliare i propri fucili, e vivere ogni giorno, ogni notte di guardia o giro di ronda, come cultrici serene dei propri Fiori del Male, quasi come le azalee di beneficienza per la nobile causa della ricerca contro il tumore al seno, rifinanzata con generosità mass-mediatica…

Qualche nome su tutti, in ordine sparso: la Sibilla Aleramo, Una donna caparbia da sempre, trasgressiva; e poi Ada Negri, la povera Antonia Pozzi, Daria Menicanti, Fernanda Romagnoli, Anna Maria Ortese affabulata da cento Angelici dolori, Margherita Guidacci, la stessa Spaziani, l’imperdonabile Cristina Campo, Giovanna Bemporad, e certo Alda Merini… Tutti nomi che peraltro abbiamo indagato con cura nella vasta panoramica delle Melodie della Terra (“Novecento e Natura”: uscì da Crocetti nel ’98).

Dobbiamo addirittura tornare alle prime prove della Rosselli, a quelle Variazioni belliche (1964, prefate da Pasolini) che vedevano e ospitavano la grande e inquieta poetessa figlia d’un martire (e nipote d’un altro), “triste come il soldato in guerra”…

Ecco, proprio la nostra cara e indimenticabile Amelia Rosselli, qui d’un tratto riappare e rientra in scena – incoronata sotto i riflettori d’improvviso riaccesi della Realtà, quasi commossi – come una soldatessa, una partigiana irredentista mentre si lava al fiume, cantando magari la Libertà e il suo panegerico di Libellula… E che fosse invece solo un concreto, casuale e vasto bagno da motelAgip, un piccolo aneddoto vero da autostrada, mi sembra la controprova migliore di questo nuovo, bel libro di Marzia Spinelli, che per fortuna un po’ li depista, i Signori critici, così come fece e ironizzò Montale, con Satura, nel 1971…

(per Amelia Rosselli)
 

Cosa abbiamo condiviso Amelia
se non la sferzata della frescura d’acqua
in quell’avello d’Autosole
tra Napoli e Roma,
come ninfee ardite e smarrite
nell’afa di luglio,
noi due diverse e vicine

cosa lavammo
se non  il sudore  dei  versi …

……………………..

Ma che dire poi di tutta l’intelaiatura, il fervore e il controllo di questa nuova raccolta, elegante e meditata, matura come si conviene, macerata e distillata come grappa di ruta… e che davvero raccoglie, rinviene e protegge nomi e destini, le opere e i giorni, insieme a futura memoria e nobile eredità… Tutta la sezione della “Trincea della parola”, ergo della “Trincea dei poeti”, resta davvero sorprendente, per ispirazione e ritmo e densità gnomica, positura insieme etica ed estetica;

Prima di uccidere i Poeti
dovranno scalfire le stelle
il suolo e l’aere dei Tempi
i bagliori e le rivoluzioni
e pestare le parole
i versi morti
fatti di luce e di sensi

*******

Da tempo, ripeto, non accadeva, non ci si squadernava sul tavolo un ebdomadario lirico (fulgido e sliricato) così fiero e originale. Originale al punto che nemmeno più sembra un resoconto nostrano, una o molte più illuminazioni davvero al centro d’una giudiziosa ricognizione sinestetica (il povero Roversi avrebbe parlato di Descrizioni in atto)…

Ricognizione concreta, ma anche, si badi, perfetto lapsus o regesto metafisico…

Poeti russi

Chi più di Voi la trincea
del giorno
la sua inconsistenza,

il buio, il demone
che non cede
al sorriso dell’Angelo.

Brava, Marzia, chi tratta Angeli e Dèmoni allo stesso modo… E quante cose allignano o friggono nella cucina di questo libro! Così come una pioggia, infernale, bellicosa, o a tratti provvida e fervorosa; insieme di shrapnel dirompenti e divinante materia stellare, atroci schegge mortali o semi buoni di eterna poesia rifiorita…

Ombra perenne mobile e ferma,
vagheggi anche tu longevità. Piovono
scorie e meteore come stelle cadenti.

