da – Le morti felici – di Giorgio Camillo Galli, prefazione di Marco Ercolani

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LE MORTI FELICI il canneto editore 2018 – di Giorgio Camillo Galli

dalla prefazione

Una nuova enciclopedia dei morti
di Marco Ercolani

Titolo singolare, per un libro, Le morti felici. L’ossimoro ci guida verso un enigma da cui sorge spontanea la domanda: come può una morte, la “fine” di una vita, esserechiamata “felice”? Il racconto più breve del volume, Morte di Icaro, ci suggerisce una possibile spiegazione: «Dedalo dovete consolare, è lui che muore disperato. Io sono morto vicino al sole». […]
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[…] I temi di Giorgio Galli, simili a quelli già trattati nei racconti de La parte muta del canto (I Libri dell’Arca, Joker, 2016), ruotano attorno al mondo della musica e della poesia, e testimoniano l’ossessione prediletta dell’autore: suggerire nuove interpretazioni per vite ormai consegnate alla storia o all’oblio. Il libro si appoggia costantemente a vite che furono: torna a dire di esse, dentro, non contro di esse. C’è, in questa scrittura limpida, rigorosa e turbata, un ripercorrere le tracce dei morti per mettersi in ascolto del passato e correggere certe verità convenzionali grazie a intuizioni nuove. Si crea così una speciale “enciclopedia dei morti”, per citare Danilo Kiš, dove essi sembrano molto più vivi e radiosi dei nostri contemporanei e continuamente ci chiamano, ci parlano, ci raccontano la loro verità. Il libro configura un atlante poetico di artisti colti in un momento preciso: quello in cui la morte non è tanto la temuta catastrofe che distrugge la pienezza della vita quanto l’esito felice e necessario di quella specifica esistenza. Scrive Rainer Maria Rilke: «O signore, dài a ciascuno la sua propria morte, / il morire che viene da quella vita / in cui egli ebbe amore, senso e pena».[…]
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[…]L’indagine di Giorgio Galli, giovane critico e scrittore (Pescara, 1980) qui al suo secondo libro, parte dai tempi remoti del Medioevo e arriva alle soglie della modernità con racconti dedicati a cantanti del nostro tempo, come Jacques Brel e Leonard Cohen. La sua scrittura appare una intima scommessa contro le tenebre, un fantasticare sui destini altrui cercando nuove ipotesi per la propria vita. Galli ha nostalgia di cose che non sono state dette, e desidera che siano dette e scritte ora. Vuole inventare dei ricordi, incontrare un passato che sia futuro, scrivere ciò che avrebbe sognato leggere. Flâneur dell’inconscio, illuminista che crede alle ragioni della luce ma dentro un paesaggio notturno, Galli è l’artista il cui destino rievoca ed è contemporaneamente il cronista di quel destino inquieto, di quell’opera perturbante. Calcola con scrupolosa musicalità gli effetti delle sue visioni e costruisce la logica di un nuovo atlante geografico dove molte isole impossibili, ma che almeno una volta sono emerse alla superficie, diventano possibili negli occhi dello spettatore, pronte a riemergere alla prossima marea.[…]

Come osserva il Gabbiere di Alvaro Mutis, è proprio «in quel nulla, immediato e anonimo, in cui i morti trovano il sollievo che gli venne negato durante il loro errare da vivi» che questo libro, estraneo a ogni classificazione letteraria, trova il suo autentico spazio di libertà, difeso con caparbia tenerezza. Come confermano le parole di questo racconto, attribuite al misterioso scrittore B. Traven, che possono funzionare da epigrafe al mio breve commento: «Ma adesso sono un uomo libero. Scoprire chi sono e dove sono nato è un problema vostro. Io ho lasciato questo mondo e nel lasciarlo ero libero di scegliermi il nome che volevo, la madre e il padre che volevo, la patria e l’età che volevo. Per voi è disperante. Per me è un sollievo. Essere ancorati a dei ricordi è buono solo per chi ha ricordi buoni… […] Marco Ercolani

 

 

