Monica Baldini: Un cielo che non finisce qui. La forza della fragilità e dell’amicizia  in “Passione” di Clemente Maria Rebora e “Vita fedele alla vita” di Mario Luzi.

Un cielo che non finisce qui. La forza della fragilità e dell’amicizia  in “Passione” di Clemente Maria Rebora e “Vita fedele alla vita” di Mario Luzi.

 

Così dopo “Gli amanti in volo” di Plinio Perilli, i giorni postumi la quarantena o quelli meno accecati di paura ma di comunque forte attenzione e latente silenzio incorporato, densi di vibrazioni nuove, accolte o rinnegate, la lettura è scivolata su un piccolo libricino intitolato “Passione” di Clemente Rebora.

Si tratta di un diario tenuto da chi lo ha accudito come Angelo Festa, Enzo Viola e altri giovani chierici rosminiani, negli ultimi anni durante la sua passione appunto, carica di dolore ed anche luce che lo ha elevato.

Umberto Muratore nell’Introduzione scrive che “il volume, più che uno studio su Rebora, vuole offrire alcuni documenti inediti o poco conosciuti su un periodo cruciale della sua vita, quello dell’ultima infermità, cui seguirà al morte”.

In questo arco di tempo (1955-1957), la giovanile vena poetica tornata da qualche anno, riprende slancio e pone al centro il volto palpitante e indefinibile ovvero il Dio di Abramo.

In questi mesi, le poesie sono cullate da un vento fresco, quasi che lo spirito, sottolinea Muratore, “affrancatosi dalle ultime voci ammaliatrici della terra, respiri a pieni polmoni su orizzonti finora inesplorati, nuovi cieli e nuove terre concesse solo ai mistici.” Un balzo non di poco conto da un alpinismo su roccia ad uno interiore, uno scalare che non ozia nemmeno un minuto sul letto infermo come è e lo fa salire imperterrito le cime più alte e impervie verso il cielo intangibile e quanto mai vero.

Il non poter fare e sbrigare faccende concrete che si tramuta in rafforzamento interiore e dispiega il profondo volere del Don.

Nel periodo appena trascorso, attuale, come nel viaggio della vita dove il tangibile, la fisica dello spazio e del tempo regolano i nostri giorni ma non spiegano le calamità e le perdite improvvise, i mali e le crepe dell’umano, dove il tangibile offusca l’intangibile ed invisibile agli occhi però essenziale come disse Antoine de Saint-Exupéry, come potremmo regolarci con questi riferimenti pur terreni ma appartenenti già al Cielo che godono di tenerezza e dolcezza nell’essere mortificati nel corpo, nell’essere isolati pur di elevare lo spirito volgendolo all’eterno? Quanto mai bizzarri?

“Non di solo pane vivrà l’uomo” e così anche i bui, l’emergere delle fragilità hanno il loro valore incognito e recondito da scoprire, hanno la loro forza e potenza di cui farne tesoro e possono imparare e modificare, possono far riflettere.

Ad ognuno libero arbitrio, resta sempre in pugno, di accogliere.

In una giornata di diario scritta da Enzo Viola riferita al 23 ottobre 1956, il chierico riporta: “Misteriosa la volontà di Dio”, mi ha detto oggi. Mi ha poi spiegato: “ho chiesto al Signore di farmi concime della sua vigna, il Signore mi ha preso in parola”, e mi cita una delle sue più belle epigrafi:

Dopo aver tanto agognato alle cime,
e perso vita per viver sublime,
grazia m’è data di far da concime.

Mentre nelle ultime frasi della sua nota al libro, Eugenio Montale chiude: “E’ scomparsa con Don Clemente un’alta figura di religioso e di poeta. Ed è un conforto pensare che il calvario dei suoi ultimi anni – la sua distruzione fisica – sia stato per lui, probabilmente, la parte più inebriante del suo curriculum vitae.“

“Tutto è al limite, imminente:
per lo schianto; basta un niente (…)
Tutto è all’orlo,
basta una goccia:
e se trabocca …
Oh, sia la goccia del Tuo sangue!”
 

Dopo Rebora poi, aprì in successione “Vita fedele alla vita – Autobiografia per immagini a cura di Fabio Grimaldi”.

Mi parve da subito estremamente interessante e in qualche modo connessa, questa altra forma di ripercorrenza dell’esistenza tramite immagini salienti e foto, scatti anche spontanei e note dello stesso Luzi estirpate da conversazioni.

