Flavio Malaspina, Il dopo è solo degli dei (Lepisma, 2019)

 

A me stesso che non esisto. La raccolta di poesie di Flavio Malaspina, presentato da Giuseppe Cerbino per la casa editrice Lepisma, ha un inizio folgorante e, per me, ricco di sorprendenti risonanze. Mi sembra un’opera sulla scrittura più che sul verso; sulla parola più che sulla forma poetica. Ne troviamo, forse, la dichiarazione. Qualsiasi cosa sia/ il dopo/ è solo per gli Dei. Dunque, Malaspina scrive di ciò che viene prima. E prima di Dio, appunto, c’è il verbo, la parola, il racconto. Tutta la prima parte di questa raccolta ha la matura sfrontatezza di emanciparsi dal “brusio” del verso, quello che, se ben recitato e con accompagnamento musicale, attrae il pubblico, quello stesso pubblico che frequenta i reading poetici ma diffida della poesia scritta, che resta prima della voce. Un’altra conferma di questa linea viene dalla scelta di aver alfabeticamente strutturato la sequenza e l’ordine delle poesie. Tra il pane e la parola,/ domandandoci/ cosa nutre di più.

 

Viene compiuto lo sforzo non comune di “liberare dalla storia” la poesia, di esaltarne la funzione di scarto e di frattura rispetto alla realtà, facendole (ri)assumere sulla carta la perduta sacralità. È un mare di cielo bianco che mi sommerge/ e, in questa profondità liquida,/ mi accorgo/ che il mare non è da sempre mare. Ma solo da quando abbiamo imparato a scriverlo. D’altra parte, mi sembra coraggioso il tentativo, non so quanto cosciente, di abbozzare inaspettate forme “mitiche” dei nostri vissuti. Allora, Hanna&Barbera?/ E tutti quei maledetti cartoni?/ E quegli orrendi pantaloni corti?/ E quello stupido cappello di feltro? Chiaramente non è l’oggetto del verso che definisce il mito ma la parola poetica. Ogni oggetto, infatti, può diventare mito, sottratto alla sua esistenza profana e individuale, e aperto ad un universo suggestivo. Ecco che gli oggetti e le cose della poesia di Malaspina diventano “un modo di significare, una forma.” E, per una volta nella vita,/ mi sento davvero bene/ perché di fronte a me,/ su di un’altra panchina scrostata,/ è seduto Jack Kerouac. Inoltrandoci nella lettura di questa raccolta il dubbio sulle strutture che reggono questa scrittura vengono meno. Dopo la ricerca del mito nella e attraverso la parola poetica, ci imbattiamo nella riscrittura di “ciò che è stato scritto”. Un giorno riscriverò ‘Pinocchio’ per annegare nelle bugie/ e finire nella pancia della balena,/ lì passerò il resto della mia vita con un tavolo in legno,/ una scorta di candele,/ ed una branda per dormire./ Avrò tutto il tempo per rileggere Moby Dick. La consapevolezza semiologica di questi versi appare evidente.
Ad un certo punto, tuttavia, i testi della raccolta si confondono. La poesia sembra perdere corpo e organicità. Quasi che un fumogeno sia esploso nel mezzo della scrittura per mettere in fuga il lettore. Addirittura – anzi, mi domando, se sia voluto, e fino a che punto – salta persino la sequenza alfabetica dei titoli e si rischia di smarrirsi. Anche la scrittura diventa più incerta, il verso si espande ma perde forza, vuole, forse, farsi magmatico, ed invece diventa caotico. Questa cesura fa di quest’opera un testo a metà, che ci mette, però, nella fiduciosa attesa di poter godere di una scrittura nuova e allo stesso tempo, finalmente, coerente e matura. Anche nella seconda parte, infatti, scoviamo delle vere e proprie perle poetiche. Ma quanto può la gravità sulle mie labbra e la mia lingua/ e sulla mia mano e il mio inchiostro?!/ Quanto pesa!?/ Gli astronauti di ritorno sulla terra hanno detto che è come imparare a parlare di nuovo./ Lo è per me anche scrivere ogni volta il vuoto che mi circonda. Lo dobbiamo all’Io-poetico che è il vero protagonista di questo viaggio di Malaspina. Solo che, lo dico ogni giorno a me stesso, senza struttura, la poesia resta un libro che non viene aperto.
E forse lo sa lo stesso autore. Vivo il letargo perenne, lontano dall’incuria del tempo,/ assente agli altri, nascosto a me stesso,/ perché la mia tomba è una tomba di libri.


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