_________dalla sezione Istanti

Morte di Janáček

“Ricordo bene, anche se ero un bambino piccolo, il giorno in cui Janáček mi corresse, e mi disse che stavo suonando le Danze slave di Dvořák a un tempo troppo comodo. Si mise a suonarle lui, con le sue mani piccole, mi invitò a suonarle insieme. Era tutto diverso ora, erano scattanti. Tutto di lui era scattante. I suoi occhi curiosavano come fulmini scaltri e vivissimi. Non stavano mai fermi. Anche mentre suonava non era di quelli che si perdono nella tastiera e poi sembrano s vegliarsi da un sogno. Lui si guardava intorno, con movimenti piccoli ma nettissimi. Se dovessi dare un nome agli aggettivi ipervigile e insonne, darei loro il nome di Janáček. Anche i suoi gesti erano scattanti. Vi sorprenderà forse sapere quanto sia stata infelice la sua vita. Egli fu un’anima rigata, derisa fin oltre i quarant’anni dai colleghi, intrappolata in un matrimonio sbagliato, schiantata dal lutto della perdita di una figlia. Aveva già superato la settantina quando lo conobbi. Ma aveva la frenesia del giovane. Me lo ricordo pirotecnico, la voce rapidissima, sempre pronto al riso, mai tranquillo. Era, per me, l’immagine viva dell’inquietudine degli intelligenti. In quel periodo era felice forse per la prima volta nella vita. Il motivo è il più antico del mondo: l’amore. La prima volta che s’era innamorato di un’altra donna era stato tutto appassionante, ma troppo difficile. Quando sua moglie aveva minacciato il suicidio, lui aveva rinunciato a quell’amore troppo intenso ed era tornato a casa. La porta della prigione s’era richiusa di schianto. Adesso amava un’altra donna, era riamato in modo sano, lei era giovane e lui stava vivendo la sua seconda giovinezza. I colleghi avevano smesso di deriderlo e in Europa si eseguiva la sua musica. Lui ne stava componendo dell’altra, sempre insoddisfatto, sempre pronto a travasare gli appunti di un concerto per violino nell’ouverture di un’opera, e a ritentare di scrivere un concerto per violino e a mettersi al lavoro su un’altra opera. Era felice, ma non sazio. E quel pomeriggio maledetto, quando suo figlio si smarrì nel bosco e lui uscì a cercarlo, credo si dimenticò semplicemente che stava venendo la notte, si dimenticò semplicemente che aveva settantaquattro anni, si dimenticò di avere i polmoni fragili.  Non si porta avanti un’opera rivoluzionaria come quella di Janáček se non si è fanatici. Janáček fu fanatico sia nella vita sia nell’arte. Fosse stato fanatico solo nell’arte, sarebbe stato un più grande artista. Ma il suo fanatismo integrale fece di lui anche un grand’uomo. Prese la polmonite. Morì in ospedale pochi giorni dopo, rendendo l’ultimo respiro a un Dio beffardo che prima gli aveva reso difficile la vita e poi avrebbe buttato la sua musica nel dimenticatoio, mano a mano che la nostra Cecoslovacchia  veniva dimenticata dall’Europa e che la Cecoslovacchia stessa si dimenticava di Janáček. Ma si racconta che sia morto felice. Dicono che sia morto facendo l’amore con la sua giovane amante nel letto d’ospedale. Nella mia Cecoslovacchia è una leggenda. La raccontano ai bambini. Gli adulti dicono che non è vera, ma io ci credo. Ci credo perché allo Janáček che ho conosciuto si addice una morte così.
_____________________________________________________________________________Rudolf Firkušný

 

Morte di Wittgenstein

 “Dite a tutti che ho avuto una vita meravigliosa.” Non esiste una morte più bella di quella di Wittgenstein. Non più struggente, più bella, col suggello di un messaggio di ringraziamento rivolto agli amici con francescana essenzialità: ”Tell them that I had a wonderful life”. Them erano gli amici assenti, them erano tutte le creature a cui Ludwig Wittgenstein voleva comunicare di essere morto felice. E la felicità, nella sua vita tormentata, consistette nel rinunciare a tutto tranne all’essenziale, nel sapere con certezza cosa era necessario alla sua vita materiale e spirituale e vivere solo di quello, rinunciando a tutto il resto. La storia è nota: poteva fare una vita da nababbo, fu maestro di scuola e si fece persino operaio. La vita di Wittgenstein non fu felice: fu felice la sua morte perché in quel momento sentì che non era trascorso alcun istante senza che fosse in linea con se stesso. E di questo volle far sapere a tutti.

 

Bella Chagall

 “C’è un quadro di mio marito intitolato Il sogno. E’ un quadro così gioioso che quasi fa piangere, e fa pensare che forse gli artisti dovrebbero occuparsi di più della gioia. Non piangetemi! Tutti i quadri in cui Marc mi ha dipinta sono felici. Ho portato nell’arte la gioia. E’ così rara nell’arte, la gioia! Marc potrà avere altre donne, anzi gli auguro di avere altre donne, ma nessuna lo avrà come me. Sua moglie, la sua fidanzata, l’amore nei suoi quadri sarò sempre io. La sua gioia resterò io. Non era solo pittura la nostra, era coreografia. Io e Marc abbiamo portato in pittura la danza. La musica. Abbiamo eseguito in due la stessa musica, siamo stati passi di una stessa danza. Quante volte succede? Non piangetemi! Siamo stati così vivi! A Vitebsk, a Parigi, e perfino da profughi, siamo stati vivissimi. Radicati nella vita al punto da volare via. E’ più duro per chi resta che per chi va. Ma cercate di non piangermi. Io muoio viva.”