– Un Luzi che alla pubblicazione del libro, compare ormai grande. Il libro è stato edito infatti nel 2004, pochi mesi prima della morte.-

Cosa mi ha colpito di questa lettura per pensare di unirla in un ideale filo rosso con la prima e parlarne, raccontarvi in questa agorà, delle emozioni, degli spunti che mi ha suggerito?

Evince uno sguardo silenzioso e mite del poeta, un cercare di capire cosa significhi la vita e i suoi lati attraverso la luce della sensibilità che come un lama entra nelle pieghe e taglia sviscerando, un puntare l’accento sulle sfaccettature dei caratteri e delle personalità amichevoli come Betocchi cui dedica una bellissima lettera dopo la morte, o Bilenchi per cui scrive con solo con poche righe una marea di bene quasi fraterno poi  Campana, Piero Bigonciari, Ottone Rosai. E molti sono i volti dell’amicizia che costellano la vita di Luzi affianco a momenti impegnati per l’attività intellettuale come l’attività di insegnante a Parma o San Miniato, la premiazione del Premio Etna – Taormina nel 1964 per la raccolta  Nel magma e l’anno successivo la presenza in giuria, poi lo scatto con Sandro Pertini allora Presidente della Repubblica a fine atti ottanta, la foto a Sofia in Bulgari al congresso degli scrittori a metà degli anni ottanta, in Irlanda nel 1990 inviato dall’Istituto Italiano di Cultura in occasione dell’uscita in inglese della sua antologia di poesie After Many Years e poi le foto con Bo nel 1986 e Caproni e la proposta di scrivere le meditazioni della Via Crucis per la Pasqua del 1999 impresse nella foto con Giovanni Poalo II e il medesimo estratto letto nel libro La Passione di cui scrissi su Neobar.

Come tutto si collega, pensai. Come i percorsi si tendono e si dipanano lasciando scie profumate di un eco lontano e vicino che parla di armonia, di intromissione profonda ed integra, spruzzata di fragilità e amicizie, di speranza e forza.

Così parlando della vita nella poesia “Alla Vita”, Luzi inizia:

“Amici ci aspetta una barca e dondola
nella luce ove il cielo s’inarca
e tocca il mare,
volano creature pazze ad amare
il viso d’Iddio caldo di speranza
in alto in basso cercando
affetto in ogni occulta distanza
e piangono: noi siamo in terra
ma ci potremmo un giorno librare
esilmente piegare sul seno divino
come rose dai muri nelle strade odorose
sul bimbo che le chiede senza voce.
(…)

E poi in chiusura, il rimando alla ferocia dell’attacco alle due torri gemelle e alla morte di centinaia di migliaia di bambini provocata da dodici anni di embargo in Iraq e poi le malattie e la conclusione che “No, il terrorismo non ha giustificazione ma la realtà, come risulta dalla Storia, è molto più complessa e difficile da spiegare. La storia dell’uomo conosce questi abissi ma continuiamo a credere nelle possibili sue resurrezioni.”

Un poeta consapevole di essere detentore di una arte, di essere un tramite perché alla finitezza dell’abisso si contrappone la rinascita.

“Mia? Non è mia questa arte,
la pratico, la affino,
le apro le riserve
umane di dolore,
divine me ne appresta
lei di ardore
e di contemplazione
nei cieli in cui mi inoltro… (…)
così in Invocazione versifica
“Verrai, sarai lontana oltre il rimpianto…
Non un grano d’oscurità si perde,
ma lungo idee contermini una luce
procede verso la chiarezza come
sul fondo delle nere vie lucenti
s’aprono cave viola e miniere
d’azzurro sotto l’alta Procellaria
(…)

L’amicizia, il sostegno, il confronto, i valori di un vivere condiviso, sostenuto, avvalorato in Rebora e Luzi che dipingono le giornate con la concretezza dell’oggi, dei tempi, le storture enormi e l’intensità di una fede che con umiltà enorme è imbevuta di tensione e speranza inesauribili per un cielo che non finisce qui.

Monica Baldini


2 risposte a "Monica Baldini: Un cielo che non finisce qui. La forza della fragilità e dell’amicizia  in “Passione” di Clemente Maria Rebora e “Vita fedele alla vita” di Mario Luzi."

  1. E’ bello pensare che c’è chi intravede sempre una via d’uscita luminosa al contemplare la propria morte, o quella di una parte dell’umanità, nelle vittime dell’embargo all’Iraq.
    A differenza di noi che non abbiamo quel dono, e nel dramma angosciante delle migrazioni e del virus, e nelle altre cose dolorose pensiamo all’assoluto come infinito silenzio.

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