25 Aprile: Monica Baldini legge Calamandrei / una poesia di Paolo Vincenti

Lapide ad ignominia - lettura di Monica Baldini
Autoritratto di Piero Calamandrei, olio su tela, 1934

LO AVRAI
CAMERATA KESSERLING 
IL MONUMENTO CHE PRETENDI DA NOI ITALIANI
MA CON CHE PIETRA SI COSTRUIRÀ
A DECIDERLO TOCCA A NOI
NON COI SASSI AFFUMICATI
DEI BORGHI INERMI STRAZIATI DAL TUO STERMINIO
NON COLLA TERRA DEI CIMITERI
DOVE I NOSTRI COMPAGNI GIOVINETTI
RIPOSANO IN SERENITÀ
NON COLLA NEVE INVIOLATA DELLE MONTAGNE
CHE PER DUE INVERNI TI SFIDARONO
NON COLLA PRIMAVERA DI QUESTE VALLI
CHE TI VIDERO FUGGIRE
MA SOLTANTO COL SILENZIO DEI TORTURATI
PIÙ DURO D’OGNI MACIGNO
SOLTANTO CON LA ROCCIA DI QUESTO PATTO
GIURATO FRA UOMINI LIBERI
CHE VOLONTARI SI ADUNARONO
PER DIGNITÀ E NON PER ODIO
DECISI A RISCATTARE
LA VERGOGNA E IL TERRORE DEL MONDO
SU QUESTE STRADE SE VORRAI TORNARE
AI NOSTRI POSTI CI RITROVERAI
MORTI E VIVI COLLO STESSO IMPEGNO
POPOLO SERRATO INTORNO AL MONUMENTO
CHE SI CHIAMA
ORA E SEMPRE
RESISTENZA

Piero Calamandrei

... e una poesia di Paolo Vincenti

25 aprile

In Piazza Libertà, il sindaco con la fascia tricolore

davanti a due assessori, quattro cani e un gatto

il vigile con tutte e due le mani mantiene il labaro

Davanti al bar, due vecchi vestiti da alpini

uno suona il fischietto

3 risposte a "25 Aprile: Monica Baldini legge Calamandrei / una poesia di Paolo Vincenti"

  1. Sempre bella e anche sempre attuale la poesia di Calamandrei, e anche quella di Paolo Vincenti, che pure ne sembra il controcanto malinconico, in parte per la situazione, da noi in paese hanno chiesto di non partecipare, e ha sfilato solo il sindaco con qualche assessore, le guardie e due alpini. In parte anche perché la storia si allontana, quando ero bambino negli anni 60, si festeggiava anche il 4 novembre, c’erano ancora i reduci, c’era mio nonno che era un ragazzo del 99, e il suo amico “l’ardito”, come veniva chiamato in paese, che aveva ancora la divisa degli arditi (non c’entra niente col fascismo, sono gli arditi della prima guerra mondiale), e si cantava la canzone del Piave.
    Ad un certo punto non si è più festeggiato, forse perché non c’erano più reduci.

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  2. Carissimo Giancarlo, quanto dici è vero, e la mia poesia non si riferisce affatto a quest’anno pandemico, infatti è stata scritta prima. è un po’ l’estrema sintesi lirica di quanto dico in questo pezzo in prosa.

    L’IMPORTANZA DI UNA DATA

    Non c’è solo la pandemia che quest’anno impedisce le celebrazioni del 25 aprile. Certo, il covid ha dato una spallata, ma questa era già una festa sottotono. Bastava guardare le immagini dei telegiornali negli anni scorsi, per rendersi conto di quanto le celebrazioni del 25 aprile fossero tiepide, a dir poco, in tutta Italia. Mancava il pathos, quell’enfasi che è connaturata nella retorica di certi avvenimenti importanti come questo. Si starà forse perdendo il senso di una festa di popolo, che non è più così sentita come era in passato. Il tempo fa questi scherzi, allontanando dalla memoria certi ricordi, gioiosi o tragici, ne accorcia lo sguardo, ne fa assopire il sentimento. Un po’ in tutti i nostri paesi e città la partecipazione al 25 aprile è ormai debole, si vedono alcune scene davvero tristi di amministratori locali intorno al monumento ai caduti che parlano davanti a quattro, cinque ottantenni e due tre cani randagi. Certo, la democrazia è un valore consolidato, si dirà, la libertà è data per scontata da chi vi è abituato fin dalla nascita, non può concepire cosa significhi la dittatura una generazione che non l’ha sperimentata sulla propria pelle, che non ne ha saggiato il sapore d’amaro, di impotenza, smacco, frustrazione (eppure dall’anno scorso, in seguito alla pandemia, qualcosa che è molto vicino al clima che si respira in una dittatura è stato provato dal nostro come da tutti i paesi democratici, anche se le misure di restrizione delle libertà personali sono causate da motivi di carattere sanitario e non certo dalla follia di un regime). Un rilassamento del senso civico, l’assenza di una grammatica di valori condivisi nelle nuove generazioni, certamente, forse una certa responsabilità ha anche la scuola perché degli insegnanti e degli educatori dovrebbe essere il compito di tramandare la memoria, di sensibilizzare i giovani. Mi chiedevo, fino a due anni fa, se passando per caso dalla piazza, i ragazzi, notando un piccolo assembramento di gente, non chiedessero poi ai genitori che ci facessero il sindaco con la fascia tricolore e i vigili urbani davanti al sacrario. Avranno ben sollevato lo sguardo per vedere che quella dove stavano passando si chiama proprio Piazza Libertà? Non si saranno incuriositi dalla presenza dei partigiani con la bandiera? Chissà che cosa avranno risposto i loro genitori, sempre che in quel momento non fossero attaccati al telefonino. Magari, come Cetto La Qualunque, gli avranno detto: “come criterio di massima, come sistema di riferimento, come atteggiamento preferenziale, tu fatti i cazzi tuoi!”. Grave cedimento all’oblio, resa alla trascuratezza, all’indifferenza, è non commemorare le date e gli eventi che hanno segnato il faticoso cammino della nostra nazione, della nascita di una coscienza identitaria. “Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”, diceva Gramsci. Anche se le nuove generazioni sono lontane da quel ricordo, non meno importante è per loro celebrarlo, anzi proprio dal connubio fra immaginazione e memoria il passato acquista più valore, e la conquista della libertà diventa impresa epica, e può continuare ad affascinare giovani e meno giovani. “La libertà”, diceva Piero Calamandrei, “è come l’aria: ti accorgi quanto valga solo quando ti manca”.

    PAOLO VINCENTI

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  3. eh, non solo – come dice Gramsci – “nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente” ma anche – come dice il nano – “nella svalutazione dell’Italietta è implicita una giustificazione della cessione di sovranità del presente”.
    vieppiù, com’è logico, cessione di sovranità (monetaria, politica, economica e culturale) implica meno *libertà*.
    ci tengo a rimarcare quanto sopra con la speranza che si sia capito in tanti anni di miei scritti su Neobar che ciò che cerco di difendere è la *libertà* proprio perché non credo nella Libertà (maiuscola astrazione assolutista, nonché fantasmagorico specchietto per le allodole).

    detto questo, Calamandrei è uno padri costituenti, onde per cui lo amo con tutto il cuore del cervello.
    ma in massima onestà mi tocca dire che… come poeta era proprio scarso.
    : )))
    mille volte meglio il controcanto di Paolo!
    : )
    (e grazie a Monica, a Paolo e a Giancarlo per gli spunti)

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