 

Il gatto Walser

Fu nella neve. Trovarono quel vecchietto nella neve, sorridente, nei boschi intorno a Herisau. Sorrideva. Era un matto ricoverato in manicomio. Il più mansueto dei matti. Non aveva niente. Un vestito per i giorni di festa e uno per quelli normali. Nemmeno la carta per scrivere. Non scriveva più da vent’anni. Era diventato un gatto. Soave, disingannato, inafferrabile, lucido al di fuori della ragione come i gatti. Bisognoso di niente. Era cominciato tutto presto. All’inizio aveva la cerimoniosità dei gatti. Di un mondo che gli pareva assurdo aveva assorbito i rituali, le cerimonie, e aveva scelto come mestiere il commesso, e come vocazione lo scrittore cerimonioso, autore di terrificanti frivolezze. Ma in quelle frivolezze lui non c’era. Poi aveva cominciato a scrivere a matita, per sottrarsi un po’ di più. A scrivere piccolo, illeggibile, quasi cifrato. Pagine belle come codici miniati, ma incomprensibili. E poi nulla, nemmeno più scrivere Mi chiedete chi gli somigliava? Forse Charms. Charms che, volendo registrare il mondo, con sguardo puro e sgombro dalla logica, si trovò a registrare un l’assurdo. Il mondo di Charms era quello di Stalin. In quello di Walser si stava radicando Hitler. Tutto intorno era guerra e potere. I rapporti umani erano pieni di potere. Tra fratello e fratello, tra collega e collega c’erano potere e guerra. E poco a poco s’era fatto da parte: prima servo, poi gatto. Completamente nudo. Completamente reso. Niente più rapporti umani. Solo i matti. Fuori ci sono i Lager, un’altra guerra. Dentro ci sono i matti. Meglio stare dentro. Fra matti si è uguali. Non ci si aspetta nulla da un matto, non si valuta un matto. Non esiste un matto più bravo. Niente potere qui, niente guerra. Si fa la vita scomoda di San Francesco. Si scompare come individui. La neve ricopre passioni e vergogne, muta in silenzio il fragore degli uomini. Un punto di vista assoluto. Fuori della soggettività, fuori dell’umano. Walser prende esempio dai gatti, dalla neve. Scoppieranno bombe atomiche, spariranno gli uomini e le donne. Spariranno le parole. Resteranno i gatti e la neve. Risuoneranno suoni inumani e più dolci. Proiettato verso la fine dei tempi, il vecchietto nella neve per venti e più anni era sparito senza morire. Sopravvissuto a tutte le catastrofi e di tutte testimone, nella neve Walser ha raggiunto il massimo di sé -essere inutile e indispensabile, raggiungere il massimo di sé rinunciando al bisogno di affermarsi. Per questo sorride.

 

__________dalla sezione Strade

Traven

GIORNALISTA: Mister Traven, chi diavolo è lei?

B.TRAVEN: Ah, le giuro che, se lo sapessi, forse non scriverei libri. O almeno non scriverei i libri che scrivo.

G: Si dice che lei è stato Ret Marut, editore di un giornale anarchico, militante della Repubblica socialista di Baviera.

BT: Ma sì, sono stato Ret Marut, Hal Croves, Traven Torsvan, e molti altri. Non era facile essere anarchici nei primi anni del Novecento. Dopo la Repubblica socialista di Baviera, pendeva su di me una condanna a morte. Potevo essere rimandato nella Germania di Weimar, dove mi avrebbero ammazzato come traditore, o più tardi in quella di Hitler. Che dice, avevo buone ragioni per nascondermi?

G: E dopo la guerra?

BT: E dopo la guerra c’era la guerra fredda, il maccartismo. Io rimanevo un anarchico. Avessi rivelato chi ero, sarei stato sorvegliato giorno e notte. Mi creda, nascondermi è stata l’unica scelta. Ma non sono vere tutte quelle balle che avete scritto di me, che ero un isolato, che ero un paranoico. Mi dovevo comportare così in pubblico, per essere fotografato, visto, notato il meno possibile. Ma chieda qui a Città del Messico se la mia casa non era aperta a tutti, se alle mie cene non ci si divertiva.