Tra tante trincee della Storia e del mondo – quella più costante, rimane, ahinoi, quella infangata o imbizzarrita dell’Io. Da questa, Marzia Spinelli, soldatessa dei versi, e suo malgrado, scrive e ci manda poesie come le ungarettiane “cartoline postali in franchigia!

Tanto più simile, tanto più distante.
Sei solo mia.
Sagoma muta fedele sopravvivi
alla trincea dell’io.

L’Ombra ricorre sempre, inesorabilmente – magari sotto il pretesto o l’auspicio di “Una luce nuova”:

Scostati, dico all’ombra
in ascolto.

Ed anche polvere, e fantasmi, “umido humus” e tempeste, “un vento forte, / una mareggiata di luce”…

Il dolore non è l’atomo
che cade, ma il secondo
che precede,
l’ora d’indicibile chiarezza.

Con una felicità gnomica inusitata, e pregnanza espressiva direi assoluta,  duttile e caparbia, la Spinelli passa dalla trincea della Storia (“Tornavano i volti dei vivi, la mappa dei macelli / tra le rughe. S’allontanava il fronte e la resa, / dimentico il corpo all’angolo della Storia”) a quella insieme briosa e dolente del quotidiano (“Ogni giorno vesto l’armatura / porto anche l’arco, le frecce, lo scudo, / indosso il casco come l’elmo di Scipio”)…

Poi la Natura è anch’essa trincea gagliarda, sorgiva e infibrata tregua civile:

oltre il limo che sale ad ogni fine estate
sboccia dei ciclamini l’impalpabile tregua,
a resistere alla polvere, all’inverno, indomita
l’anima.

Plinio Perilli


5 risposte a "Plinio Perilli: Qua nel silenzio bianco, per Marzia Spinelli"

  1. 4 novembre 2018, centenario della fine della Prima Guerra Mondiale – dalla mail di Plinio:
    ” Se ne sta parlando poco – annichiliti da un presente che smotta e crolla, e si spezza, come appunto i pini mediterranei eternamente convalescenti, e sfiancati mortiferi appena il vento s’imbizzarrisce, e la pioggia si scatena…
    Ma conosco una poetessa – eccellente – che ha appena finito un libro che merita, in tema: o meglio, dove il tema è reso contemporaneo, guerra di trincea, di resistenza, di posizione, è infatti anche il vivere di oggi, perfettamente interconnesso con tutto e tutti, a volte col Nulla…”

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  2. Commento di Paolo Carlucci:

    Bellissima trasvolata poetica tra passato e presente, in un paese che sente spesso grave peso o fastidio il ricordo vivo della sua nostra storia di tutti!

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  3. Commento di Marzia Spinelli:

    Ringrazio la sensibilità di Abele Longo per la gentile ospitalità e Plinio carissimo di cuore per l’iniziativa appassionata e l’intensa prefazione a questo mio libro, mia creatura, che vedrà presto la luce. nel frattempo ringrazio Paolo per il suo folgorante commento, Grazie anche ai commenti per la poesia dedicata a Nina che abbraccio nella sua luce giusta di tempesta che mi é molto cara. Grazie ancora per la condivisione in questo giorno di importante memoria. Marzia

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  4. Commento di Monica Martinelli:

    Grazie ad Abele per aver pubblicato questa bellissima nota e testimonianza di Plinio Perilli sul prossimo nuovo libro di Marzia Spinelli, poetessa intensa e raffinata che ho sempre apprezzato sin dal suo primo libro. Leggere le poesie di Marzia produce emozioni vibranti e riflessioni costruttive, si tratti di amore, di storia, di esistenza, di nostalgia. Si tratti di memoria, tema fondante e fondamentale della storia dell’umanità. E sin da questo “assaggio” di lettura proposto si percepisce chiaramente con quale forza e nettezza di versi viene affrontata tale delicata e fervida materia. La vita quotidiana è ormai tutta una trincea, reale o metaforica che sia: “Ogni giorno vesto l’armatura / porto anche l’arco, le frecce, lo scudo, / indosso il casco come l’elmo di Scipio”, come osserva l’autrice con lucidità e consapevolezza.
    Complimenti a entrambi e a presto leggere queste umane trincee!
    Saluti
    Monica

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