Anna Maria Bonfiglio, “Di tanto vivere”. Nota critica di Daniela Monreale

 
Anna Maria Bonfiglio, DI TANTO VIVERE (Ed. Caosfera, 2019)
 
Uno snodarsi di sottili malinconie attraversa questa nuova, intensa raccolta di poesie della poetessa Anna Maria Bonfiglio, che si innesta nella sua ormai vastissima produzione come germoglio di una maturità stilistica ed esistenziale dal sapore impressionistico.

L’autrice esprime infatti il suo mondo interiore attraverso rapide e fervide immagini che sostanziano un discorso a volte memoriale, a volte attuale, sempre comunque incardinato sull’energia di un desiderio spinoso che scuote l’Io poetico in un movimento dialettico di apertura-chiusura.

C’è infatti un costante alternarsi tra l’appartarsi nell’intimità di un’afflizione che esteriormente non appare (“Non guardare di me l’occhio che ride”) e una tensione espansiva che cerca strenuamente la gioia e il diletto (“Venne sull’ala ubriaca della notte/ la voglia di cantare/ e fu subito festa”). Questi due poli antitetici si esprimono, nei versi, in un coagulo di parentele semantiche che rimandano ora all’angustia spaziale, che si declina in immagini di reclusione o di rifugio (prigione, gabbia, anima prigioniera, grembo, ventre…), ora alla dilatazione spaziale e alla metafora dell’ascesa (cielo, ala, volo, farfalla…). Lo stridore tra questi due movimenti opposti è però addolcito da una scrittura piana, spesso colloquiale, che armonizza le tensioni in una grazia del dettato, di cui l’autrice ironicamente si schermisce (“questo mio arrocco a difesa/ della parola semplice e sguarnita”), consapevole di quanto sia facile scadere nella retorica e pomposa abbondanza versificatoria, quando le passioni urgono per essere pronunciate. Per fortuna la Bonfiglio non cade in questa trappola e ci consegna invece un verso nitido, opportunamente limato, in cui dietro la garbata evocazione (“E poi il dolore s’addolce/ e silente s’accartoccia la pena”) si avverte sempre il sangue dell’esperienza .

I temi di questi componimenti sono infatti tutti legati a una passione esistenziale che investe il quotidiano, i ricordi del passato, il diario di un amore, l’attaccamento per la natura, la pietà collettiva, in un coinvolgimento emotivo e mentale che trasuda dai versi, che si fa verità del dire poetico. Il “filo rosso” che lega questi diversi argomenti è dunque lo sguardo partecipe della Bonfiglio, che osserva il disincanto dei giorni senza abdicare alla propria, ancora intatta commozione.
Daniela Monreale

 
A ricomporre il cerchio
 
Più triste sulla pietraia
il passo
dopo la canzone degli abbracci
e la parola ombra sul filo
dell’assennata verità
 
(dell’indagata geometria
alga segreta
nei discoperti contorni)
 
Non basta a ricomporre
il cerchio
la misura del volo
il cappio sciolto
il ramo di ginestra
ad infiorare il seno.

 
L’apparenza
 
Non guardare di me l’occhio che ride
la voce fresca
o l’ilare bocca che adesca.
Nell’atlante che sfiori con le dita
non cercare le alture ardimentose
o le pianure erbose.
Esplora invece i fiumi azzurri
sotterranei che adornano
le mani, le logorate valli
i merletti dei tarli.
 
Quello che non appare
è l’ago che segna la scissione
fra il viaggio dell’andata
e l’inversione.

 
Miserere
 
Anche la notte ha paura
quando apre gli occhi
sul sangue dei fiori
a pelo d’acqua.
 
Ogigia – remoto
ombelico del mare
ha sprangato le porte,
filari di spine a cerchiare
le mura.
Ecce homines – buoni
e cattivi alle sbarre
a implorare clemenza.

 
 


2 risposte a "Anna Maria Bonfiglio, “Di tanto vivere”. Nota critica di Daniela Monreale"

  1. Una raccolta che mi ha colpito per il suo dettato limpido e introspettivo. La poesia e i sogni, il richiamo a un passato avvolto da tenera malinconia, un inventario di affetti e consuetudini giornaliere ( Lasciatemi tutti i miei fiori finti/ il mio salotto retrò/ il Pupo antropomorfo/ róso da ragnatele autarchiche), che si pongono come difese per un fuori, che come la sera “naviga paura”.

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