G: Ret Marut era il suo vero nome? Alla polizia inglese risulta che lei abbia detto di essere nato in Polonia e che il suo nome fosse Otto Feige.

BT: Alla polizia inglese ne ho dette tante. Avrei detto anche che ero il figlio segreto del Papa se mi fosse servito a scappare. Capisce, io avevo bisogno di sparire. Di salvarmi la pelle, non so se è chiaro. Tra l’altro, del Papa no, ma c’è chi mi ha voluto figlio del Kaiser Guglielmo. Come vede, non sono solo io ad attribuirmi identità fantasiose. Direi anzi che quelle che mi sono attribuito io erano le più modeste. Ma poi, Dio santo, sono così importanti i nomi? Non voglio paragonarmi a chi ha inventato la ruota, ma lei sa il nome di chi ha inventato la ruota? Quante chiese europee, quanti affreschi non hanno il nome di un autore? Si dice di solito “il maestro della chiesa Tal dei Tali”. Ecco: consideri Traven il maestro di una cattedrale chiamata Chiapas, e si concentri su quello che ho scritto. Ho scritto come vivono gli indios. Come vengono sfruttati. Questo è importante, non chi sono io. Ho avuto più di dodici nomi, e forse nessuno era vero, e a voi che importa? I nomi importano ai poliziotti quando uno commette un reato. Lei non è un poliziotto e io non ho commesso un reato.

G: Lei è americano?

BT: Sì, maledizione. Sono nato negli Stati Uniti. Vuole sapere perché ho un accento tedesco? Perché ho passato quasi tutta la mia giovinezza in Germania, è semplice. Ero Ret Marut. Ma lei è un giornalista o un poliziotto?

ROSA ELENA LUJAN La notte, quando eravamo già a letto, mio marito iniziava a parlare, e parlava e parlava, ed io rimanevo ore ad ascoltarlo, affascinata. Non voleva che gli facessi domande e ogni tanto si contraddiceva, ma per me questo non era un problema. Anzi, mi affascinava ancor di più. Mi raccontò di un’infanzia a Chicago. Mi descrisse luoghi, atmosfere di Chicago che sembravano vere. Qualche volta mi disse d’esser nato a San Francisco. Suo padre non lo nominò mai, una volta sola mi disse ch’era morto prima che lui nascesse. Di sua madre parlava con fastidio. Mi disse che era un attrice, che girava il mondo e si chiamava Helene, Helene Ottorent se non sbaglio. Ma non mi disse altro. Parlava malvolentieri della sua infanzia, se gli facevo domande sulla sua infanzia diventava suscettibile. Io credo che non abbia avuto un’infanzia felice. So che ha dato in giro molti nomi di genitori, molte versioni di dove è nato e di dove è cresciuto. A me ha detto solo che lui era stato Rett Marut, e che non avrei dovuto rivelarlo finché non fosse morto. Aveva paura dell’estradizione. Ma credo ci fosse qualcosa di più: mio marito sembrava non aver chiaro neanche lui dov’era nato, quando, e di chi fosse figlio. Non avere un’identità, doversi proteggere a lui sembrava un fatto naturale. Il Kaiser gli interessava, mi parlava di lui con una simpatia strana per un anarchico. Tutte le voci su di lui lo infastidivano, meno quella che fosse figlio del Kaiser. Se non sai chi è tuo padre, speri che tuo padre sia un mito…

G: Mister Traven, c’è chi dice che i suoi romanzi non siano il lavoro di una sola persona…

REL: Mio marito non mi ha mai detto di essere B. Traven. Mi ha detto di essere Ret Marut. Ma che era B. Traven lo ho capito da sola. Non ho mai avuto dubbi: conosceva i suoi romanzi a memoria. Lavoravamo a una sceneggiatura, ed io tenevo il libro a portata di mano per consultarlo, lui no perché ce l’aveva tutto in testa. Però non è mai stato interessato ai diritti d’autore. Li aveva intestati ad altre persone, in passato. Quando ci sposammo, li intestò a me. Mi disse: spendili come ti pare. Non gli interessava essere Traven. Era solo preoccupato di non far sapere che era Marut.

BT: Senta, lo so quello che si dice: che il mio inglese è strano e il mio tedesco altrettanto. Che da quando sono arrivato in Messico a quando ho pubblicato il primo libro non ho avuto il tempo di conoscere il Messico così bene. Che ho scritto pochissimo dopo il ‘39. Una volta, a un giornalista curioso come lei, ho detto che Traven era morto. Adesso che sono veramente morto, è veramente importante per voi sapere se Traven era uno oppure due o tre? Mi accusate di mitomania, e poi mi rendete uno e trino come Gesù Cristo. E’ semplice, una persona chiamata Traven non è esistita. Se fossi stato vivo, lei mi avrebbe chiamato Mister Croves. Al nome Traven non avrei risposto. E sa perché? Perché non ho mai vissuto con quel nome. Ho vissuto come Marut, come Torsvan, come Croves, ma mai come Traven. Traven esiste sulla copertina dei romanzi. Vuole sapere se c’è un’altra persona dietro quei romanzi? Lo chieda ai romanzi. Malgrado la mia nomea di solitario, ho certamente avuto degli amici che mi hanno permesso di ambientarmi qua, di avere dei passaporti falsi, di vivere tranquillo. Che mi hanno raccontato storie. Magari me le hanno anche scritte. Io scrivo molte lettere, sa. E’ presumibile che ne riceva anche. Potrei aver dato forma alle storie di un altro? E’ possibile. Ma non si scordi che io scrivevo anche laggiù in Germania, scrivevo anche quando ero Ret Marut e sono finito nei guai perché scrivevo. Potrei aver scritto insieme ad altri, ma so scrivere anche da solo. E prima di scrivere mi documento. Lo sa che ho partecipato a una spedizione qui in Messico? E’ stato appena arrivato qui: ho preso il nome di Torsvan e ho preso parte come fotografo ad una spedizione. E’ tutto documentato, sa. C’è anche un libro di Traven con quelle foto. Ma tutto questo non ha nessuna importanza. Io non ho mai preteso nulla come Traven. Mai reclamato riconoscimenti né soldi. Sono stato Marut per scrivere dell’anarchia, sono stato Traven per scrivere dello sfruttamento degli indios. Ho avuto un privilegio che prima di me hanno avuto solo Omero, Lucrezio, Petronio e certi autori medioevali: il privilegio di non essere altro che le mie opere. Non sa quanta libertà viene a un uomo dal non essere altro, per il mondo, che le proprie opere. Puoi essere tutto ciò che vuoi nella scrittura, e tutto ciò che vuoi nella vita.

G: Eppure non dev’essere stata una vita facile la sua. E’ scampato a una condanna a morte per puro caso: l’autoblindo che la stava portando in galera s’è aperto e…

BT: … e siamo caduti in due. L’altro è morto. Io sono sopravvissuto, ma mi sono fatto male. Vede, ho ancora la cicatrice a una mano. Poi sono scappato per due anni. Giovanotto, vuole raccontarmi la mia vita? La so, la mia vita. So anche molte cose che lei non sa. Per esempio, che me ne stavo in pace in Messico, scrivendo tranquillo, finché gente come lei non è venuta a rompermi le scatole.

G: Ma non era faticoso doversi nascondere?

BT: No, finché nessuno mi cercava. Come le ho detto, io non avevo alcun interesse ad essere B. Traven. Volevo solo scrivere e dimenticare tutto quello che era scomparso insieme a Ret Marut. La giovinezza, le idee, qualcosa per cui combattere, capisce? Un uomo non è un nome. Un uomo è le sue idee, il fuoco che ha dentro, quello che crede di poter fare per cambiare il mondo. Ho conservato il fuoco scrivendo e parlando degli indios. Il resto non aveva importanza. Non ha importanza. Ho rinunciato a vedere mia figlia, la figlia di Ret Marut. Ho rinunciato agli amici. E’ stata una vita difficile? Certo, cazzo! Ma adesso sono un uomo libero. Scoprire chi sono e dove sono nato è un problema vostro. Io ho lasciato questo mondo e nel lasciarlo ero libero di scegliermi il nome che volevo, la madre e il padre che volevo, la patria e l’età che volevo. Per voi è disperante. Per me è un sollievo. Essere ancorati a dei ricordi è buono solo per chi ha ricordi buoni, o per chi non ne ha abbastanza. Per chi ne ha troppi, l’amnesia è il regalo migliore. Lasciatemi l’amnesia. Capisco che siate tanto preoccupati di scoprire certe cose, voi che di vita ne avete una. Ma io ne ho avute troppe, e troppo piene, e sono uscito dal mondo in santa pace. Sono uscito molto prima di morire, lo capisce? E ora non disturbatemi più.

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Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Vive a Roma dove ha esercitato la professione di libraio. Scrive note di lettura, racconti brevi, prose poetiche e “prose” non altrimenti definibili. Ha pubblicato La parte muta del canto (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018); è fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016). Nel 2011 ha aperto il blog La lanterna del pescatore. Scrive sui blog Perìgeion e Poetarum Silva e sulla rivista Niedern Gasse.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


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